Montalcini, una donna (e un’eredità) fuori dal normale. Ne parliamo con i ricercatori dell’EBRI

Nata a Torino il 22 aprile 1909, morta a Roma il 30 dicembre 2012, Rita Levi Montalcini è stata una neurologa, accademica e senatrice a vita italiana, Premio Nobel per la medicina nel 1986.

Negli anni cinquanta con le sue ricerche scoprì ed identificò il fattore di accrescimento della fibra nervosa (nella fattispecie della struttura assonale), noto come NGF: per tale scoperta è stata insignita nel 1986 del premio Nobel per la medicina. Vincitrici di tanti altri premi, è stata la prima donna ad essere ammessa alla Pontificia accademia delle scienze. Il 1o agosto 2001 è stata nominata senatrice a vita, per aver “illustrato la Patria con altissimi meriti nel campo scientifico e sociale”.

È stata socia nazionale dell’Accademia dei Lincei per la classe delle scienze fisiche e socia-fondatrice della Fondazione Idis-Città della Scienza.

Gli amici della trasmissione “Le Pigne in Testa” di Radio 32, hanno intervistato la dott.ssa Francesca Malerba e il prof. Enrico Cherubini dell’EBRI (European Brain Research Institute), costituito nel 2002 per volontà di Rita Levi Montalcini. La Fondazione EBRI, in stretta collaborazione con l’Università “Sapienza” di Roma, è un ente di eccellenza della Ricerca in linea con i più prestigiosi centri di ricerca Nazionali ed Internazionali, vanta contatti ed interazioni con studenti ed eccellenti gruppi di ricerca presenti nel Campus come l’IIT, l’Istituto Superiore di Sanità, il CNR e le Cliniche Universitarie: l’ente  contribuisce ad ampliare a livello Nazionale ed Internazionale la visibilità dell’attività di ricerca nel campo delle Neuroscienze.

La prof.ssa Montalcini, come racconta Francesca Malerba, ha avuto una vita non facile come ricercatrice e come donna, in un periodo di guerra, in cui le leggi razziali le hanno impedito di frequentare l’università. Nonostante le enormi difficoltà dell’epoca, Montalcini è riuscita a contribuire alla ricerca fin da giovane, quando ha riprodotto un laboratorio nella sua camera da letto per poter continuare lavorare e sperimentare. Le leggi razziali imposte dalla guerra e le difficoltà dovute alle proprie scelte di donna e studiosa, hanno portato Montalcini, all’età di 37 anni, ad affrontare da sola il tragitto in nave verso gli Stati Uniti d’America, paese che ha ospitato, soprattutto in quel periodo, le migliori menti fuggite dal vecchio continente.

Da allora la sua vita non ha mai smesso di superare le barriere imposte dai luoghi comuni e dal senso comune del suo tempo: rinunciando alla possibilità di avere una famiglia propria, Rita Levi Montalcini ha sposato la ricerca e la diffusione della passione per essa.

L’EBRI è un istituto di ricerca che ospita al suo interno molti gruppi di studio, che affrontano prevalentemente le funzioni del cervello, funzioni cognitive superiori e quelle secondarie, ovvero quelle che utilizziamo per le azioni quotidiane, le emozioni, la memoria e promuovono ricerche sulla genesi e lo sviluppo di malattie come l’Alzheimer e i disturbi dello spettro autistico.
La ricerca di base e quella applicata sono due aspetti della ricerca che i due ospiti ci aiutano a comprendere, con la stessa passione per la comunicazione che agevola la comprensione, parte integrante del pensiero e del modo di comunicare trasmesso a loro da Montalcini: un sentimento di accoglienza verso il prossimo. Montalcini parlava del ricercatore come di un’artista con l’istinto del “cercatore di tartufo”: così la prof.ssa descriveva la sua vita e la sua attitudine alla madre nelle proprie lettere. Scrivere, studiare e formulare delle ipotesi, valutate poi da esperti del settore esterni, attraverso i dati e gli esiti degli esperimenti, sono le tappe del percorso di un ricercatore. In genere su questi aspetti si predispongono verifiche, incontri e convegni della comunità scientifica, che a sua volta assorbe la ricerca, nella speranza che qualche altro ricercatore riprenda poi gli esiti della stessa e possa sviluppare e portare avanti l’ipotesi vagliata.

