Mi chiamano sbandato. Intervista a Edmond

Edmond è un giovane scrittore romano, Mi chiamano sbandato è il titolo del suo ultimo libro autobiografico che segue le tappe della sua vita: nella prima parte del libro, “Diario di uno sbandato”, Edmond racconta alcuni episodi che hanno segnato la sua vita, scanditi dai suoi compleanni (dai 16 ai 26). Il contesto familiare povero e anaffettivo in cui è cresciuto ha influito sul suo percorso, le critiche alle istituzioni e i comportamenti anticonformisti lo hanno portato a isolarsi nella sua rabbia, nel suo dolore e nei suoi sogni, fino ai contatti con il Sert e alla reclusione in carcere.

Immerso in un ambiente governato da logiche punitive e dalla poca attenzione alla cura del singolo, Edmond ha continuato a sentirsi un pesce fuor d’acqua. Mi chiamano sbandato, edito da Il Galeone, raggruppa poesie e diari autobiografici scritti tra Rebibbia e Regina Coeli, le carceri dove ha trascorso gli ultimi tre anni. 

 Abbiamo intervistato Edmond che ci ha raccontato la sua esperienza. 

 Perché hai scelto Edmond come pseudonimo? 

 Quando ho cominciato a scrivere il libro stavo leggendo Il conte di Montecristo e non volendomi palesare con il mio nome ho scelto Edmond, come il protagonista del romanzo. Il motivo ha anche una venatura più profonda, Edmond è stato prigioniero ingiusto, io no, ma il punto è che Edmond quando esce di prigione non è più lui ma è altro, è come uno spettro che torna ai vivi per ricordare il male che fanno. Un po’ come lui, io quando scrivo ricordo il male che mi è stato fatto. 

 Come hai vissuto il giudizio di chi ti chiamava “sbandato”? 

 Finché non è diventato un profilo artistico mi ha fatto male. Non l’ho vissuto né bene né male, ho accettato la mia condizione. È un’etichetta ma tutti le mettiamo, il mondo è pieno di etichette e persone poco autentiche. 

 Attraverso il libro e le poesie emergono sentimenti di rabbia e anticonformismo. Ad oggi, pensi che questa società essa possa realmente integrare chi viene etichettato come “diverso”? 

 No, la speranza sta in noi “diversi” che dobbiamo aiutarci fra di noi. Lo so che la società è fatta di esseri umani ma io non credo nella società, perché essa non è tarata per fare del bene a tutti. Non credo nel sistema capitalista e nella superficialità, mi viene difficile crederci ma per sopravvivere crederò nelle persone e non nel contesto in cui vivo. La cura per molte cose sta nell’amore per il prossimo, credo che il cambiamento in positivo stia nell’amore e non nell’odio gratuito. 

 Ti va di descriverci una tua giornata tipo in carcere? 

 Sono stato in più strutture e a seconda della struttura ho distribuito il tempo. Io sono una persona stramba, quindi passavo molto tempo da solo e leggevo. Passavo il tempo tra letture, ginnastica e scrittura. Mi alzavo la mattina, prendevo il caffè, andavo a correre, tornavo in cella, mangiavo, leggevo, mi facevo un po’ uccidere dal tempo, un po’ mi uccideva lui e un po’ lo uccidevo io. Ho passato anni nella solitudine e chiuso in me. 

 Cosa ti è mancato di più stando in carcere? 

 Il carcere è un sistema che non rispetto e non trovo utile, ma sono stato così poco fuori negli ultimi tre anni da quando sono entrato che mi mancava proprio una vita di base. Mi mancava vivere perché non ho mai vissuto secondo me, ho solo sognato. 

 Che progetti hai adesso? 

 Più che progetti ho sogni. Mi piacerebbe lavorare e riuscire in ciò che faccio, nella scrittura e nell’aiutare gli ultimi, qualsiasi forma di ultimo, persone come me, gli emarginati. Non voglio farlo per darmi un tono ma perché penso che sotto un prato di superficialità e di egoismo ci sono persone, e secondo me dietro un sacco di merda ci sono persone più valide di chi tira un sacco di merda addosso agli altri. La mia ribellione è cercare il “tutto” nei nessuno. L’obiettivo è questo, poi vedremo.