L’Open Dialogue e l’intervento sugli esordi psicotici. Un alternativa metodologica per ridurre il consumo di psicofarmaci

L’ Open dialogue, in italiano “Dialogo aperto” è un Innovativo metodo per ridurre le ospedalizzazioni e assistere e riabilitare le persone affette da psicosi. Jaakko Seikkula ne è stato il principale sviluppatore ed è colui che ha introdotto negli anni ’80 in Finlandia l’Open Dialogue così come è praticato oggi. La pratica del dialogo aperto consiste nel lavoro di sei equipe multidisciplinari che hanno l’incarico di organizzare il trattamento del paziente psicotico entro le 24 ore dalla richiesta d’aiuto all’emergere della crisi della persona. Gli albori dell’Open dialogue risalgono, però, agli anni sessanta e sono da attribuire al gruppo di ricerca finlandese diretto dal dottor Alanen.

Questa innovativa tecnica prevede un intervento che coinvolga la famiglia del paziente e operatori specializzati in un dialogo senza stigmi ne contrasti che, ove ci fossero da parte dal paziente o da parte della famiglia o anche tra operatori, sarebbero comunque affrontati attraverso il civile metodo di una comunicazione forte e sincera. Il dato che più dovrebbe far riflettere il settore della salute mentale italiana è il ridotto uso di farmaci che l’Open dialogue implica, con risultati generali più che soddisfacenti. Infatti, anche nel caso di di una riflessione sulla somministrazione di farmaci, nell’ ambito del dialogo aperto è previsto un confronto col paziente che deve durare, da prassi, almeno tre incontri.

205712346_ad6b96b906_oI dati che seguono confermano l’efficacia del dialogo aperto, metodo che implica, in ogni caso, un’attribuzione della terapia farmacologica in un tempo quanto più breve possibile: nel gruppo dei pazienti trattati con questo metodo tra il 1992 e il 1997, il 79% era asintomatico, l’80% aveva un’occupazione lavorativa o studiava o era in cerca di un lavoro; al solo 20% dei pazienti era stata attribuita una pensione di invalidità; circa i due terzi di questi non avevano seguito una terapia farmacologica con antipsicotici (67%). Questi numeri sono rimasti stabili per un periodo di oltre 10 anni (1992-2005) e c’è da considerare che sempre in questo arco di tempo il 70 % dei pazienti non ha avuto ricadute di alcun tipo. In Italia si sta già cercando di trasferire questo metodo nelle strutture sanitarie. L’ASL TO1 del Piemonte ha chiesto al ministero della salute il permesso e i fondi per avviare esperienze di Open dialogue anche in Italia e di valutarne la compatibilità col nostro contesto, per un progetto che coinvolgerà varie regioni del Sud, del Centro e del Nord Italia.

A tal proposito, dal sito State of Mind è importante riportare questa considerazione di Seikkula: Il Dialogo Aperto non è un modello da seguire uniformemente da luogo in luogo. Siamo realmente contrari alla generalizzazione dei modelli di trattamento psichiatrici, piuttosto siamo dell’idea che ogni pratica debba naturalmente seguire le condizioni e la cultura della società in cui è applicata. Allo stesso tempo, però, consideriamo il Dialogo Aperto non un metodo, ma uno stile di vita. Quando nasciamo, la seconda cosa che impariamo a fare, dopo respirare, è quella di coinvolgerci in relazioni dialogiche. Questo significa che quando organizziamo gli incontri di Dialogo Aperto stiamo tornando all’idea davvero essenziale, basica, della vita umana, non stiamo applicando un metodo. Come professionisti dobbiamo imparare a seguire il modo di vivere e il linguaggio dei nostri pazienti, completamente, interamente, senza eccezioni o pregiudizi. Non è facile. Ma questo è il vero cambiamento.

Per vedere il film/documentario di 74 minuti sul progetto “Dialogo Aperto“, clicca qui.

Foto di copertina: Eugene Kim Flickr/CC License

Foto nel testo: Alessandro Pautasso Flickr/CC License