Avevamo pensato, ora abbiamo capito

ANTONELLO D’ELIA

Avevamo pensato che fosse solo un’emergenza quella della Regione Lazio in cui la Sanità, capitolo di spesa più importante dell’amministrazione, fosse commissariata, senza assessore, senza una politica sanitaria che non fosse quella dettata dal MEF.

Avevamo pensato che una parte delle conseguenze di questa vacanza istituzionale fosse dovuta alla litigiosità degli psichiatri che in Regione non avevano dato bella prova di sé e della propria capacità di difendere almeno le ragioni della propria disciplina. E che la gestione amministrativa della Psichiatria regionale fosse una conseguenza inevitabile, una tecnocrazia che subentra alla incompetenza specialistica e della politica.

Poi, col tempo e con i fatti, abbiamo capito. La politica non aveva fatto un passo indietro ma affidato alla burocrazia il lavoro di pulizia riservandosi i propri spazi per proseguire i disegni di smantellamento della assistenza pubblica e l’apertura di strade lastricate per quella privata accreditata, cioè a spese del pubblico.
La psichiatria territoriale ha avuto delle risorse che ne hanno fatto un esempio da perseguire anche fuori dai confini nazionali: non solo la cultura dell’ascolto e del rispetto, non solo il riconoscimento della sofferenza personale e familiare, non solo la difesa dei diritti dei malati. L’arma ‘segreta’ è stata la capacità di prendere in carico, nella continuità terapeutica in gruppi multiprofessionali di lavoro e in una dimensione dipartimentale, cioè nella coerenza dei vari momenti di intervento, la fase acuta, quella della cura e dell’assistenza nella comunità, nel territorio. Questo ha distinto la nostra storia, questo ha reso possibile prima dimettere dai manicomi e poi curare nei luoghi di vita.

La demolizione della continuità e delle équipe di lavoro non è pertanto un atto di insensibilità amministrativa, non è un attacco alla dimensione umana e sentimentale del lavoro psichiatrico, ma costituisce la messa in pregiudizio della sua stessa efficacia, una misura antiscientifica non certo di risparmio e ottimizzazione delle risorse. Come se l’alta specializzazione della chirurgia dei trapianti fosse affidata di volta in volta a personale di sala operatoria reclutato qua e là tra un ambulatorio e una corsia qualsiasi. Perché l’intervento con la psicosi è di altissima specializzazione pluriprofessionale e non un gesto di umana carità.

Ridurre in povertà i Servizi Psichiatrici, svuotarli di personale, a tutti i livelli, vuol dire trasformare un modello di assistenza in semplice erogazione di farmaci e di prestazioni di emergenza. Vuol dire distruggere la storia di una disciplina sanitaria e sociale ma soprattutto attentare, con indifferenza, alla vita di utenti e famiglie. Il Servizio Pubblico, senza i suoi strumenti di lavoro, le persone, le relazioni continuative e plurime delle équipe, in poco tempo non avrà nulla di diverso dall’offerta privata fatta di prescrizioni farmacologiche, colloqui psicologici spacciati per psicoterapia, posti letto in cliniche o altre residenze che riproducono la soluzione dell’internamento superata nel 1978.

Abbiamo finalmente capito che questo era il disegno: uniformare al basso, anzi all’infimo, la psichiatria pubblica a quella privata, smantellare la prima in quanto impoverita e meno accessibile della seconda, trasformare la possibilità di cura in mera assistenza da svolgersi in luoghi separati, a spese comunque pubbliche. Nessun contesto privatistico è in grado di sostenere e garantire trattamenti psichiatrici e riabilitativi a lungo termine, molto costosi e di gran lunga meno remunerativi delle soluzioni che adottano posti letto e praticano il distacco del malato dalle sue risorse di appartenenza. E’ la fine di un’era e l’avvio del tempo dell’abbandono.

Antonello d’Elia

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