“La casa di Jack” di Lars von Trier: un serial killer alla ricerca del proprio Io in un mondo indifferente

Con La casa di Jack Lars von Trier realizza il suo ultimo film-parabola. Presentato al Festival di Cannes 2018The House That Jack Built (titolo originale) narra la vita del serial killer psicopatico e con disturbo ossessivo compulsivo di nome Jack (Matt Dillon), un ingegnere che però si ostina a fare l’architetto, come gli viene detto da Virgilio (Bruno Ganz).

La casa di Jack è diviso in cinque incidenti, ovvero cinque capitoli/omicidi da lui stesso scelti, tra gli innumerevoli compiuti nella sua vita, per essere raccontati, mostrati e rappresentati sullo schermo attraverso la pellicola del regista danese.

La componente metalinguistica è forte, soprattutto nel primo episodio con Uma Thurman nei panni di una donna cui si è fermata la macchina e con un crick rotto (in inglese “Jack”, come viene chiamato nel film). La donna ferma il Van rosso guidato da Jack e, nonostante la sua indifferenza, lo obbliga ad offrirle il suo aiuto, sale nel furgone con lui e comincia a descriverlo come un potenziale perfetto serial killer.

Comincia così la storia di Jack raccontata da lui stesso nel corso del film, insieme a un’altra voce fuori campo, quella di Virgilio, la guida più famosa della storia della letteratura, che lo accompagna in una sorta di percorso psicoanalitico, ma forse è più appropriato definirlo solamente “percorso”.

Ora, come non pensare alla penultima pellicola del regista danese, Nymphomaniac, la quale nel film rientra in una rapidissima sequenza di citazioni, seguono Dogville, The Kingdom, Anthichrist e Melancholia, tutti film di Lars von Trier che affrontano temi come l’arroganza, il perturbante, l’orrore, l’apatia di un’enorme depressione, la disperazione, si potrebbe dire quasi l’assenza di vita, o l’anti-Bellezza dell’essere umano; tutte cose che hanno a che fare con un forte impulso di morte, solitudine, sentimento di alienazione e inadeguatezza.

Jack ha il disturbo ossessivo compulsivo, il complesso di superiorità, è narcisista, intelligente, privo di empatia, misantropo, la sua personalità è fatta di queste e tante altre caratteristiche da serial killer che egli ci mostra attraverso dei cartelli in delle parentesi grottesche che lo ritraggono davanti al suo Van rosso.

La casa di Jack è anche un film grottesco e con un pazzesco humor nero che viene espresso anche attraverso le musiche, si pensi a Hit the Road Jack nei titoli di coda, oppure alla presentazione del pianista Glenn Gould che esegue Bach al piano. A tal proposito si può dire che Glenn Gould sia tanto fedele alle partiture e alla filologia bachiana (ndr. per niente) così quanto i film di Lars von Trier siano vicini alla realtà fenomenica. Niente affatto ma allo stesso tempo estremamente.

Nelle esecuzioni di J. S. Bach da parte di Glenn Gould c’è più del secondo rispetto al primo, c’è molta personalità pianistica e poca esecuzione filologica, la stessa cosa si può dire di Lars von Trier, con l’eccezione che il regista danese non pretende di spacciare una cosa per un’altra, ma crea da zero la sua opera in una poetica autoriale, di certo ossessivamente autoreferenziale, ma senz’altro lineare, coerente e che arricchisce la storia del cinema con la sua geniale originalità.

Dopo tante protagoniste donne (Nicole Kidman, Björk, Charlotte Gainsbourg, Kirsten Dunst) ecco finalmente un rappresentante maschile di Lars von Trier: Matt Dillon. Nel corso dell’odierna conferenza stampa romana de La casa di Jack, l’attore stesso ha dichiarato che il protagonista somiglia al regista, “l’unica differenza è che Lars non uccide”.

Il suo modo di lavorare è perfetto, assiduo, perseverante, effettivamente seriale, dalla sceneggiatura, alle riprese, fino al montaggio. Lo stesso regista ha ammesso di avere molte fobie e di aver sofferto di una profonda depressione (e qui sono le donne, Charlotte Gainsbourg e Kirsten Dunst su tutte, ad aver rappresentato questo lato più femminile del regista, fatto di sofferenza e fragilità).

Tornando a Jack, ossessionato dall’essere riconosciuto, come assassino ma prima di tutto come essere umano, lo vediamo compiere crudeltà, infondere il terrore e la sofferenza nell’Altro, e tutto questo ci viene mostrato dal suo punto di vista, quello di chi non prova emozioni.

Il fischio e il ronzio eterni dell’inferno non sono tanto assordanti quanto il silenzio degli indifferenti in una notte dove gli unici suoni sono le urla di due voci umane: quella di una donna “semplice” che sta per essere uccisa senza pietà e quella di uno spietato serial killer che altro non vuole che essere trovato, riconosciuto.

La casa di Jack, il correlativo del suo Io, è fatta di cadaveri, egli stesso ha la sensibilità di una salma, nulla di umano se non il corpo, l’apparenza, l’involucro esterno. All’interno è freddo come un morto in una cella frigorifera insieme alle innumerevoli pizze surgelate nelle confezioni di cartone accumulate e mai aperte, mai neanche assaggiate.

Con La casa di Jack Lars von Trier ci porta negli inferi dell’essere umano, nel lato più nascosto, anzi nel fondo di un buco nero, e ci mostra lo spaventoso, il mostruoso (e non per questo disumano) che vive nell’uomo. Il regista esaspera questi aspetti nella brutalità più assoluta, portando sullo schermo il personaggio di un serial killer psicopatico alla spasmodica ricerca della sua identità ma che, in un mondo indifferente, nessuno gli riconosce.

Voto: 10

Dal 28 febbraio al cinema!

Il film sarà distribuito in 120 sale italiane e vietato ai minori di 18 anni.