Bipolarismo e psicofarmaci. È solo una moda?

Il Centro Studi e Documentazione Luigi Attenasio-Vieri Marzi di via Monza 2, ospita al suo interno una biblioteca tematica sulla salute mentale in continua evoluzione. Al momento, questa contiene circa 1200 volumi di psichiatria, psicologia, neuroscienze ed etnopsichiatria, oltre a numerose riviste, tesi e materiale multimediale. Tra questi ha colpito la nostra attenzione il volume di Joel Paris, Lo spettro bipolare, Diagnosi o moda? edito da Raffaello Cortina Editore nel 2015. Innanzitutto, cosa si intende per spettro bipolare?

Il disturbo bipolare, ovvero l’alternarsi o il coesistere di episodi di depressione e mania, è solo la punta estrema di un insieme di disturbi dell’umore che nel complesso si definisce spettro bipolare. I disturbi che appartengono allo spettro bipolare sono molteplici, tutti in sostanza caratterizzati da alterazioni dell’umore. Come ci dice Paris questo disturbo si differenzia da altre categorie diagnostiche, in psichiatria, perché molto più vicino ad una malattia medica, la cui natura viene letta quasi esclusivamente in termini biochimici. L’ampliarsi dei confini diagnostici della categoria del bipolarismo ha fatto si che si allargasse l’offerta di psicofarmaci che potessero offrirne un trattamento efficace e definitivo. Questo ha comportato una rassicurazione per gli psichiatri, in quanto hanno potuto dare una risposta ai pazienti (il cui disturbo non era chiaro o non rientrava in categorie diagnostiche definite) e al tempo stesso ha rassicurato molti pazienti consentendo di sentirsi vittime di uno squilibrio chimico.

Cosa possiamo definire diagnosi e cosa una moda? Dove si pone il confine tra una diagnosi corretta e una moda diagnostica? L’autore apre una riflessione sull’eccessiva frequenza della diagnosi di disturbo bipolare e sulle conseguenze negative in termini di trattamento clinico. A rendere ambigua e al tempo stesso diffusa questa diagnosi sono differenti motivi: un sistema diagnostico ancora basato quasi esclusivamente sulla fenomenologia (sintomi riferiti dai pazienti e segnali interpretati dai clinici), categorie poco chiare considerate varianti del disturbo bipolare, l’irritabilità indicata come sintomo alternativo alla presenza di un umore anormalmente elevato, la teorizzazione di uno “spettro bipolare” che contempla forme sfumate del disturbo e l’adozione di strumenti di screening sensibili a caratteristiche non specifiche per il disturbo bipolare (alcuni di facile reperibilità tanto da essere divenuti strumenti clinici popolari). Quando parliamo di ambiguità ci riferiamo a lacune nella conoscenza che causano il prosperarsi delle mode dove finisce per preferirsi la certezza all’incertezza.

Un esempio di confusione è quello della ricerca di una relazione tra abuso di sostanze e bipolarità. Paris, ci spiega attraverso alcuni studi che coloro che fanno uso di cocaina e di alcol sono dei soggetti bipolari mascherati, infatti i sintomi dello spettro bipolare svaniscono non appena smettono di abusare di queste sostanze. Ad esempio i cocainomani presentano tratti associati all’aggressività e alla ricerca di stimolazioni; mentre i consumatori di alcol possono sentirsi euforici, stare svegli tutta la notte, spendere molto denaro e avere un comportamento sessuale promiscuo. Quindi in assenza di dati consolidati, il legame tra il disturbo bipolare e l’abuso di sostanze rimane, nella migliore delle ipotesi, un argomento altamente speculativo. Concludiamo citando Paris: “Le diagnosi psichiatriche entrano a far parte della consapevolezza condivisa e plasmano il nostro modo di pensare la condizione umana. La diagnosi di disturbo bipolare è diventata parte del linguaggio comune… è diventata una sorta di metafora sociale, una sorta di slogan che descrive quegli sbalzi di umore che prima o poi proviamo tutti. Chiunque sia eccessivamente allegro, parli troppo, o si mostri irritabile deve iniziare a preoccuparsi di non essere etichettato come bipolare.

Claudia Fonti

Barbara Petrini