Roma, DSA per il 6% degli studenti

Nel liceo scientifico Keplero di Roma su 850 ragazzi circa 50 hanno un DSA. Ce ne ha parlato la preside Maria Concetta Di Spigno,  sottolineando una  “crescita   esponenziale negli ultimi 2-3 anni”. Con lei abbiamo parlato anche della riforma sulla Buona Scuola: dallo school bonus all’alternanza scuola-lavoro, dall’educazione alla parità dei sessi al nuovo ruolo del preside.

Dottoressa, grazie per aver risposto al nostro invito. Entrando nel merito della scuola, secondo la nuova legge denominata “la buona scuola” gli istituti scolastici  avranno più   risorse  economiche.   In  particolare  verrà raddoppiato il loro Fondo di funzionamento. Inoltre ci sarà  anche un incremento dei docenti pari ad una media di 7 unità per istituto, e ciò allo scopo primario volto alla realizzazione di nuovi progetti oltre all’arricchimento dell’offerta formativa. Possiamo   considerarle buone soluzioni? Si stanno già realizzando?

Sul discorso dei fondi effettivamente qualche cosa in più abbiamo riscontrato, e questo è sicuramente un aspetto positivo. Per quanto riguarda i docenti anche qui il discorsosi fa importante perché si va verso l’organico di Funzionamento (vedi specchietto). Coni Docenti di potenziamento abbiamo la possibilità di attivare alcune attività tipo i progetti   e   anche   un   supporto   per   quanto   riguarda   le   assenze   brevi   dei   docenti. Qualche   difficoltà l’abbiamo   perché   non   sempre   quelle   che   sono   le   richieste   che provengono dalle scuole sulla base del loro impianto progettuale o comunque del POF triennale ha trovato rispondenza nelle assegnazioni che sono state fatte. È capitato anche nella mia scuola che i docenti, pur svolgendo la loro funzione in modo egregio, non hanno la possibilità di avere una classe di titolarità e quindi svolgono delle attività di tipo progettuale o di potenziamento in quanto appartenenti a classi di concorso che non sono presenti nella scuola. Questo è un dato di fatto. La gestione del nuovo sistema, dopo un periodo iniziale di relativa difficoltà, si va delineando in modo più positivo.   Certo,   permangono   problematiche   per   quanto   riguarda   i   tempi   di realizzazione, perché tra le assegnazioni e i trasferimenti dei docenti diventa difficile la gestione quotidiana.

Il   dirigente   scolastico   viene   definito   “leader   educativo”.   Cosa   significa esattamente? Come possiamo tradurlo? Inoltre, lei si riconosce in questa definizione?

Diciamo che avverto molto la mia provenienza dalla “realtà docente”, quindi è ovvio che dal punto di vista operativo il mio agire è spesso finalizzato al rapporto con i ragazzi   e   al   miglioramento   dei   rapporti   interni   della   realtà   scolastica.   Vale   per   i docenti, per il personale ATA, vale per gli studenti. Promuovere e coordinare tutte le iniziative   che   la   scuola   propone   in   ambito   culturale   e   formativo   in   generale   è sicuramente   una   delle   mie   priorità.   In   questo   senso   mi   ritrovo   e   mi   riconosco profondamente. Premettendo che deve essere comunque lo Stato poi ad assumere, e che comunque un preside non può dare incarichi a parenti fino al secondo grado, continuano ad esserci dubbi e perplessità sul “potere” che i presidi hanno in fatto di nomine e consigli su chi assumere direttamente. È una perplessità inutile? E’ una situazione che va gestita e regolamentata. Vanno chiariti i termini e gli aspetti per cui si può svolgere questo tipo di attività. Tengo a precisare che essendo in questa fase   per   lo   più   esaurite   le   graduatorie   di   supplenza   per   classi   di   concorso   che riguardano   anche   la   mia   scuola,   ho   dovuto   far  ricorso   alle   cosiddette   “messe   a disposizione”, però l’ho fatto comunque tenendo presente una verifica dei curriculi, che   ho   ordinato   sulla   base   di   quelle   che   sono   le   documentazioni   presentate   dai docenti.   È   una   cosa   che   può   essere   rischiosa   se  non  viene   svolta   con   la   debita attenzione. Potrebbe esserci qualche rischio se non viene governata bene.

Secondo la legge i presidi potranno anche decidere di ridurre il numero di alunni per classe al fine di evitare l’effetto “aule-pollaio”. Lei nel suo istituto come si è regolata sotto questo punto di vista?

Il problema è che l’attivazione del numero di classi deve essere approvato in base alle indicazioni delle Ordinanze ministeriali, quindi io che avevo previsto una classe in più, attualmente mi ritrovo con classi di 30 alunni. Esiste il problema perché continua a rimanere questa difficoltà di ripartizione di fondi legata alla creazione di nuove classi. Purtroppo   sì,   se   una   scuola   cresce   ha   difficoltà   ad   avere   le   autorizzazioni   per continuare effettivamente a crescere.

A proposito di alunni, cosa ne pensa dell’alternanza scuola-lavoro? In che modo vengono scelti questi lavori?

