Convivenze possibili: l’esperienza della Cooperativa Solaris

Vagando per l’Expo salute mentale, abbiamo conosciuto una realtà molto interessante che lavora nell’ambito della riabilitazione psichiatrica e dell’inclusione sociale delle persone con un disagio mentale grave. Abbiamo intervistato Pina, Valerie e Stella della Cooperativa Solaris. La Cooperativa Solaris nasce dall’esperienza di un’associazione intitolata con lo stesso nome, creata nel 2003 da un gruppo di familiari. Solaris Supported Housing prevede che due o tre persone (con disagio mentale) possano abitare stabilmente nello stesso appartamento e che siano supportati economicamente e psicologicamente, se dover trascorrere a tempo indeterminato la propria vita in cliniche residenziali lontane dal proprio contesto di vita.

Che cosa fa la Cooperativa Solaris?

La Cooperativa Solaris Supported Housing è nata per dare assistenza domiciliare a pazienti psichiatrici che uscivano dalle strutture riabilitative o che comunque avevano bisogno di un supporto per mediare con i familiari e con il coinquilino, nella gestione della casa e della vita quotidiana. È una bellissima realtà perché siamo tutti giovani ed essendo giovani è stata proprio questa la difficoltà: metterla su e mantenerla.

È difficile aprire una cooperativa?

Sì. Ci vogliono dei soldi iniziali per la costituzione del notaio e poi la spesa del commercialista perché, la cooperativa sociale, essendo una vera e propria società, comporta tutta una serie di adempimenti burocratici da fare: camera di commercio, il bilancio, la distribuzione degli utili, etc.

Nella vostra esperienza, aiutate persone con disagio mentale a vivere, a casa propria o anche in altri contesti?

È un lavoro di sostegno al recupero delle autonomie delle persone con una diagnosi psichiatrica. Un lavoro a tutto tondo, in cui la casa è solo un pezzo, seppur fondamentale, dell’autonomia della persona: il quartiere è un altro pezzo, così come il tempo libero, il lavoro, le relazioni sociali. Dove c’è bisogno, noi diamo una mano.

Collaborate con i servizi pubblici?

Sì, con diversi Centri di Salute Mentale nel secondo e terzo municipio di Roma.

Intervistiamo Maurizio, un ragazzo che dopo 14 anni di comunità terapeutica, è andato a vivere in un appartamento privato e attualmente sta in affitto con un rifugiato politico.

Raccontaci la tua esperienza di convivenza con un rifugiato politico.

Intanto c’è da fare una premessa: io ho 41 anni e da 8 anni vivo in una casa. A 18 anni sono venuto a vivere a Roma e dai 19 fino ai 32 anni ho vissuto in giro per le comunità, in ospedali… quindi quando sono andato a vivere in una casa i miei genitori hanno pensato “diamo la possibilità anche a un rifugiato afgano di vivere in una casa (lui si è trovato lavoro, fa il meccanico a Laurentina) e così troviamo anche qualcuno che dà un’occhiata a Maurizio”.

Quindi siete un’esperienza virtuosa di convivenza e integrazione.

Virtuosissima perché in 7 anni abbiamo litigato una sola volta.

Avete un supporto?

I miei genitori ci pagano l’affitto, a tutti e due.

Avete un’assistenza? In che consiste concretamente?

L’aiuto consiste in un operatore che viene una volta a settimana a casa mia e mi aiuta con le faccende burocratiche oppure mi porta dallo psichiatra a prendere i farmaci. Oltre a questo, un’operatrice di una comunità viene una volta al mese, e lo psicologo privato tre volte al mese.

Che lavoro fai Maurizio?

Lavoro alle biblioteche di Roma.

Fondamentalmente la tua esperienza è la dimostrazione pratica che una persona con disagio mentale può essere seguita o fare percorsi senza per forza stare in una clinica o in una comunità.

Dipende tutto da se stessi perché se io non decidevo che mettevo la testa a posto, se uno decide che per forza deve continuare a fare le cose che faceva a 20 anni non guarirà mai. E mi hanno anche fatto proposte convincenti.

Juliana Azevedo, Edgardo Reali