Gaber e il Teatro-Canzone: un incontro tra Arte e Psicologia

«Si può quasi dire che è impossibile fuggire al destino di essere congelati nel pensiero degli altri». Così cantava Giorgio Gaberščik, in arte Gaber, ne “Il granoturco” (1974), per denunciare come di fronte alla realtà complessa, mutevole e incerta in cui siamo immersi, si finisca facilmente e continuamente con il congelare tutto e tutti in categorie di pensiero, che diventano gabbie per chi pensa e per chi è pensato. Io sono buono e lui è cattivo! Io sono sano, è lui il malato! Racchiudiamo tutto e tutti in categorie nella necessità di rendere il mondo illusoriamente comprensibile e controllabile. Nel bisogno di domare la realtà.

Questo lo aveva capito bene Gaber, che, influenzato dalle letture di Cooper, Laing e Basaglia, cantava i limiti di una società dall’“Io diviso” che si difende dalla propria ombra e dalle proprie fragilità scindendole da sé. Forte di un’utopia insaziabile, e al contempo di un realismo disilluso condito di ironia, cantava gli atroci paradossi della nostra “umanità”.
Ma chi era Gaber? Un uomo normale, ma speciale. Un intellettuale, di quelli rari. Uno che sapeva guardare “oltre”. Oltre le cose, oltre le apparenze, oltre le parole e oltre i tempi. Milanese, con radici triestine, si era diplomato in ragioneria alla Bocconi. Chitarra in mano, si trasformava presto in cantante, per poi esordire negli anni Settanta nei panni di teatrante-cantante in quell’ibrido magico che è il Teatro-Canzone. Accanto a lui il pittore viareggino Sandro Luporini, fidato collaboratore nella stesura dei testi, ma prima di tutto un grande amico. Il Teatro-Canzone dei due era un genere teatrale autonomo, che ha trovato la sua identità in una calibrata alternanza di parti cantate e parti in prosa, all’interno di uno spettacolo dalla trama coerente e trascinante.
Sul palcoscenico, solo lui, il signor G. Personaggi e oggetti si materializzavano sul palcoscenico grazie alla sua straordinaria forza evocativa: la sua voce e le sue smorfie, la sua gestualità, il viso lacrimante di sudore e sentimento regalavano al pubblico momenti d’intensa emozione.
Gaber, in anticipo sui tempi, ha preso coscienza degli aspetti contraddittori della nostra società e li ha descritti con estrema lucidità. Le sue riflessioni anticipatorie, a distanza di decenni, continuano a essere indiscutibilmente attuali. Nelle sue canzoni ha denunciato chiaramente i limiti di una società sofferente, divenuta prigioniera di un assurdo ingranaggio: «…quest’ingranaggio come un mostro sempre in moto, che macina le cose, che macina la gente». Analizzando se stesso e osservando con occhio attento il mondo circostante, l’autore milanese ha così riconosciuto e dato dignità all’esistenza di un nucleo di dolore in tutti gli uomini. Nella canzone “I mostri che abbiamo dentro” (2003) ci parla della parte oscura e inconscia della mente, in cui risiedono istinti atavici, e che è alla base di comportamenti individuali e collettivi apparentemente inspiegabili. Il sottolineare che in ogni individuo, al fianco della ragione, è presente un principio di follia, lo rende molto vicino, negli ideali e nei valori, al pioniere del movimento antipsichiatrico: Franco Basaglia.
Nel brano “Dall’altra parte del cancello” (1974) Gaber si chiedeva se i cosiddetti matti, reclusi nei manicomi – i cui cancelli si sarebbero aperti nel 1978, grazie alla Legge 180 – fossero realmente così diversi da chi si considera sano. In linea con l’approccio fenomenologico-esistenziale di Ronald Laing, anche per Gaber non esiste un’esperienza mentale che si costituisca in maniera del tutto indipendentemente dal mondo sociale. Nei suoi testi è arrivato a descrivere con estrema chiarezza anche la sofferenza psicotica, caratteristica della malattia mentale per eccellenza: la schizofrenia. Ne è esempio la