“La fine del nostro tempo”: Intervista all’autore

Abbiamo intervistato Danilo Campanella, filosofo, scrittore e docente dell’Universita’ Arsup, per parlare del suo ultimo libro: “La fine del nostro tempo”, edito della casa editrice Dissensi.

Un libro che si occupa della crisi economica e sociale che stiamo vivendo e come afferma lo stesso autore “nasce da un percorso durato 5 anni e ha un titolo che risuona come un armageddon, come se volesse dirci che non c’è niente da fare e in un certo senso è proprio così”.

Questo perché le possibili soluzioni richiedono una presa di coscienza radicale, un cambiamento nello ‘spirito del tempo’ di questi decenni.

Una rivoluzione, o meglio, seguendo l’eloquio filosofico e a tratti ermetico del nostro ospite, una rivelazione sul nostro modo di vivere in una società sempre più complessa e disorientante, prendendo atto che le ideologie del novecento sono state sostituite da nuovi processi politici e tecnologici in grado di manipolarci e renderci passivi di fronte agli eventi.

Quali sono i temi affrontati nel libro? 

“Vengono affrontati diversi punti. La prima parte e‘ una disamina storico-critica e anche sociologica dell’origine della crisi economica. Attraverso una serie di prove documentali e una storiografia accurata viene dimostrato come la crisi, questo sasso che rotola dal pendio, viene da molto lontano, da metà dell’ottocento fino ai primi del novecento con diverse crisi politiche ed economiche. C’è una seconda parte che si occupa del problema psicologico dell’uomo postmodernoInfine, una terza parte che vuole presentare delle prospettive, cioè quello che puo‘ accadere in senso distruttivo o anche in senso costruttivo successivamente a questo nostro periodo di grande crisi. E poi una conclusione in cui si tirano un pò le somme.”

La parte seconda del tuo libro si intitola “Tornare ad essere persone”, cosa intendi con questa espressione?

“Sicuramente la crisi che stiamo vivendo oggi e che ripeto viene da lontano non nasce per una causa psicologica ed emotiva, nasce per un tipo di gestione, un tipo di coscienza economica, in particolare imprenditoriale e finanziaria,  che ha portato a tutti i disastri che vediamo.

Ma la risoluzione o meno di questa crisi è data non soltanto dalla gestione economica, ma prima di tutto dalla nostra facoltà di porci in un certo modo, come persone e poi naturalmente come gruppi. Penso innanzitutto al mondo della politica.

La crisi e‘ data dal nostro modo di vivere e dalla politica. Ogni crisi non e‘ soltanto una crisi storica o una crisi economica ma e‘ anche una crisi interiore. Ogni uomo oggi tende alla acricita‘: non siamo più persone che vanno dentro ai problemi e alle questioni, non viviamo piu‘ di cultura ma soltanto di informazione. L’informazione, soprattutto quella dei giornali e dei massmedia dal postmoderno ad oggi, non informa dei fatti ma sui fatti.

Quindi l’informazione oggi non è la cultura, e questo lo pensava anche Nietzsche e altri pensatori dell’ottocento, i quali erano molto critici e forse anche un pò cattivi riguardo i giornalisti. Ma questa è un’altra storia. Il punto e‘: ritornare ad essere persone. Cosa significa? Innanzitutto bisogna distinguere l’individuo dalla persona. L’individuo è l’uomo in sè, ossia l’essere umano che è chiuso in se stesso, quello che i greci chiamavano l’egoista, ossia quello che si chiudeva nei propri affari privati, mentre la persona e’ l’uomo per sé’ in senso piu’ ampio, ovvero non soltanto per se stesso, ma anche per gli altri, per il lavoro, per la famiglia, e sì, anche aperto per un possibile assoluto, per un  trascendente.

Quindi la persona è l’uomo autocosciente, è l’uomo dotato di coscienza critica a 360 gradi, l’uomo che sa e vuole dire “Io sono”.

L’a-cricità dell’uomo moderno è come la cenere che ricopre la brace, l’autocoscienza. Questa acricità che rende l’uomo simile ad uno zombie, è data da tutte le sovrastrutture mediatiche, lavorative e di costume, che tendono a divertire, ossia a divertere, distrarci, in modo che possiamo occuparci di una vita che non è la nostra, ma e’ una vita che ci viene indicata da un mondo di volontà e di rappresentazione industriale, neanche più politica, perchè con la caduta del muro di berlino si è assistito alla finale dissoluzione dell’ultima delle grandi ideologie, dell’ultima delle grandi narrazioni: sia i nazionalsocialismi che i comunismi sono cessati.  Oggi, parlare di destra o di sinistra è un pò desueto.

