De-istituzionalizzare la paura
Uscire dall’imperante logica dell’emergenza

La paura del diverso, la paura dello sconosciuto, lo stress del controllo, l’ansia di essere costantemente in pericolo. Ci avviciniamo in questo modo al nuovo anno, ‘travolti’ dai recenti atti di terrorismo e dall’inquietudine di essere stati colpiti da qualcosa che non può essere facilmente ‘gestito, represso e allontanato’. Rimaniamo impotenti mentre la paura muove valanghe di consensi e fornisce soluzioni ‘semplici’ per problemi complessi, seguendo una logica dell’emergenza che attiva vecchi automatismi ma non risolve i problemi e alimenta un circolo vizioso fatto di odio, intolleranza e guerra.

La paura rifiuta la complessità, perché non ha tempo, non ha la tranquillità necessaria per vedere dietro i problemi le situazioni concrete che li generano e li mantengono nel tempo.

La paura ha una sua logica lineare e dicotomica capace di razionalizzare le azioni più meschine in nome della sicurezza.

La paura ha un suo apparato industriale e attiva risorse economiche enormi: fa crescere il Pil di chi vuole affrontare il pericolo comune.

La paura ha il suo ufficio comunicazione e promuove in modo deciso il proprio racconto in cui ci sono i buoni contri i cattivi, il male contro il bene e tutto è facilmente identificabile in base a caratteristiche ben visibili e confini chiaramente tracciabili su una cartina geografica.

La paura teme più di ogni altra cosa il dubbio.

La paura ha le sue istituzioni e se serve ne produce di nuove, istituzioni in grado di identificare e proteggerci dal male e dissolvere qualsiasi incertezza.

Accade così che dopo i diversi atti di terrorismo degli ultimi mesi, tutti siano diventati ragionevolmente più razzisti. Un razzismo rivolto in modo indistinto verso un’intera parte di mondo sconosciuto ai più e ora ‘deformato’ da uno sguardo impaurito e arrabbiato. Un odio ingiustificato e irrazionale si riversa su profughi e migranti che continuano ad arrivare in Europa sebbene gli attentatori di Parigi fossero cittadini europei, un fatto che rimanda a questioni molto diverse: dalla mancanza dei necessari processi di integrazione culturale, al crescente disagio delle periferie cittadine, all’odio che determinate strategie di politica estera inevitabilmente comportano. L’accoglienza, la conoscenza dell’altro, la condivisione di informazioni, unici fattori pratici in grado di vincere la paura, vengono tacciati di ‘buonismo‘ e nella distanza invalicabile che si crea, l’unica possibilità concreta per affrontare la paura diventa il delirio di poter controllare tutto.

In momenti come questo l’immigrato, e in particolare il musulmano, perde definitivamente il proprio status di persona e diviene oggetto di riflessioni e pensieri “su di lui”, mai “con” lui. Non interpellato, il suo silenzio diviene immediata minaccia e la sua diversità un segnale d’allarme. Come ben descritto nel libro di Ralph Waldo Ellison, Invisible Man, in cui un afroamericano racconta il proprio stato di alienazione nell’America degli anni ’40, il migrante dei giorni nostri si trova a vivere nelle periferie delle grandi città stretto in una condizione di anonimato forzata.

Io sono un uomo invisibile. No, non sono uno spettro, come quelli che ossessionavano Edgar Allan Poe; e non sono neppure uno di quegli ectoplasmi dei film di Hollywood: Sono un uomo che ha consistenza, di carne ed ossa, fibre e umori, e si può persino dire che posseggo un cervello. Sono invisibile semplicemente perché la gente si rifiuta di vedermi: capito? Come le teste prive di corpo che qualche volta si vedono nei baracconi da fiera, io mi trovo come circondato da specchi deformanti in durissimo vetro. Quando gli altri si avvicinano, vedono solo quel che mi sta intorno, o se stessi, o delle invenzioni della loro fantasia, ogni e qualsiasi cosa, insomma, tranne me”.

