“Quando ho scelto di insegnare pilates alle donne musulmane palestinesi”

Nablus 2013 – Terminato l’ennesimo stage formativo di tre mesi e conclusa l’esperienza “mordi e fuggi” nel ramo ufficio stampa, tornavo a casa con la mia scarna valigetta, più affamata e confusa che mai.

L’idea di andare in Palestina nacque dunque sotto la spinta di questa esigenza: creare un ponte diretto tra i miei interessi e ciò che desideravo conoscere. Ovviamente non ero mai stata in un’area di crisi, né in una zona di conflitto e per quanto ci si possa documentare preventivamente, è difficile coglierne il senso finché non si respira la vita più semplice e quotidiana con chi in quei luoghi c’è nato e cresciuto. Così quella primavera partii come volontaria e seguendo un iter piuttosto intricato, riuscii a mettermi in contatto con una Ong del posto sita ad Askar Camp, uno dei tanti campi rifugiati che si trovano nell’area del West Bank.

Se questo popolo ha un dono è proprio quello della accoglienza e l’ospitalità con la quale si viene ricevuti abbattono rapidamente quelle barriere inevitabili che costituiscono la lingua, la cultura e uno stile di vita dettato da una guerra ad intervalli, così lunga nel tempo, tanto da sembrare parte naturale della storia di questa gente. Nonostante tutto però, non bisogna dimenticare che quelle differenze esistono e spero che la parola “differenza” non assuma una connotazione negativa a prescindere. 

Al di là del facile buonismo e del “siamo tutti cittadini di un unico mondo”, sarebbe superficiale non considerare la distanza che può intercorrere tra realtà di vita così lontane e questa attenzione diventa più che mai necessaria se si vuole trovare un incontro sincero e un punto di confidenza reciproco. Bisogna innanzitutto considerare che, quantomeno il campo rifugiati di Askar, è come un micro-mondo all’interno di antichi territori. Vi è una differenza sostanziale tra chi vive nelle storiche città del West Bank e chi si è insediato intorno ad esse ai tempi delle prime occupazioni da parte degli Israeliani.

Un giorno che ero con un gruppo di ragazzi residenti al campo, rimasi colpita dalle parole pronunciate da uno di loro. Eravamo fermi su un leggero altopiano che disegnava la fine e l’inizio di quel perimetro e tra storie e ricordi ci fu qualcuno che disse: “non andremo mai oltre questa terra e domani sarà uguale ad oggi“. La vita ad Askar si racchiude in questa frase. L’immutabilità del tempo e della condizione sembra data dalla “natura della vita” a cui queste persone sono state destinate nascendo lì. È una sorta di attesa con timer incorporato, solo che si è smesso di guardare lo scorrere del tempo. Forse si aspetta di tornare nelle vecchie case o forse il miraggio di una collocazione definitiva o peggio, si attende che prima o poi scoppi una nuova Intifada motivata da libertà sempre più ristrette. Tutte queste sfumature, la percezione netta di questo vincolo prestabilito, non può essere azzerato solo dalle buone intenzioni di chi viene ospitato in queste zone.

Quando mi proposi con alcuni progetti di volontariato all’interno del campo, cercai di tenere a mente questa atmosfera sospesa di chi si trova a vivere in una sorta di “off-zone”, uno spazio che per necessità si schiude e si risolve in un confine limitato e definito. Scelsi di lavorare con le donne, focalizzandomi su una attività apparentemente lontana e sconosciuta alla loro quotidianità, ma che allo stesso tempo partisse da un linguaggio universalmente riconoscibile: il corpo.

Può sembrare paradossale come idea; stabilire un punto di incontro proprio attraverso la dimensione fisica, ma fu proprio l’intimità sacra di una sfera tanto personale a portarmi in quella direzione. Inoltre, a mio avviso e per quel che avevo potuto comprendere, la storia di questo popolo è segnata dalla condizione del confine, inteso non più come sfera personale e di protezione, ma come limite e ristrettezza. Tutto ciò, volenti o nolenti, si amplifica quando ad esser protagoniste sono le donne di quei luoghi. Il corpo poteva dunque divenire quel mezzo attraverso il quale poteva rendersi possibile superare una storia segnata sia psicologicamente, che fisicamente, dal senso di una barriera costante.

È così che cominciai a tenere delle classi di pilates, ampliando pian piano l’attività in ben due campi rifugiati circostanti Nablus: Askar Camp e Balata Camp. Fu sorprendente vedere come l’iniziativa riscosse tanto seguito tra le persone. Non c’era timore o diffidenza, ma estrema curiosità e voglia di provare.

Al di là dell’immagine che può aleggiare intorno al pilates, ritenni che fosse esattamente quella l’esperienza adatta per avvicinarsi alla riappropriazione del proprio spazio. Difatti questo metodo lavora prima di tutto sulla propriocezione, andando a stimolare e sensibilizzare la propria capacità di percezione. È un tipo di esercizio che coinvolge in uno scambio continuo la mente come tramite per raggiungere il corpo. Viene stimolata una attenzione continua alla presenza, coinvolgendo la persona a sé stessa e con sé stessa. Il movimento, la postura, la respirazione, la stabilità o l’equilibrio, divengono tutti obbiettivi che ci riportano a noi stessi o meglio, dentro noi stessi.

Ho amato l’entusiasmo con il quale le tante donne conosciute hanno risposto, mi sono sinceramente appassionata alla loro volontà di superarsi in un approccio fisico tanto distante e così oltre il loro mondo. Tornata alla mia vita e alla mia città,  io per prima ho sentito di non aver accumulato l’ennesima esperienza più simile ad un esercizio di routine che a un percorso di crescita personale e professionale. Oggi questa strada prosegue nell’insegnamento del pilates.

Claudia Landolfi

Foto: Daniele Marcucci | CCLicense | Flickr