180 di questi anni: vivere l’altra metà dell’informazione

Ripensando a questi anni, c’è stato un momento, in particolare, in cui ho pensato che stavamo percorrendo la strada giusta. Eravamo davanti alla regione Lazio per fare delle interviste a medici e infermieri romani che stavano protestando per i ciclici e devastanti tagli lineari alla sanità pubblica romana. Ad un certo punto, nel caos generale, intercettiamo il direttore di un importante struttura ospedaliera della città e gli facciamo un’intervista seria, professionale e anche piuttosto  dura con una tagliente domanda finale (Questa manifestazione può realmente cambiare qualcosa?). Finita l’intervista, il direttore, non proprio contento della propria risposta, ci guarda un po’ preoccupato e ci chiede: “Di che testata giornalistica siete?”, non avendo alcun dubbio sulla nostra identità.

Radiofuorionda!” fu la risposta orgogliosa dell’insolito trio d’inchiesta formato da due pazienti psichiatrici e un giovane psicologo. Quella domanda banale rappresentava per noi un grande traguardo: il riconoscimento di quello che stavamo facendo, il punto d’arrivo di un percorso di inclusione e integrazione portato avanti con diverse attività e laboratori che trovavano espressione, e la trovano ancora oggi, in una radioweb sulla salute mentale.

Si cominciava ad affacciare l’idea di realizzare una vera e propria testata giornalistica, un’idea nata dai pazienti stessi e gli operatori che si rendevano conto di poter fare un ottimo lavoro insieme.

La professionalità c’era ed era anche molto alta tra i pazienti stessi e i giovani professionisti della comunicazione che svolgevano il ruolo di formatori.

“Perché no?” ci si diceva, con un certo gusto per la sfida e con la voglia di voler sorprendere e sorprendersi.

Tuttavia, un buon esame di realtà era piuttosto impietoso, perché le difficoltà burocratiche ed amministrative nella realizzazione di questo progetto erano veramente tante. Una lunga serie di ragionevoli ‘no’ si contrapponeva a questa iniziativa e per tutti i possibili no, come in ogni grande storia che si rispetti, c’è stato un nemico, un alleato decisivo e un colpo di scena.

180 gradi è frutto di una storia lunga, ricca di persone, esperienze, connessioni, idee: una storia così complessa che spesso averne una visione d’insieme non è facile neanche per chi ci lavora. Inevitabili conseguenze dell’indispensabile lavoro di rete che serve per supportare un progetto come questo. L’Asl Roma2, che ha dato fiducia e spazio al nostro lavoro, il consorzio zona180 con le sue realtà in perenne ricerca di innovazione e umanizzazione dell’assistenza, le associazioni presenti sul territorio e la Tavola Valdese, che con il suo finanziamento ha dato un impulso decisivo: tutti i diversi nodi di questa rete hanno dato un contributo fondamentale per creare questa piccola, ma grande realtà, vincendo abitudini, rigidità, resistenze individuali e collettive, percorsi burocratici tortuosi e mancanza di risorse.

Il tutto per sostenere un gruppo di lavoro nato sull’ipotesi ormai sempre più confermata che il disagio mentale può essere affrontato investendo sulle risorse individuali delle persone. Perché l’assenza di prospettive, di un reddito minimo, di possibilità formative e lavorative sono l’altra metà delle informazioni spesso non scritte nelle cartelle cliniche dei pazienti o nelle pagine di approfondimento dei giornali. Persone escluse da quel orizzonte comune di aspettative necessario per progettarsi nella vita e nel futuro.

180 gradi, infatti, è l’esito di un gruppo di lavoro in continua trasformazione cresciuto insieme in questi anni, rispecchiando la crescita personale e professionale di chi l’ha portato avanti: da attività di socializzazione a laboratorio espressivo, da progetto di inserimento lavorativo ad agenzia di comunicazione e testata giornalistica online.

Un gruppo di lavoro che si è conosciuto nell’insolito contesto delle attività di riabilitazione psichiatrica realizzate dall’Associazione Fuori Onda nel CSM di Piazzale Tosti a Roma: i suoi membri sono ‘pazienti psichiatrici‘, ‘psicologi‘ e ‘professionisti della comunicazione‘.

Già fare questa suddivisione in parte ‘tradisce’ lo spirito con cui fin dall’inizio sono stati strutturati i laboratori. Infatti, noi ci chiamiamo per nome proprio, ci diamo del tu e ci relazioniamo in base ai diversi ruoli svolti all’interno delle nostre attività di comunicazione.

Tuttavia, diviene utile ri-affermare i differenti  ‘ruoli sociali‘ del nostro gruppo di lavoro solo allo scopo di far capire perché in questi anni abbiamo deciso di ‘de-costruirli’ radicalmente, ovvero di annullare la distanza esistente tra chi è lì per curare e chi per essere curato, tra chi è lì per insegnare (un mestiere, una modalità espressiva, ecc.) e chi deve apprendere.

