Cosa c’è a nord?

Il periodo tra gli anni 50 e gli anni 70 ha visto l’Inghilterra, così come il resto d’Europa, protagonista di grandi cambiamenti in tema di salute mentale. Fino a quel tempo, i lunatic asylum, espressione di una cultura di istituzionalizzazione e luoghi di contenzione e di disumanizzazione, erano la principale forma di spazio per persone con disagio psichico, definite allora “mad”. Il cambio di nome a queste strutture da lunatic asylum a mental hospital non determinò lo smantellamento di tutte quelle misure che violavano i diritti umani ma rappresentò solo uno dei passi che avrebbero portato alla deistituzionalizzazione dei servizi psichiatrici.

Il Mental Health Act nel 1959 rappresentava il desiderio di una liberalizzazione della legislazione in materia di salute mentale ma evidenziava una grossa discrepanza tra la teoria e la pratica: molti erano i fallimenti nei servizi e i casi di abuso di potere da parte delle figure che vi lavoravano, veniva infatti, individuato un grande deficit nella tutela dei diritti dell’utente.
Nonostante il Mental Health Act del 1959 propose un sistema di psichiatria territoriale che con il tempo avrebbe ridotto notevolmente l’approccio contenitivo l’isituzionalizzaizone era ancora forte.
Nel 1964 si teneva a Londra il Primo Congresso di Psichiatria Sociale durante il quale Franco Basaglia poneva la questione della distruzione dell’ospedale psichiatrico come luogo di istituzionalizzazione, questo tema verrà poi molto seguito da Douglas Bennet, amico di Franco Basaglia, conosciuto come sostenitore del “day hospital” allo stesso Maudsley Hospital di Londra e per un trattamento che si ispirasse ad un approccio di tipo famigliare.

Negli anni ’70 dopo una lunga serie di incontri al National Institute of Mental Health si giunse alla conclusione che la struttura della legislazione in materia di salute mentale necessitava di cambiamenti adeguati al trattamento della salute mentale: non aveva più senso basare i servizi sulla detenzione all’interno di ospedali quando la comunità stava diventando il principale luogo di cura. Il Community Support System è uno dei risultati della deistituzionalizzazione: una rete di professionisti attenti e responsabili, impegnati ad assistere una popolazione di persone vulnerabili provvedendo a soddisfare i bisogni e a facilitare lo sviluppo di potenzialità favorendo l’inclusione sociale. I primi studi nella metà degli anni ’80 verificavano l’efficacia del CSS ritenendolo funzionale nella riduzione delle riospedalizzazioni e nel miglioramento delle capacità sociali. Sulla base di questo modello, prende piede il Center for Psychiatric Rehabilitation che si sviluppa secondo il Person-Centred Approach ed è mirato a fornire supporto e sostegno a lungo termine a persone con sintomatologia psichiatrica cronica.

I servizi che si svilupperanno d’ora in poi promuoveranno una visione di recovery dal disagio psichiatrico. Il concetto di recovery non implica la scomparsa dei sintomi ed il ritorno ad uno stato precedente alla loro comparsa: una persona che soffre di un disagio psichico e/o di sintomatologia psichiatrica può portare a termine un percorso di recovery anche se i sintomi persistono. Il recovery è inteso come un profondo e lungo percorso personale mirato a facilitare la ricerca di un proprio equilibrio che permetta di vivere la vita in maniera soddisfacente, secondo un’accezione positiva e costruttiva. Spesso il processo di recovery è basato sulla “guarigione” dallo stigma legato al disagio psichiatrico. Il pensiero alla base del recovery implica la consapevolezza che chiunque può sperimentare catastrofi o momenti di grande difficoltà che minano la salute mentale, un efficace recovery non cambia gli eventi accaduti e le conseguenze ma modifica l’approccio della persona a quegli eventi.

Il recovery può avvenire senza l’intervento di figure professionali: chiunque può aver sperimentato un percorso di recovery e può essere di aiuto nel facilitare altre persone che sperimentano disagi simili.
A tale riguardo è importante sottolineare come il pilastro del recovery non sia dato dalle prestazioni ricevute dai servizi clinici ma da servizi non clinici, quali attività sportive, attività ricreative, corsi di formazione, partecipazione ad attività di volontariato. Tutto ciò aiuterà la persona a rinforzare la propria autostima e a ritrovare un proprio equilibrio, liberandosi di inutili etichettamenti. Parte del recovery è sicuramente la gestione della sintomatologia e l’acquisizione di una maggiore consapevolezza: a questo riguardo sono molto diffusi i gruppi di auto aiuto, promossi, la maggior parte delle volte, dai servizi territoriali.

Il gruppo di aiuto aiuto generalmente prevede la presenza di un operatore del settore con il ruolo di facilitatore. In Inghilterra, dove esiste un’importante tradizione di volontariato nell’ambito della salute mentale sono presenti comunità alternative dove operatori e volontari lavorano con gli stessi obiettivi e gli utenti collaborano attivamente, avendo un grande potere decisionale in quanto vengono ritenuti “gli esperti”, le figure professionali sono invece “gli alleati”. MIND è una delle più importanti associazioni in Inghilterra come alternativa ai servizi pubblici. In moltissime organizzazioni gli stessi utenti, dopo un percorso di recovery saranno in grado di offrire una formazione basata sull’esperienza e peer support a chi sta vivendo ciò che loro hanno vissuto in passato.