Noi abbiamo cercato di operare in modo il più possibile significativo per la valenza che deve avere questa esperienza lavorativa. Quindi i consigli di classe e la commissione che è stata appositamente creata proprio per l’alternanza hanno formulato dei progetti che poi hanno visto l’adesione di determinate agenzie. Già lo scorso anno i nostri ragazzi hanno fatto attività presso le biblioteche di Roma, presso le Università, presso la Protezione Civile. Quest’anno abbiamo  un po’ ampliato  il campo,  anche grazie   ad associazioni che assicurano attività sulla legalità e la cultura del diritto. Molti docenti che ci sono stati assegnati col potenziamento” sono preparati nell’ambito del diritto e quindi abbiamo potuto utilizzare anche la loro presenza ed esperienza. Per l’alternanza scuola-lavoro è oggettivamente molto difficile far convivere le due realtà soprattutto per una scuola come la nostra che non ha una tradizione di questo tipo. Gli istituti tecnici sono sicuramente più avanti da questo punto di vista. I licei invece tendono ad avere una tradizione più legata ad un rapporto di classe, quindi di insegnamento didattico tradizionale. Riuscire ad inserire le 200 ore da fare nell’arco dei 3 anni implica una grossa responsabilità per i docenti perché si tratta di andare a coniugare le esigenze dell’alternanza con quelle della didattica.

Ma è un qualcosa che possiamo incoraggiare?

È un qualcosa che deve essere rivisto secondo me. Soprattutto per il fatto che la valutazione   dell’alternanza   sembra   che   rientrerà   poi   nell’attribuzione   del   credito valevole per la votazione finale, e quindi deve essere valutata e documentata in modo preciso. Attualmente i docenti avvertono la difficoltà anche sul piano burocratico, per i molti documenti che devono essere compilati, questo anche perché sono pochissimo abituati a farlo. È un super lavoro che viene richiesto alle scuole.

Possiamo   dire   dunque   che   ora   gli   studenti   hanno   un   vero   e   proprio “ curriculum flessibile”.

È uno degli aspetti su cui stiamo lavorando. Sicuramente è importante che i ragazzi abbiano certificate le esperienze e le competenze che possiedono in modo chiaro e oggettivo.   È   importante   anche   per   quei   ragazzi   che   non   si   limitano   ad   avere un’esperienza   solo   in   Italia   ma   che   hanno   la   possibilità   di   andare   all’estero.   È fondamentale un curriculum che testimoni le loro esperienze e che dimostri le loro competenze acquisite in modo formale e informale.  Ripeto, è un lavoro che richiede una   competenza   da   parte   dei   docenti   nell’individuazione   di   quelle   che   sono effettivamente le competenze certificabili.

Uno dei commi più importanti della legge è senz’altro il numero 16, che vuole assicurare l’attuazione dei principi di pari opportunità, promuovendo nelle scuole l’educazione alla parità dei sessi, la prevenzione alla violenza di genere e di tutte le discriminazioni, al fine di informare e di sensibilizzare gli studenti, i docenti, ma anche i genitori. Tutto questo si sta già realizzando da voi?

Alcuni aspetti mettono in luce delle attività che fanno parte della normale formazione che   la   scuola   dà.   La   scuola   italiana   è   fondata   sui   principi   declinati   nella   nostra Costituzione e le diverse “educazioni”, alla sessualità, al superamento delle diversità di genere, all’interculturalità… sono alla base della formazione che dà la scuola. I ragazzi   vengono   educati   alla   cittadinanza,   ad   essere   cittadini   consapevoli, responsabili, solidali e capaci di scelte.

Cosa   può   dirci   invece   del   cosiddetto   “school  bonus”?   Sappiamo   che   è previsto un limite massimo di 100.000 euro per le donazioni, ma qualcuno già sta parlando di “sponsor”.

Le donazioni sono sempre benvenute, se non hanno poi una richiesta di corrispettivo. Secondo me è giusto che la società si renda conto che la scuola è la realtà sulla quale si   gioca   il   futuro   di   una  Nazione e della   società   stessa.   Ottenere  nuovi   fondi  è sicuramente importante, ma se poi si richiede anche di dare degli indirizzi di carattere educativo o che riguardino interessi particolari, su questo non sono assolutamente d’accordo. La scuola deve rimanere fuori da qualunque tipo di business.

Avete   avuto   modo   di   lavorare   con   soggetti   affetti   da   disturbi dell’apprendimento? Come vi siete comportati a riguardo?

Certamente abbiamo alunni certificati come DSA. Nella nostra scuola questa presenza è cresciuta nel corso degli anni. Sto parlando di una crescita di tipo esponenziale negli ultimi 2-3 anni. Su 850 ragazzi ce ne sono una 50ina con DSA. Ci sono poi studenti non italiani,   di   immigrazione   recente,   per   i   quali,   nonostante   il   piano   di   interventi predisposto dalla scuola e il  rapporto con associazioni che ci aiutano con l’italiano per stranieri le difficoltà di carattere linguistico costituiscono un oggettivo limite. La scuola è chiamata anche a costruire strategie flessibili per tutti i ragazzi BES, (con bisogni educativi speciali). Il problema più grave è che a volte non c’è piena consapevolezza, anzi c’è una difficoltà oggettiva con alcune famiglie, che non sempre si rendono conto che il rispetto di un diritto riconosciuto dalla normativa presuppone anche di trovare delle soluzioni comuni ed un stretta collaborazione. Demandare solo alla scuola la risoluzione di certi problemi non è possibile. La scuola  deve avere la collaborazione di tutti.

 

Foto di Charles Knowles    (CC BY 2.0)