L’altra faccia del pallone

C’è il calcio fatto di gel, modelle, sceicchi e finanza, quello da grandi stadi o divani e pay-tv, quello che riempie giornali e tabloid, e poi tutto il resto, che è sempre calcio, ma periferia di quello miliardario, provincia un po’ spelacchiata e imbruttita, dove rimane solo il gel perché né modelle, né sceicchi, né finanza si affacciano mai. È il pallone delle squadre minori, quelle che dagli anni Cinquanta – ma anche da prima, da quando il calcio ha iniziato a diffondersi in tutto il territorio italiano negli anni Dieci del Novecento – sono partite dai campi parrocchiali o dei dopolavoro per conquistarsi una loro credibilità locale. Quel mondo che c’è ancora, va avanti, resiste, cresce molti giovani e spera che uno di questi crescendo diventi un gran giocatore.

C’è però altro da qualche anno a questa parte, qualcosa che in Italia ancora non si era mai visto e non parte dai bimbi per crescere, ma dai grandi per radicarsi, o meglio per rafforzare con il calcio un senso di appartenenza che già c’è, sia questo sportivo o comunitario non importa. Lo chiamano calcio popolare, ossia squadre ad azionariato popolare, a gestione allargata e gestita dal basso, molto spesso in modo volontario e autogestito, senza imprenditori, presidenti caccia soldi a comandare. Squadre che nascono quando e dove capita, da comitati di quartiere, centri sociali, gruppi di tifosi stanchi di come va il calcio, dell’infighettimento delle curve e della facile equivalenza tifosi uguali delinquenti in bocca a commentatori sportivi, gente comune e di tutte quelle persone che mai potrebbero capire il concetto di conquista della curva avversaria. Nascono perché sentono che c’è bisogno di altro, di qualcosa che torni a sembrare calcio, popolare nel senso di associazione di persone disposte a giocare, allenarsi, investire tempo e un po’ di denaro, gestire, muoversi e tifare. Perché è soprattutto in questo che il calcio popolare si differenzia da quello provinciale o suburbano tradizionale. Sono i tamburi e i fumogeni, i cori e gli striscioni a bordo campo, è il macello che si fa per ogni partita che quasi sembra di stare allo stadio e non su un campo di terra, buche e fango della periferia più estrema del calcio.

Una storia questa che nasce nel 1975 a Bologna quando un gruppo di studenti e ultras del capoluogo emiliano fonda la Libera Bologna come protesta per la vendita di Beppe Savoldi e nei confronti di un calcio che iniziava allora ad avere qualche colpo milionario di troppo. Partirono nel campionato amatoriale, ottennero il riconoscimento della Federazione. Vennero promossi al primo colpo, davanti ai soliti tre/quattrocento tifosi che li seguivano ovunque nella provincia bolognese. Poi arrivò il ’77, le bombe, il terrorismo e la Libera Bologna sparì velocemente come era nata. Per quarant’anni il modello Libera non fu più preso in considerazione. Riapparve nel 2010 a Firenze. Centro Storico Lebowski, squadra del capoluogo toscano finanziato e gestito dai tifosi, quelli della Curva Moana Pozzi, quelli che si sbattono quotidianamente per continuare a mandare avanti il club. Debutto in Terza categoria nel 2011/2012, da allora due promozioni e un presente in Prima categoria, centro classifica con vista però sulle posizioni migliori. Un progetto che si sta  ampliando, che ha partorito una formazione femminile di calcio a 5 e una squadra juniores. Il prossimo obiettivo è quello di creare un settore giovanile, dove far crescere i giovani con l’idea di un’idea diversa di sport, quella che spinse cinque dei fondatori del club, sempre meno appassionati al grande calcio, di scegliere di seguire nel 2004 le gesta della peggiore squadra della Terza categoria fiorentina, l’Ac Lebowski. Anni sugli spalti a tifare, poi la scelta di rilevare la squadra e trasformarla secondo il loro credo e ideali. Storia simile a quello dello Spartak Lecce, calcio popolare dal 2011, dell’Asd Quartograd di Quarto, hinterland di Napoli e calcio popolare dal 2012. L’Afro-Napoli United, squadra multietnica che prova attraverso il calcio a lavorare per l’integrazione dei migranti. Poi Roma, l’Ardita San Paolo, creata da ex tifosi della Roma schifati dalle misure repressive nei confronti del tifo e di un calcio che aveva iniziato a perdere fascino e credibilità. E l’Atletico San Lorenzo che raccoglie sugli spalti un intero quartiere, perché è un comitato di uomini e donne di San Lorenzo ad aver creato l’Atletico per inseguire con il calcio i valori di rispetto, solidarietà, lealtà, aggregazione e trasparenza. Un quartiere che riempie le tribune in casa e in trasferta, con sciarpe rossoblu alzate, fumogeni, cori e tamburi, che si è riappropriata della piazza per festeggiare vittorie e per bere vie le sconfitte.

Da sud a nord, l’Italia dell’altro pallone comprende anche Brutium Cosenza, Stella Rossa 2006 e Lokomotif Flegrea a Napoli, Ideale Bari, Pro Appio a Roma, Konlassata ad Ancona e San Precario a Padova. E poi altre in via di formazioni, che attendono l’iscrizione al campionato di Terza Categoria e che ora si stanno facendo le ossa nei tornei amatoriali. L’obiettivo è divertirsi e magari imitare l’Fc United of Manchester, squadra nata da quella parte delle tifoseria del Manchester United critica con l’acquisizione da parte dell’americano Malcom Glazer grazie a un esperimento di finanza creativa, che in pochi anni è riuscita ad arrivare alle porte del professionismo, con uno stadio di proprietà e un progetto “umano” di calcio.

Andreas Schalk | Flickr | CCLicense

Giovanni Battistuzzi