“Border – creature di confine” di Ali Abbasi: l’odore di un’umanità mostruosa

Border – creature di confine è l’ultimo film dell’iraniano Ali Abbasi, vincitore al Festival di Cannes 2018 nella sezione Un Certain Regard, che narra una storia di diversità ed emarginazione.

Tina (Eva Melander) è una donna robusta che lavora come guardia alla dogana ed è in grado di fiutare l’odore delle emozioni come il senso di colpa, la rabbia, la vergogna e via dicendo. Così il suo compito è quello di riconoscere e perquisire le persone con cattive intenzioni, attraverso la percezione delle loro emozioni, indizi che si rivelano sempre (o quasi) infallibili. Similmente a un cane antidroga, Tina lavora più con l’olfatto che con la vista, fermando di volta in volta gli individui sospettati di voler portare oltre il confine qualcosa di illegale, come un litro di alcol o un microchip nascosto in uno smartphone.

Il commercio illegale è un tema centrale di Border, film che per alcuni aspetti ricorda il cinema di Yorgos Lanthimos, dove la società civile è spesso messa a rischio dal pericolo del “diverso”, ovvero qualcuno o qualcosa che ne sconvolga le leggi sulle quali è fondata. Così come le pellicole del regista greco, Border è un film d’autore dalle tinte horror e profondamente perturbante, dove le musiche sembrano dar voce all’angoscia e al turbamento della protagonista, ma anche di un mondo su cui incombe una minaccia dalle conseguenze terrificanti.

Anche dal punto di vista estetico viene in mente il regista de Il Sacrificio del cervo sacro: la fotografia è noir, tenebrosa e glaciale allo stesso tempo, il bosco vicino l’abitazione di Tina ricorda la “foresta dei single” in The Lobster, l’ambientazione rurale dove vivono gli anticonformisti capitanati da una fredda, nell’aspetto e nei sentimenti, Lea Seydoux. Come non pensare inoltre ad Antichrist del danese Lars von Trier: i colori freddi dei paesi scandinavi di Border, così come l’atmosfera disturbante, rimandano a quei paesaggi naturali che sembrano lontani anni luce dalla civiltà.

Questa dicotomia normale-anormale, legale-illegale, razionale-animale, familiare-perturbante, Freud direbbe heimliche-unheimliche, tende a separare in modo innaturale degli aspetti che nell’essere umano convivono, come il bene e il male, mettendo invece dei confini laddove necessiterebbero integrazione e comprensione.

Per tutta la vita Tina ha creduto di essere affetta da una malformazione genetica, sentendosi “sbagliata” e sforzandosi così di integrarsi in una società di “normali”. Tina infatti ha una casa propria e un lavoro con cui si mantiene, ma un giorno scopre che il suo vero nome è Reva, incarnando così l’emblema di chi non riesce a trovare (perché non può) un’identità autentica in una società bipolare, essa stessa generatrice dei propri mostri e dei nemici che combatte in un meccanismo pulsionale di coercizione e autodistruzione.

Voto: 8

Al cinema!