Oggi ciò che conta è il mercato, ciò che conta è la finanza e tutto ciò che è spendibile. Chi serve, serve, chi non serve, non serve più.

Se un tempo l’indiustriale, pensiamo all’imprenditore, andava dal politico per avere la possibilità di avere dei benefit e avere uno sviluppo della propria realtà e del proprio mondo economico, oggi è il contrario, perchè oggi  chi da la possibilità a tutto il sistema sociale e sociopolitico di esistere è proprio la realtà economica e in particolare l’economia finanziaria.

Noi dobbiamo tornare ad andare dentro le cose, a coltivare e a coltivarci, a pensare alla cultura e non soltanto all’informazione e non perdere di vista soprattutto il fatto che la vita è una: può essere una vita meravigliosa, un tempo presente e meraviglioso. Dobbiamo cercare sempre di coltivare i nostri sogni, le nostre aspettative e tutto ciò che riteniamo sia buono e giusto nei confronti della nostra vita, senza affidarci totalmente a niente, soprattutto  ciò che viene dall’esterno: da fonti di propaganda, di pubblicità, da fonti di politica come la intendiamo oggi, e mantenere una coscienza critica.

Più noi siamo critici, e per critici non intendo una persona che ha sempre da ridire, ma una persona che ha sempre da dire e da pensare più siamo persone e più troviamo un posto nella società e nel mondo.”

Quanto è importante l’agorà di Bauman, ossia i luoghi in grado di trasformare i problemi privati delle persone in questioni pubbliche rivelanti?

“Noi siamo persone, ma il nostro essere persone, il nostro essere coscienti di essere noi, non emerge mai finché non c’è la relazione con l’altro. Quello che dice Baumann è vero, perché l’uomo è un’animale comunitario, è un animale sociale e relazione e ha bisogno della comunità (che non è la società) per maturare il suo essere persona, quindi la sua autocoscienza e il suo posto nel mondo. E questo manca oggi, perchè l’uomo tende a chiudersi in se stesso, come mero individuo. Le osservazioni di Baumann sono molto pertinenti, ma quello che manca oggi è il metterle in atto. Soltanto insieme potremo superare la crisi e non subirla.”

La terza parte del tuo libro si intitola ‘tempi nuovi si annunciano’. Quali?

“‘Tempi nuovi si annunciano’ è il titolo dell’inizio di un discorso tenuto da Aldo Moro. Quello che lui voleva portare con quel discorso era un messaggio reale, un messaggio di speranza.

Quando io parlo, in questo libro, dei tempi nuovi che si annunciano, che possono essere dei tempi di grande ripresa e di grande ricchezza in senso prettamente positivo, viene descritto  il ruolo che potrebbero avere gli enti privati, profit e no profit, nel superare la crisi.

Nel libro parli anche del possibile ruolo dell’economia partecipata.

“Pensiamo ai partiti operai, pensiamo alla forza degli oratori e al ruolo che hanno avuto nella rinascita del paese nel dopoguerra, pensiamo alle associazioni culturali. Gli enti no profit producono benessere ed esiste la possibilità che le associazioni possano sviluppare un vero sistema di Welfare.

Alcuni pensatori si sono chiesti: ma sono veramente necessari i partiti politici? Noi non possiamo rispondere a questa domanda. Per alcuni, come Pasolini o Simone Weil, no, non servono. Per altri, come Aldo Moro, Olivetti o pensiamo all’economista Toniolo, hanno una funzione sussidiaria: quindi il partito politico non è tutto anche se importante, ma intorno ai partiti politici e allo Stato, devono lavorare associazioni di liberi cittadini, che operano, faticano e sperano per un mondo che sia migliore e che fanno loro fattivamente all’interno dei loro progetti. Progetti umani per il sostentamento dell’uomo in quanto tale: dalla cultura, all’alfabetizzazione, alla sostenibilità, ecc.

La politica deve essere vivificata per permettere alle associazioni di avere un ruolo da un punto di vista economico e legislativo all’interno del Welfare.

Le associazioni permettono lo sviluppo di legittime istanze democratiche, di partecipazione e di discussione. All’interno del mondo associativo la persona ha la possibilità di sentirsi viva, di sentirsi operante e di sentire che serve a qualcuno o a qualcosa. Le associazioni possono essere un esempio di equilibrio e democraticità vivo e operativo. Le associazioni sono vacuoli di criticità.”

 

Danilo Scaringia

Edgardo Reali