Com’è profondo il male? Intervista impossibile ad Hannah Arendt

È la prima volta che mi trovo ad intervistare qualcuno che non c’è (più).

Non credo sia davvero la prima volta: avrà pur letto un libro o due in vita sua – cos’è la lettura se non un’intervista a persone assenti?

Sì, mi è capitato. Ma non è la stessa cosa: i testi non ascoltano le mie domande e non possono rispondere.
Al contrario: i testi ascoltano le domande, le domande vere, e rispondono sempre se messi a loro agio. Lei come legge?

In che senso, mi perdoni?

Nell’unico senso possibile! Come legge? Ad alta voce o in silenzio? Dall’inizio o dalla fine? Da solo o in compagnia?

Leggo in silenzio, da solo. Dall’inizio, naturalmente.

Legge in silenzio e poi si lamenta dei testi che non rispondono? Provi a dar loro voce, ogni tanto. Non si annoia, poi, a partire sempre dall’inizio? Forse non si annoierà lei ma di certo ne soffriranno i libri. Scommetto che non ha mai saltato una pagina e che ha paura di andare avanti quando non capisce un periodo – me li immagino, quei poveri lunghi periodi incompresi, condannati ad essere ripetuti e riletti ancora e ancora, in silenzio, per ignobile eccesso di cautela o pedanteria, no a perdere ogni traccia di significato e rimanere poco più che scheletri di un discorso, sepolti poco dopo, con tutte le loro subordinate, in qualche profondo abisso della sua fragile memoria! Legge da solo, per di più! Se a suo avviso nessuno è in grado di sopportare una lettura o una discussione in sua compagnia allora potrebbe – è solo un suggerimento – provare davvero a leggere “fra sé e sé” oppure a fingere di parlare con qualcuno, che è poi quasi la stessa cosa. Potrebbe ngere di parlare con l’autore.

Credo mi limiterò ad iniziare dalla fine, per oggi. Un passo alla volta.

Siamo già alla fine – ma naturalmente non se ne è accorto.

Nel suo “Le Origini del Totalitarismo” descrive l’evento totalitario come una “singolarità” – di fatto come uno strappo nel tessuto dei nessi causali che era diventata la Storia. Più di dieci anni dopo, di fronte ad Eichmann processato a Gerusalemme, afferma invece con forza la “banalità” del male – di quello stesso male. Eichmann le ha fatto cambiare idea?

Non riscontro contraddizioni, solo un approfondimento.
La Storia non era mai entrata in contatto con qualcosa di così difficile da raccontare – ecco in cosa consiste la singolarità. I totalitarismi hanno formato ed hanno operato al contempo in un campo insondabile dalla “scienza della Storia” così come si era ormai definita. Hitler insomma non è peggiore di tutti gli altri grandi criminali e sterminatori dei quali la storia del mondo è cosparsa. Ad essere inaudito non è il genocidio in sé: è il metodo ad essere radicalmente nuovo. La tecnicizzazione, meccanizzazione, burocratizzazione della morte. Eichmann è un burocrate, si è occupato dell’organizzazione logistica dello sterminio. Un uomo medio spinto dalla banale necessità, non un demone mosso da chissà quale profonda energia infernale – e questo, se permette, è molto più inquietante.

Cos’è dunque il male per lei? Quanto è profondo?

Il male è assenza di pensiero e profondità; il pensiero è il dialogo interiore con sé stessi. Il male sfida il pensiero perché questo pretende di andare nel profondo delle questioni, tenta di scovare le radici delle cose, e nello stesso momento in cui si interessa al male è frustrato.

È frustrato perché in fondo non c’è nulla?

Esattamente. Non c’è nulla. Il male è come un fungo – può ricoprire la super cie del mondo umano no a consumarlo, mai è però realmente profondo e radicato. Solo il bene può essere radicale.

Sarà pure superficiale, ma è ben organizzato. Giorgio Manganelli – che degli inferi era assiduo frequentatore e acuto narratore – ha detto “lo sapevamo fin da Dante che l’Inferno ha una tendenza urbanistica. C’è una mappa dell’Inferno, ci sono delle strade, c’è una toponomastica, senza dubbio ci sono dei vigili. Nella nostra cultura non riusciamo a pensare al paradiso, per il momento, se non come una variante particolarmente luminosa del nulla”.

Non posso che essere d’accordo. Il male si organizza e lo fa sempre meglio perché usa strumenti sempre più precisi; è molto dif cile organizzare il bene, proprio perché il bene è molto più profondo e si mette continuamente in discussione. Mi permette un’incursione nella sua attualità? Seguo con immenso rammarico e al contempo non senza una certa dose di noia il modo in cui la sua nazione affronta la “questione migranti”.

“Chiudere i porti” si presta ad esser facilmente bollato come un atto ingenuo ed istintivo mos- so da scarsa lungimiranza e non come un male ben piani cato – poi c’è il “Decreto Sicurezza”, che è invece organizzata e precisa demolizione del sistema di accoglienza diffusa. Ha tutta l’aria di essere, il decreto, un dispositivo mirato all’accumulo di tensioni e paure, atto ad ampli care il terrore. Tutto fuorché una reazione ingenua o poco lungimirante – il terrore è il più potente strumento di controllo delle masse e di mantenimento del potere.

Cosa c’è di così spaventoso nei migranti? Cosa c’è di particolare in questo flusso migratorio?
Da un lato serpeggia la domanda più o meno conscia: cosa diventa una persona dopo aver passato gli inferni delle torture e delle violenze dei campi di con ne? Che naturalmente vuol dire: cosa potrei diventare, io, uomo o donna “di famiglia”, dopo aver perso padri madri gli amici amanti e casa; dopo aver subito e sentito e visto sul corpo e nello spirito il peggio di cui l’essere umano è capace?

Dall’altro mettono l’essere umano medio del “primo mondo” di fronte alla propria solitudine e al proprio triste egoismo.

Cosa intende con quest’ultimo punto?

Intendo dire che non sono mai soli, che lo vogliate o meno, che apriate i porti o meno. I migranti vivono sulla pelle le storie più dolorose e lo fanno in comunità. Per accoglierli è necessario ricucire il tessuto sociale che decenni di atomizzazione delle masse hanno sfaldato, è necessario mettersi radicalmente in discussione, è necessario riorganizzare il proprio tempo e ristabilire le priorità. Serve, insomma, una nuova comunità. I nuovi fenomeni migratori sono una forza sti- molante e ri-ordinante che spaventa quei pochissimi che sulla solitudine, sulla concorrenza fra disperati, sulle lotte per mezzo salario, hanno lucrato e continuano a lucrare. Il loro unico strumento per mantenere lo stato di cose attuale, dunque, è proprio il terrore, atto ad evitare una nuova coscienza comunitaria. Il terrore e la tensione sono il muro fonoassorbente che impedisce alle vostre città disarticolate e frammentate di ascoltare quelle storie – le storie dietro e dentro quei numeri annegati.

Quelle storie vi salveranno e salveranno innumerevoli vite.

Che strana sensazione. Sono davvero io a parlare? Forse è solo stanchezza.

Mi dispiace, è colpa mia: è la prima volta che mi trovo ad intervistare qualcuno che non c’è (più).

 

Andrea Sannino