La riduzione del danno, questa illustre sconosciuta

In Europa è tra i quattro punti guida dell’intervento politico sulle droghe. L’RDD, la riduzione del danno da sostanze psicoattive (IHRA/ HRI, OMS, EMCDDA tra le organizzazioni più conosciute nella costruzione dell’impianto teorico della RDD), in Italia subisce ancora il forte ostracismo da buona parte delle infrastrutture politiche e sanitarie. Il nodo cruciale della RDD coincide non con la prevenzione o con la repressione dell’uso delle sostanze, quanto su una corretta informazione data ai consumatori per raggiungere appunto la limitazione del danno proveniente dall’utilizzo della droga. In questo quadro, si manifesta un’ulteriore linea non convenzionale rispetto al pensiero comune: la promozione del rispetto e dei diritti dei consumatori di droghe. Il termine “riduzione del danno” ha ormai una storia ventennale: è nata in Europa in risposta all’emergenza Hiv, nell’ottica di sanità pubblica, la priorità d’intervento si è spostata dalla “lotta alla droga” (l’eliminazione del consumo) alla riduzione del rischio di contrarre e trasmettere l’Aids, tramite la prevenzione rivolta ai consumatori di eroina per via iniettiva. Quindi uno sforzo più generale di anteporre la difesa della salute dei consumatori all’applicazione della legge penale e al mantenimento dell’ordine pubblico.

La RDD utilizza e include strumenti e competenze di diverso tipo: sociale, sanitario, farmacologico, psicologico, pedagogico e culturale. Un insieme di conoscenze variegate, che hanno prodotto risultati efficaci in ambito internazionale ma fortemente limitati da barriere ideologico-politiche nel nostro Paese. Nel 2011 Forum Droghe, CNCA, in collaborazione con il Cesda hanno prodotto un interessante Dossier di documentazione sul tema, nel quale si sostiene che “In Italia, la riduzione del danno – sebbene espulsa dal vocabolario governativo delle politiche sulle droghe e sulle dipendenze – conta centinaia di servizi, progetti e interventi. In alcune Regioni ha consolidato la sua esistenza come “quarto pilastro” delle politiche locali, grazie a linee guida e stabili programmi di intervento, in altre non è mai stata “sdoganata”: una geografia diseguale, raramente per ragioni scientifiche e epidemiologiche, più spesso per scelte politico- ideologiche che espongono territori e consumatori ad un accesso anch’esso diseguale a servizi e risorse. […] A differenza di quanto avvenuto in altri Paesi, inoltre, la carta del pragmatismo – che connota senso e pratiche della riduzione del danno- si è mostrata scarsamente incisiva, anche in contesti come le città metropolitane in cui potenzialmente questo approccio avrebbe potuto “pagare” in termini di mediazione sociale; per non dire dell’assenza di pratiche validate di prevenzione dell’Hiv e dell’epatite C in luoghi sensibili come il carcere, così come della crisi della riduzione dei rischi legata all’intrattenimento dietro la spinta delle politiche securitarie.[…] Negli ultimi anni, poi, operatori e servizi si sono trovati in una lunga fase di transizione e esposti a una forte necessità di innovazione: dei servizi, cui si affacciano nuovi gruppi sociali a fronte di tagli cospicui alle risorse; delle modalità di comunicazione e contatto dettate da nuovi consumatori e nuovi stili; dei modelli di intervento, mirati a traiettorie di consumo per cui sembra non valere più il semplice modello “dalla strada al Sert”.

ITARDD è una rete di operatori, consumatori, associazioni ed enti locali che promuove, sostiene e difende la Riduzione del Danno in Italia, attraverso la valorizzazione di competenze, professionalità e progettualità, la ricerca, l’informazione e l’azione di sensibilizzazione. Uno degli strumenti più utilizzati dall’ITARDD è il web-networking, come momento di confronto tra le varie istituzioni scientifiche, sanitarie e operative, partendo da iniziative locali sino ad arrivare a dibattiti che comprendano l’esperienza dei paesi esteri. Una comunicazione multitasking, che permette continui aggiornamenti sulla riduzione del danno. Altre iniziative riguardano l’opera sul campo, ovvero la costruzione di punti informativi laddove avviene spesso un uso non consapevole delle sostanze psicoattive: un esempio molto concreto può essere un rave party. In questo caso per ogni tipo di sostanza gli operatori promuovono la conoscenza della RDD, andando ad incidere sulla qualità dell’assunzione e cercando di evitare quelle situazioni che possono danneggiare ulteriormente i consumatori. Sintetizzando, una somma di conoscenze che spazia a 360 gradi, e che tende ad avere un approccio differente rispetto ai soliti cliché sulle droghe. Pochi, pochissimi però – almeno nell’opinione pubblica – sono a conoscenza di questo tipo di lavoro. Riconosciuto e sostenuto, fuori dal nostro Paese, con risultati di beneficio sulla salute pubblica.

