Homo ludens

La rubrica intende analizzare il contesto “ludico” come veicolo per le relazioni umane. Attraverso la descrizione dei giochi da tavolo, della cosiddetta “teoria dei giochi”, e delle idee sul “gioco” in generale, tenteremo di entrare nel sociale da una delle porte più conosciute, ma anche più stereotipate di tutte: le porte del gioco, appunto, che ancora oggi appaiono testardamente collegate e circoscritte ad un’idea di infantilità e di poca maturità. 
Chi gioca è considerato un “bambino”, uno che passa il tempo a bighellonare. Alcune volte è anche vero, certo, ma molte altre volte no. D’altronde, quando si parla di “gioco d’azzardo”a nessuno viene in mente di parlare di bambini. Eppure sempre di gioco si sta parlando.
Allora quand’è che il gioco esce dal contesto infantile e si insinua in quello “adulto”?
Parte della nostra analisi sarà rivolta anche a rispondere a tale quesito, perché abbiamo la sensazione che le persone si sentano sicure di poter parlare del “gioco” pensando di conoscerlo (esattamente come accade col calcio), ignorando l’enorme e dispendioso lavoro che viene svolto dagli esperti del settore (psicologi e sociologi in primis).
Tuttavia, lo ricordiamo, l’obiettivo principale rimane quello di tentare di convincere i lettori a praticare il gioco “responsabile” – quello non d’azzardo – e di dimostrare come anche attraverso esso sia possibile instaurare con le persone rapporti che possano durare nel tempo.
Matteo Roberti