Riforme sotto la lente: intervista a Mario De Luca

Dalla riforma nazionale del Terzo Settore approvata lo scorso maggio a quella regionale dei Servizi Sociali di luglio, sono molte le novità recentemente approvate che interessano chi lavora nel sociale. Di aspettative e punti critici abbiamo parlato con Mario German De Luca, responsabile del Centro Servizi per il Volontariato del Lazio. Tra gli argomenti affrontati, come la legge nazionale interviene sulla regolamentazione delle norme già esistenti, l’introduzione del budget di salute e i punti unici di accesso nel Lazio.

D: Come andrà ad incidere sul lavoro del CESV la riforma nazionale del Terzo Settore?

R: La riforma nazionale del Terzo Settore mette al centro le persone volontarie. La differenza risiede in questo. Se finora il nostro ruolo è stato quello di favorire la nascita delle associazioni di volontariato e di sostenerne le attività, ora ci dovremmo occupare di tutte le singole persone che fanno volontariato anche in altre organizzazioni come, ad esempio, le associazioni di promozione sociale. Questa è la principale novità che comporterà un aumento di tutto il lavoro.

D: Quali sono le aspettative sull’entrata in vigore di questa legge e quali i punti che convincono meno?

La riforma nazionale ha la forma di una legge delega. Ciò vuol dire che il Governo è delegato ad emanare decreti attuativi per realizzare quanto previsto dalla riforma. Uno dei decreti più importanti da emanare sarà quello che riguarda la regolamentazione delle leggi già esistenti.
Attualmente ogni ente ha una sua legge: esiste la legge sul volontariato, sulla promozione sociale, sulle cooperative, sulle fondazioni, sulle imprese sociali. Il decreto istituirà il “Codice del Terzo Settore” che ingloberà e armonizzerà le singole leggi preesistenti.
L’aspettativa è che si semplificheranno i rapporti tra le organizzazioni e lo Stato, le Regioni e gli enti locali, anche al fine di definire meglio gli eventuali vantaggi fiscali e amministrativi. Si è più equi se si tratta tutti allo stesso modo. La legge vorrebbe anche stanare chi fa attività di impresa e si definisce associazione, usufruendo delle agevolazioni previste.
Il problema è che c’è una differenza molto grande tra un’impresa sociale e un’associazione di volontariato. Il vantaggio, dunque, è di avere una legislazione unica che semplifica le procedure, ma se questa legislazione è tarata troppo sulle imprese sociali, le associazioni di volontariato potrebbero essere penalizzate perché aumenta la complessità amministrativa e non si valorizza la specificità della condizione del volontariato.

D: Veniamo invece al Lazio. Dopo sedici anni dall’emanazione della legge 328 oggi anche la nostra regione ha recepito le direttive nazionali. Come cambierà secondo lei la programmazione degli interventi sociali con l’adozione del Piano sociale regionale? Le associazioni e i rappresentati del Terzo Settore sono stati adeguatamente coinvolti?

R: Il Piano ci dice come la Regione individua le priorità e, quindi, quali sono gli interventi più urgenti da realizzare a livello regionale. Il Piano viene realizzato dalla Regione ascoltando i Comuni, il Terzo Settore e i cittadini.
Questo Piano viene, poi, realizzato dai Comuni che, a loro volta, elaborano un Piano sociale locale. Anche questo percorso può e deve essere fatto dagli uffici dei Comuni in collaborazione con il Terzo Settore e i cittadini attivi.
La realizzazione di Piani sociali locali potrà amplificare il ruolo del volontariato nella individuazione dei bisogni e delle risorse territoriali.

D: Come valuta l’introduzione del budget di salute e dei punti unici di accesso?

R: Il punto unico di accesso è una grande idea: tu cittadino vai in un luogo e dici qual è il tuo problema, la persona che ti sta di fronte è in grado di inviarti ai servizi più adatti a te, siano essi sociali e/o sanitari. È un’evoluzione del sistema.
Il budget di salute è un piano individualizzato che individua le necessità sociali e sanitarie di una persona e definisce le risorse per rispondere a quelle necessità con un approccio interdisciplinare.
Se così è, il budget di salute è un’opportunità.
Se, invece, si parte dalle risorse disponibili e in base a quelle si costruiscono i servizi, come temo che possa essere, ossia si fa solo una razionalizzazione delle risorse, allora questo potrebbe rivelarsi un problema.

D: Un’altra novità per gli operatori è l’anagrafe elettronica dei servizi sociali, che ne pensa dell’introduzione di questo strumento?

R: Questo è un vecchio sogno, spero tanto che si riesca a realizzare. Per fare una cartella elettronica serve una cultura dell’integrazione socio-sanitaria e la condivisione tra i servizi sociali e sanitari. Altrimenti, come è successo in alcune Asl d’Italia, la cartella è stata realizzata dalle sole Asl con insoddisfazione dei servizi sociali che si sono sentiti sottomessi e maltrattati.
Gli ambiti più emblematici della necessità di un approccio socio-sanitario integrato sono quelli delle dipendenze, della salute mentale, dei consultori dove l’aspetto sociale è alla pari di quello sanitario. La cartella elettronica potrebbe essere una buona occasione per dare uguale rilevanza ai due aspetti.

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