Giovanna del Giudice (StopOpg): “ora la battaglia è contro le Rems”

A pochi giorni dalla chiusura degli ospedali psichiatrici giudiziari abbiamo raggiunto Giovanna Del Giudice del Comitato StopOpg per chiederle un commento e capire insieme a lei come può svolgersi il lavoro nelle Rems da ora in avanti.

Qual è il commento di Stop Opg rispetto a quanto annunciato nei giorni scorsi dalla ministra Lorenzin?

Come StopOpg Nazionale siamo molto felici dei risultati raggiunti. Nonostante il ritardo di due anni rispetto alla data prefissata, possiamo dire che siamo arrivati alla chiusura di tutti i sei ospedali psichiatrici giudiziari. Eppur vero che oggi in Sicilia ci sono alcune persone in misura di sicurezza provvisoria che devono trovare ancora una sistemazione alternativa, persone attualmente internate nell’ex Opg di Barcellona Pozzo di Gotto che oggi è stato trasformato in casa di reclusione. Ci stiamo impegnando perché il loro trasferimento nelle comunità terapeutiche venga fatto nel più breve tempo possibile, ma come annunciato il 16 febbraio scorso in Senato e successivamente dal ministro Lorenzin confermiamo che i sei Opg sono stati finalmente chiusi.

Questa lunga battaglia andrà ora esaurendosi, raggiunto l’obiettivo?

È stata una grande battaglia che ha visto la società civile presente, a partire dal cartello di associazioni che hanno aderito a StopOpg, e attiva nel portare avanti un intervento molto pressante nei confronti del governo. Ma il nostro lavoro non si ferma qui: StopOpg ha lavorato e continuerà a farlo in una verifica di come si opera oggi nelle Rems, le Residenze per l’esecuzione delle misure di sicurezza aperte in Italia a partire dalla chiusura degli Opg. Penso che oggi il Comitato possa trasformarsi da StopOpg a Comitato NoRems. Questo vuol dire che la nostra azione non si può fermare con la chiusura degli Opg ma vuole mettere in discussione i fondamenti scientifici e le norme del codice penale che mantengono ancora uno statuto speciale e dei percorsi speciali per le persone con problemi di salute mentale che hanno commesso un reato.

In questo complesso processo avete vigilato che i trasferimenti di tutti gli internati siano avvenuti nella tutela di ogni persona?

Per quanto a conoscenza del Comitato, nella maggior parte delle situazioni c’è stata una presa in carico e una tutela nel trasferimento degli internati dagli Opg alle Rems, quando questo è avvenuto. Non tutte le persone internate, bisogna ricordare, sono state trasferite in queste strutture. Alcuni sono stati dimessi, altri sono tornati a casa, altri nelle residenze o nelle comunità collegate con i dipartimenti di salute mentale. Purtroppo abbiamo anche evidenze di alcuni casi in cui questa tutela dei diritti non è stata garantita. Mi riferisco per esempio a due trasferimenti dall’Opg di Barcellona Pozzo di Gotto verso la Rems di Caltagirone, che sono stati effettuati in maniera assolutamente non rispettosa né dei diritti delle persone né di quelli degli operatori. Bisogna garantire che questi lavorino bene, per prendersi carico delle persone non per continuare a custodirle come veniva fatto in opg. A volte anche i magistrati vorrebbero fare degli invii in Rems poco attenti e poco rispettosi, sia nei confronti delle persone trasferite che degli operatori che vi lavorano. Credo che questo dipenda molto dalla capacità che gli psichiatri hanno e avranno di continuare ad assere autonomi e assolutamente non subalterni alla magistratura. Bisogna saper dire di no e sappiamo che molti colleghi lo sanno fare, mettendo al centro le proprie capacità rispetto ad una magistratura che spesso ci considera uno dei bracci per il controllo sociale.

La possibilità di essere considerati “bracci” del sistema penitenziario è uno dei punti che contestate del sistema delle Rems?

Sì, questa è una delle criticità, che si ricollega a quanto dicevamo prima. In questo sistema ci sono degli equivoci e delle contraddizioni rispetto ai contenuti della legge 180, perché non è stata cambiata la norma del codice penale, in particolare l’articolo 88 e 89. C’è da avviare un percorso su questo, sia sul solco della stessa legge 180 che ha eliminato lo statuto speciale che prima riguardava le persone con problemi di salute mentale, facendole entrare a pieno titolo nella cittadinanza sociale. Sia sul solco aperto da alcune sentenze della Corte costituzionale (2003 e 2004) che, alla tutela della comunità, privilegiano il diritto alla salute.