“Romics a puntate” #1

È risaputo che tutti gli esseri umani prima o poi finiscono per sviluppare qualcosa che li porta a staccarsi dalla realtà di tutti i giorni, a prenderne inevitabilmente le distanze. E questa è una necessità, non una scelta. Possiamo definire questa necessità col termine creatività, che non vedrei come arma di difesa, quanto piuttosto come un completamento dell’essere umano stesso, il quale sfrutta – consciamente o inconsciamente – le opportunità date dalla società di appartenenza proprio per poterla realizzare.

Domenico De Masi, noto sociologo, definisce la creatività come sintesi tra fantasia e concretezza, come capacità, cioè, di elaborare idee e allo stesso tempo di tramutarle in realtà (vedi http://www.domenicodemasi.it/).

Non basta semplicemente pensare una cosa, dunque, ma è necessario anche realizzarla. Tuttavia non vi è cenno, nelle proposte di De Masi, di qualcosa che si riferisca alle prove di questa concretezza e non abbiamo notato attenzioni neppure sulle opportunità di far conoscere tali idee. Nel senso, cosa ci faccio con una mia idea resa concreta? La tengo per me? Ha senso che la tenga per me?

Per De Masi questo aspetto non sembra essere importante, ed anche se si dovesse lavorare in team sarebbe solo quest’ultimo ad avere le chiavi per testimoniare l’avvenuta realizzazione della creatività. Non c’è risposta dall’esterno. Non c’è feedback. Eppure abbiamo notato che molte volte questa creatività non ha senso se non è riconosciuta anche da qualcun altro estraneo alla cosa. C’è un forte bisogno di dimostrare al mondo che ci siamo anche noi, che esistiamo, che vogliamo contribuire a rendere piacevole ed interessante l’esistenza di chi ha a che fare con noi. Non ci interessa solo essere qualcos’altro, ma anche far godere della “visione” chi in quel momento ha la fortuna di notarci.

Più che della concretezza, dunque, sembra essere urgente il bisogno di luoghi che ci diano l’opportunità di apparire, di far notare la nostra fantasia divenuta concreta. In Italia esistono dei luoghi che aprono alla creatività, ma spesso sono “silenti”, non se ne parla mai abbastanza. Eppure non sarebbero neanche così difficili da notare se solo ci accorgessimo del grande esodo umano che periodicamente si anima per introdurli. Di tutti questi luoghi (o, per dirla con Augé, di non-luoghi) uno dei più importanti è senza dubbio il Romics, la Fiera dei fumetti e dei giochi da tavolo di Roma, la quale quest’anno ha tagliato il traguardo della ventesima edizione dopo quindici anni di attività. Personalmente ricordo di aver partecipato a tutte e venti queste edizioni, la maggior parte delle quali ospitate presso la Nuova Fiera di Roma, e di aver sempre provato delle piacevoli sensazioni. In passato l’ho vissuta da semplice spettatore di un mondo che bene o male stavo imparando a conoscere. Eppure un motivo doveva pur esserci se ogni anno finivo per tornarci più agguerrito di prima. Il motivo l’ho scoperto in realtà solo da poco tempo. Il Romics sarebbe stato il posto ideale dove esprimere la mia creatività.

Da sempre, infatti, sono appassionato di giochi da tavolo, ed istintivamente sono diventato autore di alcuni di questi (seppur al momento non ancora editi). Romics mi ha dato questa opportunità e mi ha dato modo di mettere in gioco le mie idee in un mondo che non mi avrebbe più visto come fruitore passivo, ma come autore presente ed attivo. Il Romics mi ha dato l’opportunità di esistere, di salvarmi dal pesante stress quotidiano, e di dare una ragione d’essere alla forma espressiva della mia creatività. Non a caso il comunicato introduttivo di Sabrina Perrucca, direttore artistico della fiera, si apre proprio con un accenno alla creatività: “Romics festeggia venti edizioni, una grande avventura iniziata nel 2001, un Festival internazionale che, partendo dal fumetto, abbraccia oggi le diverse forme espressive dell’immaginario giovanile. La manifestazione […] è una prestigiosa proposta sia per gli operatori del settore […] che per i futuri lettori e scopritori del mondo della creatività contenuta in Romics”.

Ciò che potrebbe trarci in inganno è quell’immaginario giovanile che finisce per ancorare il Romics allo scoglio dell’infantilità, di legarlo stretto a questa parete senza possibilità di separazione, fondendo il principio del fumetto e del gioco con l’idea del bambino o del giovane. Senza dubbio c’è anche questo, perché è da bambini che si impara cos’è un gioco, ma se solo avessimo davvero letto fumetti diversi da un semplice Topolino o giocato a qualche gioco da tavolo un po’ più complesso dei classici Risiko o Monopoli, probabilmente la penseremmo già in maniera diversa. Romics concede anche quest’altra opportunità: trascina la persona matura in qualcosa (il fumetto e il gioco) che si è trasformata insieme a lei, accompagnandola in una nuova esperienza più consapevole, ma senza farla tornare necessariamente giovane o bambina. Ora si gioca da adulti, e con gli adulti.

Ed è solo dopo aver appreso questo concetto che ci sentiamo finalmente pronti a varcare la soglia della fiera.

Continua…

 

Matteo Roberti

Rubrica ‘Homo Ludens’