In viaggio con i migranti

Hanno voluto davvero provare ad immedesimarsi nella condizione dei migranti. Della gente, popoli interi, che attraversa deserti e mari portando con sé solo un sogno, quello di poter vivere in un altro modo, in un altro mondo, che da lontano appare loro una terra promessa. Ci hanno provato senza tenere conto dei rischi che ciò avrebbe comportato, anzi mettendo a repentaglio la propria vita. E sono riusciti nell’impresa che gli ha consentito, in due libri diversi – ma in fondo simili nella struttura e negli obiettivi – di raccontarci ciò che sfugge a notiziari e indagini statistiche: l’umanità di queste genti. Esodo di Domenico Quirico e Migrantes di Flaviano Bianchini, ci raccontano, invece, dei migranti come “persone” e “popoli” insieme. Uomini, donne e bambini, che mettono a repentaglio tutto pur di raggiungere le nostre città e poter iniziare una nuova vita. I due giornalisti, che da inviati in terre straniere si trasformano in migranti, condividendo con loro seppur provvisoriamente sorte e desideri, al di là dei fatti di cronaca del bombardamento mediatico, ci mostrano una fotografia molto diversa della Grande Migrazione.

L’esodo di popoli ha inizio là dove parti intere del pianeta si svuotano di uomini, di rumori, di vita. Negli squarci sterminati dell’Africa, del Medio Oriente, ma anche del Sud America, dove la sabbia già ricopre le strade e ne cancella il ricordo, dove sterpaglie e foresta inghiottono edifici, capanne e campi (che senso ha coltivare ancora una terra che non dà nulla, sfinita com’è dalle siccità, dalla mancanza di concimi e dalla esiguità delle sementi?).

Laggiù nelle terre ingrate da cui fuggono gli unici rumori sono quelli della guerra: camion carichi di soldati bambini o gendarmi, jihadisti sui loro pick up e le loro lugubri bandiere. Luoghi dove tutti quelli che possono mettersi in cammino partono e non restano che i vecchi che hanno avuto paura a mettersi in viaggio. Tutti gli altri via, dopo anni di sacrifici per mettere insieme quanto serve alla traversata, denari che diventano il lugubre bottino dei trafficanti di uomini. Loro, tutti insieme: raggruppati, rannicchiati, senza un grido, una parola. Come un coro senza voce.

Quirico e Bianchini non ci narrano storie singole di migranti, perché è un delitto separarli, ma il lungo viaggio che li ha resi un popolo nuovo. Sulle carrette del mare, pregando di non affondare o di non essere rispediti a casa un pacco postale respinto al mittente, o sui treni che attraversano il Messico, abbarbicati sul tetto o fra un vagone e l’altro sperando solo di non addormentarsi e precipitare nel vuoto di un altro deserto. Tutti, uomini, donne e bambini, camminano, scalano montagne, hanno mappe che sono messaggi di parenti o amici che già vivono nel Paradiso.

Ma cosa trova il popolo nuovo qui nel mondo Occidentale? Altri e più alti muri da scalare, quelli dell’ignoranza, del pregiudizio, quelli di una politica che vigliaccamente li sfrutta solo per averne un tornaconto. Il loro viaggio interminabile, se riesce, finisce nel nostro mondo. È il Grande Esodo. Uno dei tanti come ce ne sono stati altri nell’antichità dei quali non abbiamo altro se qualche sbiadita reminiscenza scolastica. Ma, proprio come le migrazioni della Preistoria, anche queste sono destinate a cambiare il mondo. E, quando noi ce ne accorgeremo sarà già tardi. Noi che, come scrive Quirico, “abitanti di un mondo in declino, trepidiamo soltanto per la nostra ricchezza, proprio come i popoli vecchi, le civiltà al tramonto. E non ci accorgiamo che nelle nostre tiepide città, in cui coltiviamo la nostra artificiale solitudine, vi sono già alveari ronzanti, di rumore e di colore, di preghiera e furore. Il mondo di domani”.

PAOLA SARNO

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