Come si può immaginare il lavoro del ricercatore è un mestiere che richiede una grandissima dose di passione e di amore verso il prossimo, oltre che intelligenza e moti- vazione allo studio: queste doti di certo non mancavano alla prof.ssa Montalcini e il centro da lei fondato, porta avanti con questo spirito la ricerca su Autismo e Alzheimer.

Il prof. Enrico Cherubini conduce un gruppo di ricerca specifico sull’autismo, disturbo che si manifesta quando il sistema nervoso centrale presenta delle carenze o delle problematiche nello sviluppo: per questo motivo, nei bambini possiamo verificare intorno ai tre anni, alcuni atteggiamenti che possono far pensare all’autismo, solo quando iniziano a parlare o a muoversi autonomamente, seguendo l’impulso del proprio corredo genetico e dell’ambiente circostante con cui questo interagisce. Il fulcro della ricerca portata avanti all’interno dell’EBRI è proprio quello di trovare dei punti in comune tra varie forme di autismo, con le quali è possibile rispondere con terapie farmacologiche e con esperienze di relazione, che in molti casi migliorano le condizioni e lo sviluppo del sistema nervoso compromesso.

Ancora non si è trovato un punto d’incontro tra i diversi disturbi. La ricerca si concentra sul mancato sviluppo delle sinapsi tra i neuroni, responsabili del trasporto di sostanze fondamentali per la costruzione del sistema cerebrale deputato al linguaggio e ad altri sistemi, che permettono all’organismo di comunicare, comprendere e interagire. Malerba invece si occupa degli aspetti della ricerca riferiti ai disturbi dell’Alzheimer e di come le cellule che si occupano della parte cognitiva del cervello iniziano a non funzionare più e a morire: non c’è attualmente una cura, per questo motivo è importante riuscire a fare una diagnosi precoce e trovare una terapia che rallenti questo processo. Non ci sono, al momento, terapie che vanno ad incidere su questo processo di deterioramento del cervello, ma solo alcune che attutiscono i sintomi. Gli studi condotti da Montalcini sono importanti per renderci consapevoli che, anche se non conosciamo l’esito delle ricerche, proseguire sul percorso segnato in precedenza da illustri colleghi, porta ad avere risultati sorprendenti, raggiungibili solo attraverso la reale condivisione e collaborazione tra esperti.
Anche la scoperta dei “neuroni specchio” è collegata con l’eredità che Montalcini ci ha lasciato: l’importanza dell’empatia, dal punto di vista delle neuroscienze, è l’effetto di una frontiera che fu proprio lei, tra i primi, ad oltrepassare. Questa scoperta, fatta dal dott. Rizzolatti, ha aperto un campo di ricerca sterminato. Attivare i neuroni specchio per bambini che presentano disturbi dello spettro autistico è davvero difficile, si parla infatti di “specchi infranti”, neuroni che purtroppo non funzionano come dovrebbero.
Si è scoperto che le esperienze di condivisione, le esperienze artistiche, teatrali, il mettersi come si suol dire “nei panni dell’atro”, stimolano fortemente queste connessioni, attraverso l’empatia, di cui i ragazzi con autismo sono fortemente carenti.

Grazie alla scoperta dei neuroni specchio, si è avuta la possibilità di dare un fondamento neuroscientifico a tutte quelle attività di riabilitazione e di socializzazione, che basandosi sulla relazione tra pari e sull’apprendimento attraverso il fare insieme (resa possibile da contesti che favorisconola partecipazione e la collaborazione), portano a risultati fortemente positivi. Tali risultati infatti incidono sulla qualità di vita e sulle capacità di resilienza di persone con disturbi dello spettro autistico.