“Sulla mia pelle” di Alessio Cremonini: il film su Stefano Cucchi disponibile al cinema e su Netflix

Sulla mia pelle è il film sugli ultimi 7 giorni di vita di Stefano Cucchi, prodotto e distribuito da e su Netflix, presentato al 75esimo Festival di Venezia 2018 come apertura della sezione Orizzonti. Il film di Alessio Cremonini fa della transizione, del passaggio da una cella all’altra, da una struttura all’altra, il suo tema centrale.

Il punto di forza de Sulla mia pelle è il meccanismo circolare che sorregge l’intero film, come se tutto ruotasse intorno a un ingranaggio bloccato destinato a tornare sempre su se stesso, una pulsione opprimente che non (pre)vede vie d’uscita. Una metafora della burocrazia ma non solo.

La pellicola del regista Alessio Cremonini difatti pone l’attenzione su una situazione, affatto rara, di abuso di potere da parte delle forze dell’ordine e di vergognosa, nonché chiaramente inefficace, burocrazia delle istituzioni.

Nel guardare l’infinito girotondo tra carceri, ospedali, tribunale, distretti che ha visto protagonista il romano Stefano Cucchi (Alessandro Borghi) e che non si arresta neanche di fronte all’evidenza di un uomo massacrato di botte, chiedendoglisi anzi con palese omertà come si sia procurato “quei lividi”, viene da pensare all’ultimo film di Ken Loach Io, Daniel Blake vincitore della Palma d’oro al Festival di Cannes 2016.

Sulla mia pelle è privo della vena sarcastica e caratteristica di Daniel Blake, qui limitata a qualche sporadica battuta di Stefano Cucchi (“che è la festa delle guardie?”, “ma perché non se vede che m’hanno menato?”) la cui efficacia tra l’altro differisce dagli intenti grotteschi del film loachiano. Ora allo spettatore non viene strappato neanche un mezzo sorriso, viene anzi scosso da quelle poche battute che portano con sé una profonda amarezza.

Sulla mia pelle è una critica nuda e cruda, che nel corso del film si fa sempre più nera come i lividi di Stefano, senza tracciare alcun bagliore di speranza per un futuro prossimo, cercando anzi di scuotere gli animi e aprire gli occhi della società. Ed è qui la principale similitudine con il film di Ken Loach: siamo tutti dei possibili Blake, come anche degli ipotetici Cucchi in una realtà dove chi è al potere non ha come scopo principale la salute e il rispetto dei cittadini.

Stefano è solo uno dei 172 decessi in carcere avvenuti nel 2009, il 148esimo per la precisione. In molti ricorderanno la foto del volto tumefatto e senza vita con su scritto morto di epilessia, mentre ancora oggi le istituzioni stanno cercando di stabilire la causa del decesso.

Sulla mia pelle gira in tondo e intorno agli eventi che hanno caratterizzato gli ultimi  7 giorni di vita di Stefano Cucchi, tentando di portare a galla quel che si è sempre cercato di annebbiare. Il regista lo fa con una fotografia macabra e una regia emotiva e nervosa, caratterizzata da handycam, primi piani sul volto e dettagli sul corpo di Alessandro Borghi, a sua volta protagonista di un’intensa interpretazione di Stefano. Non convince fino in fondo Max Tortora nei panni del padre mentre si direbbe più adatta a una soap l’interpretazione di Jasmine Trinca nelle vesti della sorella Ilaria.

Interessanti le inquadrature sbilenche tese a rappresentare tanto il corpo destabilizzato quanto il disorientamento interiore del protagonista, tra continue visite, lastre alla schiena e notti in solitudine sul letto della cella prima di prendere sonno.

Sulla mia pelle rievoca un altro caso italiano di vittima delle istituzioni, quello di Franco Mastrogiovanni, morto di Tso, venuto a mancare in una struttura ospedaliera dopo 87 ore di ricovero nelle quali è sempre rimasto legato e che danno il titolo al documentario sui suoi ultimi giorni, costruito tramite le riprese effettuate dalle videocamere di sorveglianza.

Ai parenti di Mastrogiovanni così come per i familiari di Stefano non è mai stato concesso di visitare i due pazienti-detenuti fino al momento del loro decesso.

Voto: 7

Al cinema e su Netflix!