Luci, candele e mandarini

Andare in giro per le strade già addobbate a festa e vedere tutto quel luccicare la infastidiva, ma nello stesso tempo la emozionava. Un po’ come le sensazioni che si alternavano nelle sue giornate. L’unione degli opposti: la leggerezza e la pesantezza di pensieri contrastanti. Il Natale le ricordava questo. La città tutta illuminata ostentava felicità. E quell’ostentazione si scontrava con l’incompletezza di chi della fantomatica felicità era sempre in costante ricerca. “Dobbiamo essere tutti felici” urlavano in coro quelle luci. E nella sua mente affiorava una sola affermazione: “andate tutte al diavolo”.

Che poi Sara non voleva essere triste. E neanche malinconica. Non voleva però ostentare che per essere felici, bisogna per forza luccicare con tutto quello sfarzo e dirompenza. Una candela che inizia piano piano ad accendersi e a emanare calore, le dava maggiore rassicurazione. Si era sempre chiesta quante candele e luci ci fossero nella sua vita. Questo era forse il periodo dell’anno in cui tentava di chiederselo con maggiore insistenza. E cominciava quindi a interrogarsi su cosa significasse per lei la felicità. Che gran parolone: la felicità. Non sarebbe sufficiente solo dire “sto bene? Con me stesso e con gli altri?

Stare bene forse significa trovarsi perfettamente a proprio agio con i posti che si vivono, con le persone che si frequentano, con i mondi che si osservano giornalmente e con tutto ciò che impegna le nostre giornate. E forse è proprio il “trovarsi perfettamente” che ci frega. L’incastro perfetto, l’armonia perfetta, la situazione più giusta, la persona più giusta, il momento più giusto. Tutta questa perfezione e giustizia, saranno mai possibili? O forse stare bene significa soltanto saper ascoltare le proprie emozioni, nel bene e nel male. Liberarle dai pesi della mente, che prova sempre a mettere blocchi e paure alla consapevolezza che alcune di quelle emozioni ci piacciono. Cavolo se ci piacciono. Si dice che per ascoltarle, bisogna imparare ad attraversarle, provarle, percepirle. In una parola viverle. Insomma, hai detto niente! È così che mentre Sara si perdeva in continue elucubrazioni sulla vita, la vita era semplicemente quella che le accadeva davanti.

A riportarla a questo pensiero era l’odore dei mandarini. Passando dal suo fruttivendolo di fiducia sotto casa, spesso le veniva voglia di rubarne uno. E al primo spicchio, subito le risaliva in mente il ricordo di quando da bambina non aspettava altro che la notte di Natale, per sentire il calore della sua famiglia attorno a sé. Una candela si accendeva nel suo cuore. Quella candela la riportava a un unico pensiero. Uno sparo partito dall’odio irrazionale di uno sconosciuto aveva ucciso Luca. Lo aveva portato via senza preavviso. Senza alcun sospetto. Senza alcuna previsione. Luca non avrebbe mai potuto sospettare che andare al concerto di uno dei suoi gruppi preferiti gli avrebbe riservato la morte. Sara non avrebbe mai potuto prevedere che rinunciare a quel concerto, avrebbe significato rinunciare per sempre a Luca, salvando invece se stessa. E pensare che lei a quel concerto non era andata per ripicca, per uno stupido dispetto. Il dispetto invece glielo aveva riservato l’odio. L’odio di chi, sparando all’impazzata, mosso da vendetta verso chissà chi e in nome di chissà cosa, aveva portato via Luca per sempre dalla sua paura di vivere. Dal suo essere in attesa, dalla sua continua ricerca di conferme, dal suo procedere per tentativi ed errori, dalla sua costante ricerca della perfezione.

La perfezione fa paura. Immergersi nella vita fa paura. Morire fa paura. Travolta da questi pensieri e osservando le luci in festa, Sara rifletteva che se lui fosse stato ancora lì con lei, non avrebbe perso del tempo per i tanti e i soliti discorsi. L’unica cosa che avrebbe avuto voglia di dirgli sarebbe stata in un mondo che ci invita a essere felici ma ci invade di paura e terrore, l’unico tempo più giusto non sarebbe quello di fare l’amore?

Buon Natale Luca. Buona vita Sara.

Roberta Grandinetti