Villas, l’anti-architetto per il sociale. Habitat sociale e salute mentale

Antonio Villas vive a Trieste in una splendida casa con giardino, arredata con gusto e originalità. Uno spazio accogliente (e non poteva essere diversamente) dove abbiamo avuto la fortuna di incontrarlo. Uomo semplice, brizzolato, sguardo vivo dal fare concreto e anticonformista, ci scruta con curiosità. Mentre parla si coglie in lui una certa vena nostalgica dei tempi in cui sperimentare nuove modalità di lavoro, in contesti istituzionali- istituzionalizzanti da trasformare, era più semplice. Architetto di molti luoghi di innovazione nella sanità e nella salute mentale, al servizio delle comunità e dei suoi ‘utenti’, veri committenti del suo lavoro: forse un anti-architetto, come lo definisce Fabrizia Ramondino in Passaggio a Trieste, la reale alternativa al modo di lavorare individualista degli archistar. Attento osservatore delle realtà sperimentali e dei processi di lavoro partecipato, quasi un ‘rompiballe’ quando non si lavora per l’innovazione e l’apertura degli spazi, nell’interesse di chi quelli spazi li deve vivere. L’abbiamo intervistato per comprendere al meglio il suo punto di vista su come dovrebbero essere i luoghi pubblici (ospedali, scuole, centri di salute mentale, ecc.) dove avvengono importanti processi di cura e cambiamento. Luoghi di cui, presi da altre “emergenze” che tolgono tempo e risorse, ci si occupa con sempre meno attenzione . Per questo il suo progettare gli spazi di cura in modo sensato, partendo dalla prospettiva di chi deve ‘abitare’ questi luoghi, diviene in sé un atto rivoluzionario (e probabilmente ‘terapeutico’ per gli utenti stessi).

D: Ci puoi dare una definizione di habitat sociale?
R: Io non sono uno che ama le definizioni, sono un personaggio estremamente operativo, parto dalle cose che ho fatto e quindi non posso che raccontare storie. Tutto è nato da un laboratorio che avevo a Trieste nel quale costruivo strani oggetti. Ad un certo punto mi è stato offerto di gestire una falegnameria all’interno di un contesto psichiatrico che dovevano gestire le cooperative sociali e dove dovevano lavorare persone con problemi di salute mentale e tossicodipendenza, con l’obiettivo di alzare il livello del lavoro in questo campo producendo oggetti di qualità. Mi è stato dato uno spazio e io ho pensato che dovesse essere il più bello possibile, quindi ho fatto un posto potentissimo espressivamente che ha cominciato a creare delle situazioni di rottura, rafforzando certe situazioni anche mentali delle persone che vi lavoravano. Ma una visione del genere contrastava con una visione neorealista che ha sempre governato la salute mentale. Quindi per me habitat sociale è un’esperienza concreta di trasformazione dei posti e anche delle persone che li abitano.

D: Quali sono state le tue linee guida nella costruzione degli spazi che hai creato in ambito della salute mentale?
R: I progetti sono stati sempre discussi e partecipati da coloro che dovevano praticare la salute mentale, quindi non nascevano da un gesto individuale mio. Anche se io ho fatto delle scelte di rottura, di rovesciamento per dei contesti che si occupano di salute mentale. Il conflitto riguarda i diversi modi di intendere la psichiatria e quindi lo spazio che la contiene. Se tu sei per uno spazio aperto che dà luogo a mille incontri informali fai un posto aperto destinato alle attività. Oppure fai un posto dove c’è la sala d’attesa dove si danno le medicine, dove ricevono i dottori. E’ questo il conflitto irrisolto che fa dell’habitat sociale una battaglia.

D: Tu definisci gli ospedali e le scuole degli anti-luoghi, ci vuoi parlare di questo?
R: Sono dei luoghi di cui non si vuole occupare nessuno. Molto spesso sono brutti, fatiscenti, in contrasto con quello che dovrebbero essere. Una scuola dovrebbe essere bella, attrezzata, luogo dove crescere le menti e invece il dibattito è su come fare il controsoffitto. Stessa cosa vale per gli ospedali dove la gente ci arriva già con delle preoccupazioni, con delle debolezze e si ritrova in posti dove non sa da dove entrare o uscire, sporchi e degradati. C’è un degrado verso il posto pubblico. Di contrasto, più lo spazio pubblico diventa una discarica, più lo spazio privato acquisisce importanza e bellezza.

D: Quindi lo spazio di cura come spazio non accogliente?
R: Si, perché non ci si chiede chi li deve abitare, sono contenitori di esseri umani. Manca il rispetto delle esigenze delle persone.

Barbara Petrini & Edgardo Reali

Foto: Peter Tandlund | Flickr | CCLicense