I cittadini con disturbo mentale e il codice civile

Oggi in Italia tutte le persone affette da disturbo mentale godono dei diritti garantiti dalla Costituzione. E anzi il pieno riconoscimento del diritto di cittadinanza è alla base di ogni programma di cura, riabilitazione, reintegrazione sociale.

Fino alla fine degli anni ‘70 e all’arrivo della legge 180, le persone che subivano il ricovero coatto in Ospedale Psichiatrico per più di 30 giorni venivano sottoposte d’ufficio al procedimento di interdizione che portava al decreto di ricovero definitivo. Di conseguenza veniva nominato un tutore. L’interdizione comportava e comporta la perdita dei diritti civili: non poter fare testamento, non poter contrarre matrimonio, non poter donare, non poter votare, non poter compiere atti di ordinaria o straordinaria amministrazione dei propri beni. Le persone affette da disturbo mentale venivano sottoposte, frequentemente con rigidi automatismi, a questi procedimenti d’interdizione, quando ricoverate in un Ospedale Psichiatrico ma anche soprattutto su richiesta di familiari interessati.

L’entrata in vigore della legge 180 ha eliminato alcuni di questi automatismi, come ad esempio la perdita del diritto di voto in corso di TSO, ma non ha cancellato le norme del Codice Civile che regolamentano l’istituto dell’interdizione e dell’inabilitazione. Ancora oggi, infatti, il Codice Civile prevede che per le persone che si ritrovino in una condizione di abituale infermità mentale, che le rende incapaci di provvedere ai propri interessi, può essere richiesto un provvedimento di interdizione, con la nomina di un tutore (art. 414 CC)[5].

Analogamente, per le persone la cui infermità non è talmente grave da impedire totalmente di provvedere ai propri interessi può essere richiesta l’inabilitazione, con la nomina di un curatore (art. 415 CC)[6].

Interdizione e inabilitazione vengono richieste al Tribunale, alla Procura della Repubblica, da un familiare, da un qualsiasi cittadino o anche da un operatore dei servizi pubblici. Il Procuratore nomina un giudice che istruirà il procedimento di interdizione. Può nominare un consulente tecnico, il perito, che dovrà accertare il grado di infermità della persona.

L’eventuale interdizione comporta dunque la perdita di molti diritti civili e la nomina di un tutore: l’interdetto non può compiere atti di ordinaria e straordinaria amministrazione. L’inabilitazione invece comporta una perdita solo parziale di diritti civili e la nomina di un curatore: l’inabilitato non può compiere atti di straordinaria amministrazione, mentre può amministrare i propri beni in via ordinaria.

In estrema sintesi: mentre la persona interdetta non può amministrare nulla del proprio patrimonio, la persona inabilitata resta titolare del patrimonio e può disporre dell’eventuale stipendio o pensione, può comprare o vendere piccoli beni.

Alla luce delle attuali conoscenze, appare un pregiudizio gravissimo dare per scontato che le persone affette da un disturbo mentale, e anche da schizofrenia, siano per questo automaticamente incapaci e quindi da interdire oppure inabilitare. È sempre utile invece cercare strade e soluzioni che non sottraggano alle persone competenze e responsabilità, ma che al contrario le mantengano o gliele restituiscano. Molte volte infatti a un disturbo mentale, anche caratterizzato da sintomi evidenti, non corrisponde necessariamente una condizione di incapacità a curare i propri interessi.

E dunque già da diversi anni si è resa evidente la necessità di un progetto di riforma complessiva delle norme riguardanti interdizione e inabilitazione, che vengono considerate dai più eccessivamente severe e penalizzanti. Nel gennaio del 2004 è stata approvata dai due rami del Parlamento la legge (Legge 6 del 9-01-2004) che raccoglie, dopo vari anni di dibattito, i suggerimenti e le proposte provenienti sia dall’ambiente psichiatrico che da quello giuridico. La legge istituisce l’Amministratore di Sostegno e si integra con gli articoli del Codice Civile relativi a interdizione e inabilità. Questi dovranno essere utilizzati solo in casi estremi.

La legge, all’art.1 recita:

«La presente legge ha la finalità di tutelare, con la minore limitazione possibile della capacità di agire, le persone prive in tutto o in parte di autonomia nell’espletamento delle funzioni della vita quotidiana, mediante interventi di sostegno temporaneo o permanente».

In questa prospettiva la persona conserva una piena autonomia e l’Amministratore di Sostegno deve occuparsi soltanto di alcuni atti della vita civile e di alcuni aspetti di tipo patrimoniale su precisa e circostanziata indicazione del giudice.

Rispetto al passato il cambiamento, al di là delle formule giuridiche, è netto: lo scopo fondamentale degli istituti dell’interdizione e dell’inabilitazione era (ed è) la difesa del patrimonio, principalmente a tutela degli eredi aventi diritto. Il tutore o il curatore devono amministrare il patrimonio per conservarlo. L’attenzione alle condizioni di vita della persona tutelata finisce per essere subordinata alla conservazione del patrimonio.

L’Amministratore di Sostegno invece deve garantire un uso appropriato del patrimonio e ha come scopo fondamentale il benessere della persona. Più che un semplice amministratore patrimoniale è una figura che deve avere un rapporto paritario con la persona e aiutarla sulla base delle sue reali necessità.