Dalla Brexit alla Brain-xit

La xenofobia e il nazionalismo hanno prevalso in Gran Bretagna con l’assenso alla Brexit. Se pur di poco. Infatti, lo scarto di voti tra coloro che hanno votato al referendum della decisione di uscita o meno della Gran Bretagna dall’Unione Europea, lo scorso 23 giugno, è tra il 3-4%. Quindi, all’agognato consulto popolare è risultata una Gran Bretagna divisa in due.

Londra, l’Irlanda del nord e la Scozia sono state più protese verso il sodalizio UK-UE, mentre il Galles e il resto dell’Inghilterra sono stati più tesi verso la rottura di questo. Perché ha prevalso la xenofobia populista? In pratica, già da tempo nel Regno Unito si discuteva di quanto gli stranieri emigrati sull’isola fossero un bene per i britannici, al netto della crisi economica, della sostenibilità del welfare britannico e della disoccupazione diffusa. La crisi, infatti, è stata portatrice di una ventata di populismo e reazioni xenofobe in diversi paesi dell’Unione. In Francia con Marine Le Pen e in Gran Bretagna lo Ukip di Nigel Farage.

Sul piano pratico della faccenda, la disgiunzione dall’Europa, per lo “United Kingdom”, non è ancora avvenuta in senso strettamente legale, quindi tutti gli immigrati britannici possono ancora restare nel Regno Unito. Ma il problema della clandestinità per gli stranieri potrebbe arrivare tra i due e i dieci anni, cioè il tempo in cui le pratiche del diritto tra UE e UK saranno messe in ordine. C’è anche la remota possibilità che la Gran Bretagna resti nell’Unione Europea, in quanto il referendum a cui si fa riferimento è di stampo consultivo. Gli esperti e i politici europeisti parlano di un Europa da “ristrutturare” come una casa comune e paventano la possibilità che in un futuro non troppo lontano, il vecchio continente possa subire un indebolimento rispetto a Cina, Russia e Stati Uniti. Ritornando all’aspetto xenofobo della questione, l’Inghilterra aveva già espresso una chiusura nei confronti della condivisione europea dei profughi di guerra derivanti dal terrorismo islamico e dall’Africa. David Cameron, premier dimissionario inglese, era per il “remain” e quindi con una Gran Bretagna protesa al “leave” dovrà affrontare una seduta di “re-brain”, un resettaggio della mente, affinché si adegui al meglio per i prossimi anni fuori dall’Europa.

Foto: Frankieleon | Flickr | Creative Commons