La Tenda: riduzione del danno nella periferia di Roma

È il 1982 quando le donne e madri di Tiburtino III e Pietralata, quartieri romani della periferia sud-est della città, mettono in scena una protesta accampandosi per 35 giorni in una tenda all’incrocio tra Via Tiburtina e Via del Frantoio. L’obiettivo era accendere i riflettori sulla piaga della tossicodipendenza che soprattutto in quei territori stava diventando una vera e propria emergenza sociale. Sulla scia di questa esperienza, un anno dopo nasce l’associazione La Tenda, che ancora oggi con diversi progetti lavora nel territorio del V municipio. Con Annalisa Ricci, dottoressa e operatrice dell’associazione, abbiamo parlato del servizio che più di tutti si spinge in prima linea per affrontare situazioni di marginalità legate alle dipendenze: l’unità di strada, “un servizio di bassissima soglia, il cui punto di forza è proprio l’accesso diretto delle persone a cui è rivolto”.

Che tipo di attività fate e in che contesto lavorate?

Con l’unità di strada lavoriamo nel contesto della stazione Tiburtina, dove abbiamo ormai una postazione fissa, mentre prima ci spostavamo di più sul territorio del V municipio. Il target del servizio sono quelle che oggi va di moda definire “le fragilità del territorio”: tossicodipendenti, alcolisti e senza fissa dimora, italiani e stranieri.

Siete presenti anche in altri territori?

No, anche se questo è un servizio della Regione lavoriamo solo su Roma e soprattutto nell’ambito di quel municipio e quel territorio. L’unità di strada che facciamo li è un po’ diversa dall’unità di strada “classica”, presente su altri territori della città di Roma. Le unità di strada sono nate negli anni ’70 per lavorare sulla riduzione del danno relativo all’uso di sostanze, soprattutto di eroina.

Come gestite questa attività?

Dall’inzio a oggi il progetto è un po’ cambiato, proprio perché sono stati compresi anche gli alcolisti e in seguito i senza fissa dimora. In sostanza abbiamo iniziato a lavorare anche con chi è a rischio dipendenza, intervenendo non solo sulla riduzione del danno ma anche sulla riduzione del rischio. Nel turno siamo sempre in due, l’equipe è formata prevalentemente al momento da psicologi. Al momento ci sono solo io come medico, ma in altri periodi migliori siamo stati in due e c’era anche un infermiere. Sarebbe prevista e in passato abbiamo avuto la figura del mediatore culturale, visto il territorio in cui lavoriamo dove almeno metà dell’utenza è formata da stranieri, soprattutto rumeni.

Quali sono gli obiettivi del servizio?

L’obiettivo primario è la riduzione del danno sul territorio. La parte classica del servizio, rivolto ai tossicodipendenti, riguarda lo scambio di materiale sterile, l’informazione e la consulenza medica sul posto, ma serve prettamente a ridurre il rischio di malattie legate all’uso di sostanze per via introvenosa. Dopodichè noi facciamo anche una riduzione del danno rivolta agli altri utenti e cioè ridurre le complicanze, anche e soprattuto, in ambito medico rispetto a tutte le patologie relative all’abuso di alcol e che possono riguardare un’utenza marginale che vive per strada e ha bisogno di assistenza sanitaria primaria. Si tratta di persone che non avendo domicilio o lavoro risultano irregolari, non possono quindi accedere al medico di base e non hanno garantita un’assistenza sanitaria di base.

Quali risultati sono stati raggiunti in questi anni di attività?

Proprio di recente abbiamo fatto una valutazione del servizio e degli interventi, attraverso questionari messi a punto con l’aiuto di una figura esterna che ha analizzato i nostri dati. Si possono contare moltissimi interventi, oltre alla prevenzione del danno. C’è un’alta percentuale di contenimento psicologico su queste persone fragili ed emarginate, che cerchiamo poi di fare rientrare quando possibile nella rete dei servizi del territorio.

Con quali risorse riuscite ad andare avanti?

Pochissime! Dal 2008 ci sono stati dei cali. Come dicevo questo è un progetto della regione, e come tale veniva rinnovato ogni tot mesi… 12, 24 più proroghe varie. Purtroppo tra un rinnovo e l’altro, nonostante i risultati concreti, hanno pensato bene di tagliarci i fondi. Pur avendo inviato relazioni sul tipo di lavoro e gli interventi fatti, non glien’è importato nulla. Abbiamo cominciato a segnalare problematiche anche di italiani che sono finiti a vivere per strada o nei centri di accoglienza per la perdita del lavoro o dell’abitazione. Queste situazioni di irregolarità, soprattutto sanitarie, abbiamo iniziato a segnalarle dal 2008 ma solo adesso inziano ad essere notate.

Anita Picconi

Marica Sicilia