Le radici affettive e immaginative del Sé: alla scoperta dell’approccio neuropsicodinamico

a8f026ccover25250.jpegIntervistiamo il dott. Antonio Alcaro, psicoterapeuta e ricercatore in neuroscienze, che ci introduce ai temi che affronterà nel seminario dal titolo Neuroarcheologia del sé: radici affettive ed immaginative della vita mentale” del 31 marzo a Roma. Temi che riguardano il dialogo tra le neuroscienze e la psicologia dinamica nel tentativo di studiare e comprendere i complessi processi alla base delle capacità immaginative, affettive e alla costruzione stessa della
nostra identità. In questa intervista approfondiamo il significato di molti dei concetti chiave del seminario, concetti alla base del capitolo “Le radici affettive e immaginative del Sé. Un’indagine neuroetologica sulle origini della soggettività” del libro “La Plasticità del Sé. Un approccio neuropsicodinamico“, che il dott. Antonio Alcaro ha scritto insieme al celebre neuroscienziato e psicobiologo Jaak Panksepp.

  • Cosa si intende per neuroarcheologia della sé?

Per neuroarcheologia del Sé si intende lo studio degli strati (o livelli) evolutivi della soggettività, ciascuno dei quali è legato a particolari aree del cervello. La teoria neuroevolutiva più conosciuta è quella di Paul MacLean. Egli ha distinto tre regioni cerebrali: il cervello rettile, sede degli istinti; il cervello limbico, sede delle emozioni; ed il cervello corticale, sede dei processi cognitivi tipicamente umani. La teoria di MacLean è stata recentemente modificata ed ampliata da Jaak Panksepp, di cui è attualmente disponibile un testo in lingua italiana, dal titolo <<L’Archeologia della Mente>>.

  • Cos’è o come può essere definito un archetipo?

Secondo la teoria junghiana, gli archetipi sono <<istinti di immaginazione>>, cioè sono predisposizioni innate a formare un certo tipo di rappresentazioni mentali. La presenza degli archetipi è rintracciabile nelle mitologie, nelle religioni, nelle fiabe e nelle tradizioni del folklore popolare, in cui compaiono motivi simili, se non addirittura identici, tra culture distanti ed indipendenti. La presenza degli archetipi è anche riscontrabile nei deliri di pazienti schizofrenici. In tali casi, a causa di una certa fragilità della struttura della mente personale (Io), è possibile osservare l’irruzione di contenuti collettivi inconsci nella coscienza.

  • Qual’è il rapporto tra immaginazione e istinto?

Nella tradizione etologica, il concetto di istinto si riferisce ad un pattern innato di comportamento, cioè una sequenza di atti motori diretti ad uno scopo che non sono stati appresi dall’animale, ma che vengono messi in atto a causa di una predisposizione ereditaria. L’esempio classico di istinto nella specie umana è la tendenza innata del bambino a cercare il seno della madre ed a succhiare il capezzolo.

Pe immaginazione si intende invece la capacità di creare delle rappresentazioni mentali che non dipendono da ciò che è immediatamente presente nel campo percettivo, ma che sono  piuttosto il frutto di una elaborazione creativa del soggetto. L’esempio più evidente di immaginazione sono i sogni, quando siamo addormentati e quasi completamente sganciati dal contatto con l’ambiente esterno, mentre la mente naviga all’interno di scenari immaginativi spesso estremamente realistici e ad alto contenuto emozionale.

Non è certo semplice definire il rapporto tra istinto ed immaginazione. Per certi versi potremmo dire che l’attività immaginativa è in buona parte una capacità istintuale della mente. Infatti, veniamo al mondo con l’innata predisposizione ad immaginare ed a sognare. Addirittura, gli studi neurobiologici indicano che l’attività onirica comincia sin dentro l’utero materno e che sin dai primi mesi di gestazione il feto passa una gran porzione di tempo nella fase REM, che è lo stato neurofisiologico associato ai sogni. Inoltre, gli esperimenti sugli animali indicano che la capacità di sognare ed immaginare è una caratteristica di tutti i mammiferi, ed anche degli uccelli, e ciò sembra associato allo sviluppo di capacità creative che non sono presenti nelle altre specie.

  • Cosa si intende per sé affettivo e sé immaginativo?

In un capitolo di un libro scritto con Jaak Panksepp, abbiamo definito il Sé affettivo come lo strato primario della soggettività, il più arcaico dal punto di vista evolutivo. Esso è caratterizzato dalla capacità di provare degli stati emozionali come la rabbia, il desiderio, la gioia, la tristezza, la paura, ecc.. Nella sua condizione primaria, il Sé affettivo non è in grado di dar vita a rappresentazioni di situazioni o oggetti, per cui gli stati emozionali primari dominano il capo della coscienza in modo assolutamente indifferenziato.

Il Sé immaginativo rappresenta invece il secondo stadio della soggettività. Esso è caratterizzato dalla tendenza innata a formare rappresentazioni immaginative che si costruiscono intorno a stati affettivi dominanti. La massima espressione del Sé immaginativo si ha durante la fase REM del sonno, quando l’attivazione neurometabolica di alcune aree del cervello crea le condizioni per l’ingresso di immagini oniriche nel teatro della coscienza.

  • Bion parlava di pensieri senza pensatore. Ci puoi spiegare meglio cosa si intende con questa espressione?

Il senso comune è portato a credere che il soggetto, cioè la presenza di una identità soggettiva, è la condizione necessaria per lo sviluppo di una attività mentale. Al contrario, Bion riteneva, come d’altronde anche Jung, che gli stadi originari della mente sono privi di un soggetto definito, così come di una chiara distinzione tra soggetto ed oggetto. Al contrario, gli stadi archetipici della mente sono animati da processi e funzioni, prevalentemente di carattere emozionale, prive di un soggetto di riferimento, e sono dunque come <<pensieri senza pensatore>>. Chiunque abbia familiarità con i disturbi psichiatrici gravi conosce in fondo quanto questi concetti riescano a spiegare alcuni sintomi che altrimenti ci apparirebbero incomprensibili. Prendiamo, ad esempio, un delirio paranoico. In questo caso, il pensiero di essere perseguitato è talmente radicato che risulta quasi impossibile convincere il paziente della sua infondatezza attraverso un discorso razionale o basato sui fatti. Questo si verifica in quanto la sensazione di essere perseguitato precede nel paziente il suo stesso senso di identità personale, anzi, ne è a fondamento. Per certi versi non esiste un Io che non sia perseguitato, e se noi cerchiamo di correggere questa convinzione nel paziente stiamo paradossalmente attaccando il fondamento della sua identità personale.

6) Cosa studia la neuropsicodinamica?

La neuropsicodinamica è un concetto che è stato recentemente utilizzato in un libro dal titolo <<La plasticità del Sé: un approccio neuropsicodinamico>>. L’intento del libro è stato quello di provare a far dialogare le neuroscienze con la psicologia dinamica. Già dal 1999, era sorto il movimento della Neuropsicoanalisi, capitanato da Mark Solms e Jaak Panksepp,che ultimamente si sta diffondendo in tutto il mondo. Ora, mentre la Neuropsicoanalisi parte da una prospettiva rigidamente freudiana, la neuropsicodinamica si propone di allargare il quadro concettuale, ed includere dunque teorie psicodinamiche non necessariamente di matrice freudiana o post-freudiana.

 

Immagine di copertina: Horizontal section of rat brain di ZEISS Microscopy, CC BY-NC-ND 2.0