Sempre ITARDD parla di “scomparsa della RDD dal vocabolario italiano” e che mentre in Europa è valorizzata come approccio per governare il fenomeno, in Italia i servizi di RDD non sono stati sostenuti in questi anni. Non solo, secondo la rete ITARDD, il Governo Italiano, tramite il DPA (Dipartimento Politiche Antidroga), ha cancellato questa strategia. “È tempo che in Italia il dibattito sulle politiche sulle droghe riparta, e questa volta ispirato alle linee guida europee e libero da tensioni moraliste o ideologiche”. Queste ideologie che limitano la pratica dell’RDD, sarebbero il muoversi del DPA in maniera del tutto scollegata dalla base, da operatori e studiosi dei fenomeni sociali legati al consumo, “disegnando una traiettoria oltranzista e giudicante che si fregia di presentare come “verità scientifica”. Da anni non viene convocata la Conferenza Nazionale sulle droghe che, come detta la legge 309/90, è la sede dove dovrebbero essere valutati sia il lavoro degli operatori e dei servizi sia le politiche nazionali, né vengono elaborate le linee guida che potrebbero costruire un sistema di assistenza e cura coordinato sull’intero territorio nazionale”.

Le campagne informative sugli effetti ricercati e collaterali delle sostanze non esistono, ma sono surclassate da costosissime “campagne fallimentari, impostate con approccio deterrente e moralistico, cui si sono accompagnati i silenzi colpevoli dell’intero mondo dei media, sempre pronto a buttarsi sul sensazionalismo dei singoli casi estremi più che su una informazione laica e documentata”. L’importanza delle campagne comunicative è legata all’obiettivo di limitare l’uso “sommerso”. Le campagne esistenti sono al contrario cariche di messaggi autoreferenziali, “moralizzanti” e paternalistici, inefficaci, retorici e centrati sulla stigmatizzazione del consumatori. Senza considerare i costi: 43 milioni in 3 anni, a fronte “dei drastici tagli di Regioni e Comuni che si sono tradotti nella riduzione, quando non nella scomparsa, dei servizi di prossimità che operano nelle strade delle città, mentre enti e servizi pubblici vengono gradualmente depauperati nei budget e nel personale. Il DPA non perde occasione di vantare i grandi risultati della propria strategia, primo fra tutti la diminuzione dei consumi di sostanze, sostenuta sulla base di prove la cui scientificità è messa in dubbio da più parti. Il lavoro sul campo invece evidenzia che i consumi sono tutt’altro che in diminuzione, come non lo sono le infezioni da HIV o da HCV.

Insomma, mentre un intero sistema di servizi è in sofferenza, la legge ancora persegue e penalizza i comportamenti che sono la quotidianità dei consumatori, come il possesso di sostanze, e così in carcere ci finiscono consumatori o piccoli spacciatori. Data la situazione di sovraffollamento e la mancanza di risorse, anche le condizioni di salute dei detenuti si aggravano ed è impossibile qualsiasi percorso terapeutico. Il 12 febbraio 2014, la Corte Costituzionale ha stabilito l’incostituzionalità della cosiddetta legge Fini-Giovanardi (e di conseguenza si tornata in vigore la precedente legge Iervolino-Vassalli con l’aggiunta di alcune modifiche apportate dal decreto Lorenzin che tendono a differenziare le droghe leggere, nella fattispecie hashish e marijuana, dalle così dette droghe pesanti). Nonostante sia stato riconosciuto ai detenuti il diritto di ottenere il ricalcolo delle pene c’è però chi è ancora in carcere illegittimamente e non riesce a far valere i propri diritti, causa lentezze giudiziarie e i registri informatici che non riescono a rilevare le richieste. Tanti quindi hanno già scontato la pena illegittima fino alla fine e molti, alcune migliaia, sono ancora in carcere in attesa che venga fissata la Camera di consiglio.

Simone Lettieri

Enrico Cicchetti