La libertà terapeutica del centro diurno: il modello integrato relazione-lavoro-abitare che non “spezza le antenne” all’individuo

Nel corso delle tre giornate di Expo Salute Mentale 2019 all’ex Cartiera Latina si sono tenuti numerosi convegni, incontri e tavole rotonde sullo stato dei servizi di salute mentale in Italia. Tra i vari temi si è parlato dell’attuale situazione dei centri diurni e del modello integrato “relazione, lavoro, abitare” attivato attraverso laboratori con attività artistiche e lavorative, percorsi di cura e relativi interventi tecnici sulla malattia, con lo scopo di favorire l’inclusione nella società e il riaggancio alla vita.

Il centro diurno è un luogo di cura, ma soprattutto di cultura, se si pensa che la salute mentale è un concetto che riguarda chiunque. Ne è un esempio il fatto che i centri diurni a Torino si chiamano centri territoriali, e in Umbria sono inseriti in zone eterogenee della regione: si trovano in città, nei paesi, nelle campagne e nelle zone storiche. D’altra parte, in città come Napoli i centri diurni sono nascosti, sommersi da altre strutture architettoniche, praticamente emarginati dalla collettività.

Lo psichiatra Paolo Francesco Peloso, nel corso del suo intervento, ha ricordato che il centro diurno dovrebbe essere contemporaneamente un “luogo” e uno “snodo”. Più precisamente un luogo dove stare bene, grazie ai laboratori, all’intrattenimento e alla presenza di diverse figure professionali della salute mentale. Il centro diurno è dunque un luogo dove stare per ripartire, e quindi uno snodo che consente di abitare nella normalità e di riappropriarsi della propria vita.

Peloso ha anche ricordato lo psichiatra e antropologo Frantz Fanon, il quale, nel 1959, è stato il primo ad affermare che la libertà è terapeutica. Avendo ricevuto l’incarico di dirigere uno dei soli due ospedali psichiatrici che esistevano in Africa, a Tunisi, Fanon evidenzia i vantaggi dell’assistenza diurna rispetto al tipo di assistenza H24.

“L’incontro tra il medico e il paziente all’interno dell’ospedale diurno si configura come l’incontro tra due individui liberi”, scriveva Fanon. Questo perché la persona con disagio mentale non appartiene totalmente all’istituzione ma solo in parte, e in tal modo può continuare a muoversi fra i luoghi del quotidiano e a svolgere i propri doveri e le proprie attività.

Secondo Fanon, “questo è il presupposto necessario di ogni terapia, in particolare di quella psichiatrica. Il malato che lascia il centro diurno recupera, varcata la soglia, ogni sua abitudine, ed è così che egli continua ad andare all’appuntamento al bar, a recarsi in moschea e a frequentare i gruppi politici. Il malato, dopo le ore 18, è catturato dal complesso gioco delle coordinate socio-personali che definiscono il suo inserimento nel mondo”.

Ed è così che l’individuo può svolgere le azioni ordinarie, che appartengono alla sua quotidianità, rimanendo sia in famiglia sia nella società. Inoltre, con l’assistenza diurna non si pone il problema drammatico della dimissione dopo lunghe permanenze in strutture psichiatriche H24.

Ancora, Fanon scriveva che “di fatto non esiste una cesura con l’ambiente esterno, il terapeuta non ha mai di fronte a sé un soggetto isolato ed escluso, al contrario si trova a confrontarsi con una personalità in cui le relazioni col mondo sono ancora vivaci e attive, non devono quindi essere riprese alla dimissioni in quanto permangono. Il malato continua ad essere coinvolto nella società, nella famiglia, nell’ambiente professionale, non è quindi un individuo al quale abbiamo spezzato le antenne”. Il concetto di “antenne spezzate” sollevato da Fanon già alla fine degli anni ‘50 del secolo scorso è più attuale che mai. 

Peloso ha fatto inoltre riferimento ai sussidi economici su cui si basa il sistema di welfare esistente, da quelli storici come la pensione di invalidità e l’accompagnamento, fino al nuovo reddito di cittadinanza. Da una parte tali strumenti sono umani, solidali e positivi, dall’altra però innescano una sorta di “trappola della disabilità”. Questo succede perché talvolta, con questi sussidi, “la disabilità viene aiutata ma al contempo esclusa”. Una frase, questa, che come ha spiegato Peloso, proviene da un utente di un centro diurno coinvolto in molte attività e laboratori ma senza lavoro. Il rischio insomma è proprio quello di tagliare fuori il malato psichiatrico dal mondo del lavoro.