“The Homesman”: il viaggio dal Nebraska all’Iowa di Tommy Lee Jones

La pellicola si apre su dei campi lunghi che riprendono immense distese desolate, campi secchi e innevati al cambio delle stagioni. I titoli di testa si stagliano su queste immagini immense di paesaggi rurali dando risalto alla fotografia limpida e nitida di Rodrigo Prieto. Poco dopo una donna sta arando la terra. Fin dalla prima immagine Mary Bee Cuddy (Hilary Swank) ci viene presentata come una donna indipendente, dura e soprattutto sola, che lavora sia dentro casa che fuori sui campi.

Siamo nel 1854 in Nebraska quando tre donne perdono la loro sanità mentale e Mary Bee si offre volontaria per riportarle alle loro famiglie di origine, nell’Iowa nell’East. Dopo essersi fatta costruire un carro per il lungo viaggio da intraprendere attraverso campi freddi e deserti si incammina verso le abitazioni delle donne, nel suo percorso incontra un uomo, George Briggs (Tommy Lee Jones), che si trova seduto sul suo cavallo con le mani annodate e un cappio al collo. Dopo un grottesco dialogo i due stringono un patto, Mary Bee salva la vita a George il quale in cambio le farà un favore, solo dopo però l’uomo scoprirà che il favore sarà quello di aiutare e accompagnare Mary Bee nel lungo e faticoso viaggio verso l’Iowa con a bordo tre “pazze”.

Un western che all’inizio si presenta come un grande omaggio a John Ford dove si distingue da subito una regia elegante, raffinata e rigida come la mente di Mary Bee. Ai virtuosismi della macchina da presa si preferiscono le inquadrature fisse ossessivamente geometriche o i lenti carrelli che tendono quasi sempre a far risaltare le geometrie del quadro, una fotografia trasparente contribuisce a un’estetica pulita e perfezionista. Vengono spontanee alcune associazioni estetiche con Sentieri Selvaggi (The Searchers, 1956) di John Ford, soprattutto quando la macchina da presa si situa in un interno buio per mostrare il paesaggio esterno rurale e luminoso attraverso una porta spalancata che rappresenta quel confine non solo fisico ma anche mentale nel dualismo buio/luce, interno/esterno, inconscio/conscio.

Nel procedere al western più classico si sostituisce un road movie che bilancia sensibilmente l’humor a tratti grottesco con episodi fortemente drammatici non privi di colpi di scena, dove il viaggio diventa metafora di scontro con l’esterno (il freddo, gli indiani) e con l’interno (le difficoltà fisiche, la fame e la stanchezza) ma anche con lo stress e la sofferenza psicologica dei personaggi.

Tratto dall’omonimo romanzo di Glendon Swarthout del 1988, Tommy Lee Jones costruisce un film intenso, di immagini e di contenuti, con la pecca di perdersi però lentamente con l’avanzamento della pellicola fino a un finale che sembra mancare di qualcosa lasciando lo spettatore spaesato forse proprio come George.

Voto: 7 1/2