Educare alla libertà, lettera di una pedagogista antiautoritaria

Un paio di anni fa mi sono laureata in Scienze dell’Educazione e ho affrontato l’ultimo percorso di studi con molta criticità in relazione ai contenuti che venivano  propinati agli studenti. La tesi di laurea è stata per questo uno scoglio duro, nonostante mi sia servita molto a rendermi conto definitivamente da cosa dovevo realmente prendere le distanze. L’idea di lavorare con bambini/e l’avevo definitivamente accantonata, dedicandomi ad altri campi della pedagogia, perché cosciente della cultura autoritaria che si riversa in modo del tutto singolare sui bambini e le bambine.  Nell’anno seguente invece, ho iniziato in Germania un’esperienza del genere.  Le motivazioni sono state davvero molteplici e molto difficili da chiarire con estrema lucidità.

Il mio lavoro pedagogico coi bambini/e si è sempre basato su un concentrato comunicativo che ha aperto uno spazio relazionale importante ma che ha dovuto fare i conti con il contorno lavorativo che in una struttura qualsiasi si può trovare. Tutto aggravato naturalmente dalle dinamiche stesse della comunicazione che approdano non sempre su un panorama semplice da gestire. L’aggressività che taluni bambini/e hanno purtroppo incamerato, interiorizzandola come solo metodo relazionale o unica via d’uscita alla frustrazione, delinea gran parte delle fatiche lavorative, in un contesto in cui vige già oltremodo una precarietà progettuale oltre che organizzativa.  Nelle circostanze di un “Asilo Nido” e “Scuola dell’Infanzia”,  le pedagogiste e/o educatrici/ori assaporano malesseri rispetto a situazioni di cui potrebbero e vorrebbero occuparsi senza che i ritmi di lavoro e il carico burocratico lascino loro alcun spazio di respiro. Le pedagogiste/pedagoghi che lavorano nelle strutture infantili sperimentano prima ancora dei bambini/e una frustrazione con pochissimi spazi di ripresa, la quale influisce tutto il contesto. Fin da subito se ne individua grande responsabilità nell’istituzione stessa.

Al frutto dell’agglomerato dinamicamente massacrante, la pratica antiautoritaria paga il prezzo più forte. Poggiando su molti altri perni di critica all’esistente finisce per condurre una lotta su mille versanti, estremamente sfiancante. La scena delineata rappresenterebbe quindi una lotta senza alcun respiro. Innanzitutto la battaglia continua alle condizioni di lavoro che compromettono tutti gli interventi che una pedagogista potrebbe con un bambino/a avviare e in secondo luogo la solidarietà dei rapporti lavorativi che vacilla come un rametto in un lago a fondo perduto. Praticare l’antiautoritarismo oggi coinvolge tutta la sfera della persona, collocandola in un fondo di piena solitudine, delineando, anziché progetti educativi, performance educative, declinabili secondo il tempo e le problematiche varie.

Di cosa si occupa burocraticamente una pedagogista/pedagogo oltre all’intervento sul campo? Si occupa di fogli valutativi, portfolio, progetti, documentazioni, colloqui con i genitori, schede di sviluppo e mansioni varie che si estendono perfino al tempo fuori dalla fascia lavorativa. Gli interventi che ho personalmente avviato con bambini/e (3-6 anni) sono molteplici, tra cui possono rappresentare un esempio le riunioni mattiniere. Esse sono tendenzialmente proiettate allo stare insieme, concentrandosi sull’essere più che il fare, dando il via quindi alla costruzione di rapporti fondati sulla fiducia, che proprio per questo, in questo sistema, hanno la loro valenza oppositrice. Ciò che viene discusso sono gli episodi della vita, quindi racconti delle nostre giornate, cercando d’imparare ad esempio a gestire l’impulso del dialogo, lasciare gli altri parlare e/o chiedere d’intervenire. Vengono affrontate tutte le tematiche in relazione allo spazio del gioco (il riordino insieme, il conflitto durante il gioco, il compromesso, ecc.) e dello spazio vitale di cura della persona (l’educazione alla pulizia dei denti, la gestione del bagno, la richiesta di aiuto, vestirsi/ svestirsi ecc.).

Nella dinamica relazionale, vengono discussi i momenti di aggressività e come imparare a difendersi, le tecniche che possiamo utilizzare, le quali non garantiscono purtroppo sempre la loro efficacia. Vengono discusse le attività giornaliere e i proprio bisogni, il diritto a dire di NO, il diritto alla scelta e i giochi di fiducia. La creatività è stato un potenziale di frantumazione dell’esistente, servito come strumento d’intervento sia a coltivare le utopie,  sia a fornire una via alternativa all’espressione della frustrazioni e della rabbia. Quello che personalmente ho cercato di elaborare attraverso la creatività sono stati tutti i personaggi negativi che vengono come tali presentati ai piccoli/e allo scopo di addomesticarli, controllarli e adeguarli a ritmi che non appartengono loro. Un esempio è stata la figura del “mostro”: questo enorme ammasso di paure, punizioni e angosce che apprendono nella vita reale, trasformato in qualcos’altro di positivo, colorato, bizzarro, per questo rivoluzionario. Delle figure geometriche sono quindi divenute delle personalità colorate, ricche di dettagli, singolari e speciali, divenendo così i “Mostri Dolci”. L’ambiente in cui opero è un contesto proletario collocato ai margini della città.

Cosa può apprendere una pedagogista/pedagogo antiautoritaria/o? Sicuramente che un metodo d’intervento non esiste. Quello che abbiamo a disposizione sono dei tentativi volti alla costruzione di rapporti di uguaglianza,  non gerarchici. I tentativi sui percorsi sono infiniti e tutti fallibili. Essere anti-autoritari non significa mordersi le braccia per la paura di sbagliare, bensì sbagliare e prenderne coscienza. Cosa mi hanno insegnato i bambini/e? Il fallimento può stenderci ma il gioco ricomincia sempre da capo

Articolo scritto da: Das ungehorsame Kind

 

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