Tranne me, tranne la persona concreta in carne ed ossa, che veste di volta in volta il ruolo del migrante, del musulmano. Sapere chi c’è dietro queste etichette è la strada che porta alla vera sicurezza sociale. Ma per saperlo veramente, il migrante deve acquisire il diritto di essere una persona con la sua peculiare storia, identità e problemi. In altre parole deve acquisire dei diritti di cittadinanza ai quali corrispondono immediati doveri verso la comunità. E questo vale per tutta quella umanità esclusa – italiani compresi – che vive in una dimensione altra basata su lavori sottopagati, se va bene, o in sistemi economici centrati sull’illegalità. Solo sviluppando pratiche di inclusione e integrazione che rendano i nostri quartieri, anche quelli più poveri, delle comunità in cui le persone si conoscono e si accordano su principi di convivenza condivisi, si può arrivare a vincere la paura. Altrimenti si corre il rischio si produrre la realtà che temiamo in quella che in sociologia viene definita “la profezia che si autoavvera”, ossia una previsione che, per il solo fatto di essere considerata reale, genera l’evento predetto. E finché la nostra capacità di accoglienza e gestione dei migranti non migliora drasticamente siamo noi a produrre quei ‘delinquenti’ che poi vogliamo cacciare. Se non costruiamo una società più equa e più sostenibile da un punto di vista sociale, siamo noi a fomentare quell’odio tra civiltà che tanta paura ci provoca in momenti come questo.

Da dove vengono? Cosa succede nei loro paesi? Quale ruolo hanno i paesi occidentali in tutto questo? Sono solo alcune delle domande legittime da fare a chi decide di andarsene e di scappare dal proprio paese per i più diversi motivi. Forse scopriremmo che le risposte non sono così semplici, le soluzioni meno chiare e la distinzione tra buoni e cattivi più sfumata. Tuttavia è una base migliore per comprendere la realtà. Fino ad ora, la nostra ‘accoglienza’ si è basata su risposte inadeguate e sempre emergenziali, basate su grandi centri, grandi istituzioni, dove mettere migliaia di persone in un limbo che dura mesi o anni in centri ben distanti dalla nostra realtà, nella totale assenza delle necessarie politiche sociali di integrazione. Gli operatori di questi centri, per quanto possano essere ‘umani’, non hanno potuto fare niente per evitare i problemi che un modello concentrazionario di questo tipo produce: disagio, alienazione, emarginazione e assenza di controllo. In questi anni, in Italia, l’accoglienza dei migranti è stato un business per Mafia Capitale. Si guadagnava tantissimo sulla costruzione di  grandi Istituzioni dove parcheggiare e dimenticare i migranti, trattati come veri e propri oggetti di una speculazione economica disumana, degradante e dagli effetti devastanti sulle nostre periferie.

De-istituzionalizzare la paura significa aprirsi a sistemi di welfare che coinvolgano attivamente le nostre comunità. Significa attivare servizi, investire risorse, inventare lavoro e responsabilizzare le persone per migliorare drasticamente la qualità di vita delle aree più povere, dove terrorismo e odio attecchiscono più facilmente. Significa promuovere al contempo pratiche di accoglienza diffusa ed esperienze sostenibili sia per chi accoglie che per chi viene accolto. Se parliamo di accoglienza, dobbiamo praticarla, fare politica, produrre cultura e gestire progetti partecipati con le nostre comunità. Raccogliendo ad esempio le disponibilità di singoli e famiglie ad ospitare, supportando queste esperienze con operatori esperti e incentivi economici adeguati. Parlare di progettualità simili in momenti come questi è decisamente utopico, ma per certi versi necessario, in quanto l’utopia, seguendo Ernst Bloch, ha la funzione di darci, in rapporto allo stato di cose presente, il distacco che ci permette di giudicare quello che facciamo alla luce di quanto potremmo o dovremmo fare. E quando la paura e l’incertezza sociale divengono così forti, il rischio che vengano legittimate le istituzioni totali che gestiscono i problemi nella negazione dei diritti delle persone, è molto forte.

De-istituzionalizzare, ossia farsi carico delle persone in modo inclusivo e comunitario, è il modo più efficace di affrontare e vincere la paura del diverso e rendere facilmente evidenti le intenzioni della persona di volta in volta nascosta dietro la parola ‘migrante’ o ‘musulmano’. (E se le intenzioni si riveleranno cattive agire di conseguenza). De-istituzionalizzare la paura è uscire da una logica dell’emergenza per pianificare una società inclusiva, in cui la soluzione di questo tipo di problemi convenga a tutti, sia da un punto di vista sociale che economico. Una società in cui il controllo possa essere mediato dalla conoscenza reciproca e l’integrazione possa fornire sicurezza comportando una minor separazione delle vite e dei luoghi che attraversano una stessa città.

Foto: Penn State| Flickr| CCLicense