canzone “L’elastico” (1974), che parla di un uomo che prova la sensazione di avere nel corpo un filo teso che tiene insieme le parti, finché «non tiene più l’elastico, di colpo fuori e dentro, lo schianto». Questo filo si tende sempre di più finché non si rompe e non subentra la crisi psicotica. «Mi sento fuori di me, la mia testa fuori di me, il mio corpo fuori di me»: l’angoscia di frammentazione si manifesta in tutta la sua potenza! La sensazione di perdita di confini si condensa in un’allucinazione: «la mia mente galleggiava in una strana dimensione, mi ricordo con paura di una lucida visione».
La sofferenza, dalla più leggera alla più estrema, ha origini, secondo lui, nella mancanza d’integrazione e nell’incomunicabilità delle diverse parti che compongono il Sé. Nelle sue canzoni si percepisce anche l’influenza di Wilhelm Reich, allievo di Freud, secondo cui il disagio psichico è un blocco emotivo a cui l’uomo ricorre per sfuggire al dolore. L’essere umano sin da piccolo, scontrandosi con le imposizioni e limiti impostigli nell’ambiente in cui vive, si costruisce una corazza, che lo separa dal mondo e lo protegge dal rischio di soffrire. Questa corazza conduce all’apatia, sottrae al gusto della vita e alla possibilità di essere felici. È una corazza che diventa prudenza e tiene lontani dalle emozioni. Ma queste, siano positive o negative, per quanto destabilizzanti e pericolose, sono fondamentali per un’esistenza piena. In “Ci sono dei momenti” (1972) Gaber racconta un’emozione a tutti nota: la tristezza. Parla di come ci sono dei momenti in cui il dolore prende il sopravvento, innescando un principio di alienazione, un egoismo assoluto e un disinteresse per il mondo. «Ci sono dei momenti che ho voglia di star solo rinchiuso in una stanza a pensare ai fatti miei, e almeno in quei momenti la mia disperazione, è troppo importante, esisto solo io». La stessa canzone descrive molto bene come nel desiderio di alienazione si celi anche una silente richiesta di aiuto: «In questi momenti cari compagni ributtatemi nella realtà!». In pezzi come “La leggerezza” (1974), “L’illogica allegria” (1980) o “Io e le cose” (1984), si dà spazio invece a quei sentimenti che fanno stare bene nel qui e ora, che regalano alla vita gioia e spensieratezza. Sono testi che parlano di un benessere che deriva dall’interezza appunto, da un equilibrio interiore che nasce da una sintonia con se stessi e il circostante.
Gaber con grande sensibilità cantava questi e tanti altri aspetti della condizione umana. Raccontava anche il bisogno di libertà dell’uomo, intesa come possibilità di partecipare e di incidere sulla realtà. Cantava una libertà che è terapeutica. E anche le sue canzoni e le sue interpretazioni sul palco erano, in un certo senso, terapeutiche. Sul palcoscenico comunicava profondamente con il pubblico e trasmetteva il suo interesse per la dimensione individuale e collettiva dell’uomo. Come un terapeuta, toccava il pubblico nel profondo. Con i suoi dubbi e le sue domande era in grado di sensibilizzare e risvegliare gli animi, aprendo il pensiero a nuove strade, a nuove risposte e possibilità. Il teatro diveniva dunque un’espressione artistica del setting psicoanalitico, dove la dimensione individuale e collettiva si fondevano e dove l’uomo poteva ritrovarsi più integro.
Il Teatro-Canzone di Gaber e Luporini rappresentava una situazione onirica in cui si andava oltre il solito pensare io sono buono, lui è cattivo, io sono sano, è lui malato.
Giorgio Gaber ci ha lasciati ormai da dodici anni, ma ancora resta vivo il messaggio profondo di cui era intrisa la sua arte: il fatto che nella nostra unicità e diversità, in fondo, siamo tutti simili: siamo buoni, siamo cattivi, siamo sani, siamo malati, ma sopra ogni cosa…siamo esseri umani.

Maria Cristina Giancarli

Foto: luigi9555 | Flickr | CCLicense