Abbiamo annullato questa distanza per il carattere intrinsecamente terapeutico e riabilitativo di un rapporto basato sul ‘tu’: un modo per creare un ponte verso la normalità e sperimentare un fondamentale rapporto di reciprocità in cui tutti sono ‘costretti’ a prendersi cura l’uno dell’altro e del proprio lavoro in modo attivo. Dare del ‘tu’ è stata la premessa fondamentale per ‘ri-definirci’ in base alle esigenze del progetto in una dimensione che valorizzasse le competenze a disposizione e la propria storia lavorativa ‘accantonata’.  Mettere in gioco, o forse sarebbe meglio dire mettere tra parentesi, i propri ruoli predeterminati, non vuol dire ovviamente dimenticarsi delle proprie competenze, le quali vengono messe in campo diversamente e con maggiore incisività, perché supportate da una relazione in cui anche lo psicologo o il professionista può svelare ed esprimere il proprio lato personale.

Riabilitare‘ in un contesto psichiatrico, al di fuori di qualsiasi riduzionismo biologico e psicologico, è rimettere in movimento la persona, renderla di nuovo ‘abile’ nello sviluppare i propri interessi e talenti, restituire stima, diritti e doveri alle persone che prendono parte ai nostri progetti. Persone che dopo momenti difficili devono riappropriarsi di se stesse al di là della ‘malattia’ al fine di riprendere in mano la propria vita e cominciare loro per primi a guardarsi con occhi diversi.

In questi anni, la riabilitazione psichiatrica è sempre stata intesa da noi come costante slancio verso il ‘fuori’, sia questo il quartiere, uno spazio di co-working, una persona da intervistare o un social network da tempestare con i nostri contenuti.

Sempre alla ricerca di spazi vissuti dove trovare l’accoglienza e l’inclusione sociale indispensabile per fare questo lavoro di integrazione sociale, ringraziamo la Città dell’Utopia per averci ospitati in passato e ringraziamo il Millepiani, anch’esso luogo di utopie possibili, che è la sede della nostra attuale redazione esterna.

Da una parte, quindi, il nostro lavoro è quello di creare ‘contesti’ e attività che favoriscano le relazioni (di amicizia, di aiuto, professionali) e la riappropriazione della propria identità e dei propri talenti.

Dall’altra, con la nascita di 180 gradi, abbiamo voluto creare la possibilità di far collaborare gli utenti psichiatrici con lavoratori nell’ambito della comunicazione al fine di sperimentarci in una dimensione professionale e professionalizzante, testando la nostra tenuta allo stress, agli impegni, dando dignità e giusta retribuzione ad un lavoro imparato nel tempo. In altre parole, abbiamo voluto dare compimento ed uno sbocco alla preparazione realizzata in anni di formazione in un progetto in grado di promuovere benessere, partecipazione e salute.

Senza il contributo paziente e perseverante della Cooperativa Il Mosaico, questo passaggio non sarebbe stato possibile.

In questo modo, diventare promotori e realizzatori di campagne di comunicazione per l’Asl Roma2 è stato un ulteriore passaggio di crescita, un ulteriore slancio verso la consapevolezza che questo modo di lavorare ‘integrato’ e ‘integrante’ non solo è possibile, ma può essere un modello di inclusione sociale replicabile in diversi ambiti lavorativi.

Ancora ricordo i dubbi e le ansie di un anno e mezzo fa, quando ci interrogavamo sulla possibilità di reggere i ritmi del lavoro redazionale, ritmi dettati dal fatto di uscire mensilmente.

In questa impresa collettiva tutti hanno lavorato più di quello che era necessario, sospinti dal fatto di avere un proprio spazio dove potersi finalmente esprimere, sospinti dall’idea di poter raccontare quelle storie che per diversi motivi non possono venire fuori nell’informazione mainstream, schiacciate dal senso comune e dai pregiudizi.

Avere uno spazio in cui essere protagonisti è un grande motore della nostra attività, spronando tutti a dare il meglio e a superarsi nel proprio ambito di competenze. In questo senso, 180 gradi è una piccola utopia realizzata.

E siamo solo all’inizio. La prossima idea in cantiere è provare ad essere una piccola start-up in grado di sviluppare servizi di comunicazione e prodotti editoriali innovativi, con la fortissima convinzione che nella convergenza di obiettivi diversi possa nascere qualcosa di utopico ed inaspettato. In altre parole, vorremmo capire se possiamo affrontare e sperimentarci in una dimensione ‘privata’, cercando di inventare e strutturare un lavoro, che grazie alla forza e i principi del ‘cooperativismo’ possa rendere più umana e affrontabile la fortissima competizione del ‘libero mercato’.

Probabilmente servirà l’aiuto di qualche nuova realtà disposta ad entrare in questa complessa rete con la convinzione che ‘si può fare’.

Qualche mese fa, quando dei giornalisti hanno cominciato a mandarci via mail i loro curriculum, abbiamo avuto un’altra conferma che stiamo percorrendo la strada giusta.

Perché, in fin dei conti, al di là di tutto, 180 gradi è un giornale.