Un altro punto fondamentale relativo ai servizi di salute mentale è il diritto, che la persona richiedente ha, di scelta del proprio servizio. I servizi di cura primaria, equiparabili al nostro medico di base, hanno il dovere di informare la persona sulle possibili scelte, dai diversi tipi di percorso terapeutico al luogo dove intraprenderlo. I casi in cui la possibilità di scelta è negata riguardano per lo più i casi di crisi acuta che richiedono un intervento immediato, o i casi di persone trattate all’interno di contesti di massima sicurezza e persone con l’obbligo di cura (Community Treatment Order). Sia nei casi dove c’è una costrizione che in quelli dove la persona può deliberatamente decidere se ricevere le cure o meno è previsto il diritto ad avere un Indipendent Mental Health Advocate (IMHA). La persona può usufruire di questo servizio durante tutte le fasi del trattamento e richiedere la presenza di un difensore anche durante gli incontri con lo psichiatra e le altre figure professionali. L’obbligo alla cura è regolamentato dal Mental Health Act (1983).

I servizi di salute mentale in Inghilterra sono differenziati in base all’età ed ai bisogni dell’utente. Il primo contatto in caso in cui si sperimenti una situazione di disagio avviene con il medico di base che può inviare la persona presso un centro diagnostico (Assessment and Short Term Intervention Team) o presso un centro di consulenza e sostegno psicologico (Talking Therapies or Primary Care Counselling), presso un servizio di tipo sociale (Primary Care Liaison) o presso un centro che si occupa della persona in toto (Wellbeing Centre).
Tutti questi servizi sono parte del National Health System, il sistema sanitario nazionale nel Regno Unito e forniti, senza la necessità di pagare, a tutti i cittadini residenti e non residenti regolarmente registrati.

Qualora sia necessario un intervento di tipo psichiatrico, il servizio di base propone all’utente un invio presso il Clinical Mental Health Team che comprende figure quali: psichiatri, infermieri, psicologi clinici, junior psicologi, mental health practitioners, figure queste, con competenze psicologiche ma anche molto simili ai nostri assistenti sociali, specializzati nel campo della salute mentale e tecnici della riabilitazione psichiatrica. Se l’utente sta attraversando una fase di crisi ci si riferirà al Pronto Soccorso con possibilità di ospedalizzazione in reparto psichiatrico (Inpatient Mental Health Ward) o in un’unità intensiva di cura (Psychiatric Intensive Care Unit) ma si cercherà di evitare il più possibile un’ospedalizzazione, per questione di costi pubblici, facendo riferimento a servizi quali l’Home Treatment Rapid Response Team che supporta l’utente durante il periodo di crisi nella propria abitazione facendo visite giornaliere e monitorando la gestione dei farmaci altrimenti l’intervento in momento di crisi può prevedere l’inserimento in una “casa protetta”, con personale specializzato 24/7 per circa tre o quattro settimane, in un clima famigliare e di supporto. Questi ultimi due servizi servono tanto a prevenire l’ospedalizzazione quanto ad “accompagnare” l’utente che esce dall’ospedale nel ritorno nella comunità.

Se la persona in questione è tra i 14 e i 35 anni e sperimenta per la prima volta sintomi psichiatrici verrà richiesto l’aiuto dell’Early Intervention Team; se invece la persona è anziana e presenta anche patologie fisiche ci si riferirà ai Community Mental Health Services for Older People.
Nel caso l’utente presenti risorse limitate da un punto di vista abitativo o il desiderio di uscire dal nucleo famigliare può usufruire delle supported accomodation: spazi protetti dove gli utenti vivono indipendentemente, ognuno nel proprio appartamento ma è fornita la presenza di personale specializzato, in genere operatori sociali esperti nel campo della salute mentale, viene fornito supporto nelle attività quotidiane e “accompagnamento” nell’inserimento nella comunità, dalle attività sociali a quelle educative o alla ricerca di un lavoro. Hanno un’importante funzione nella prevenzione di ricadute.
Questi servizi possono anche fornire un supporto terapeutico più strutturato ed in questo caso molto simili alle nostre comunità: qui l’utente intraprende un percorso di riabilitazione e di potenziamento delle proprie capacità, spesso in seguito ad un periodo di ospedalizzazione che ha causato l’annichilimento dell’autostima, gli utenti che si rivolgono a questi servizi generalmente hanno una lunga storia di ospedalizzazioni alle spalle e di etichettamento che ha aggravato il loro disagio. I piani economici della sanità degli ultimi anni vedono un’attenzione particolare ai servizi di salute mentale con l’obiettivo di fornire più supporto al di fuori degli ospedali e combattere lo stigma legato alla salute mentale.

Anna Erme

Foto: Jose Maria Cuellar | Flickr | CCLicense