Il viaggio psichico dello studente fuori sede

Quella degli studenti fuori sede è una condizione che presenta numerose sfaccettature, contraddizioni e ambivalenze. Diventare studenti fuori sede è un prova evolutiva importante per coloro che decidono di continuare il proprio percorso formativo lontano da casa. È una condizione che pone i ragazzi e le ragazze in una continua altalena emotiva, tra il bisogno di trovare una propria autonomia e la paura di vivere lontani da un contesto familiare e sicuro.

Diversi possono essere i motivi che portano a scegliere questa strada: il desiderio di sperimentare e gestire una propria indipendenza; la voglia di vivere in un contesto diverso e più stimolante da quello di origine; a volte più che una scelta è una condizione inevitabile per proseguire gli studi e raggiungere i propri obiettivi.

Il motivo che accomuna tutti gli studenti fuori sede, trasferendosi, è la necessità di un cambiamento non solo materiale, ma soprattutto psichico. Spesso il periodo universitario coincide, infatti, con il passaggio dall’adolescenza all’età adulta, espressione che richiama aspetti in contraddizione, in cui la separazione emotiva e lo svincolo dalla famiglia di origine rappresentano i principali compiti evolutivi.

Quello che tecnicamente viene definito “svincolo”, è quindi quel passaggio dalla famiglia al mondo esterno che comporta una serie di disinvestimenti emotivi dalla prima ed una serie di investimenti nel secondo. Tale fase di passaggio rischia di diventare, però, stabile e duratura se tutti i membri della famiglia non sono capaci di ridefinire le relazioni tra loro in maniera evolutiva.

I compiti evolutivi tipici di questo momento possono rappresentare una dolorosa frattura con il passato, tale da minacciare, in casi estremi, l’identità stessa del soggetto e i suoi punti di riferimento interni ed esterni. Gli studenti fuori sede si trovano a dover affrontare in assoluta solitudine, o comunque lontano da persone affettivamente importanti, tale frattura che si manifesta sotto forma di spaesamento, impossibilità di inserimento e relative difficoltà di portare a termine l’obiettivo formativo (Mangia & Pes, 2004).

Quella dei fuori sede è dunque un’esperienza in primo luogo di separazione: dalla famiglia di origine, dalla città in cui si è nati e in cui si sono sperimentate le prime relazioni significative, dagli amici, dai propri riferimenti sociali e culturali. Ma è anche e soprattutto una separazione emotiva la cui difficoltà di gestione può portare a sperimentare vissuti di solitudine, insicurezza e ansia.

Uno dei più frequenti conflitti emotivi in cui ci si può trovare è generato proprio dalla coesistenza del bisogno di appartenenza al nucleo e ai luoghi di origine, con il desiderio di creare una nuova autonomia fuori casa. Questo conflitto può generare emozioni legate a sensazioni di isolamento, emarginazione, straniamento e sradicamento, in quanto si percepisce di non appartenere realmente a nessuno dei due luoghi.

Questa sensazione di non appartenenza è il risultato, per prima cosa, di un atteggiamento ambivalente verso il luogo di origine: la distanza da esso, da una parte pone lo studente in una posizione critica, necessaria a favorire la separazione; d’altra parte però fa si che si metta in atto una idealizzazione dello stesso senza lasciare spazio a un altro luogo di appartenenza. È proprio attraverso la possibilità di mediare tra queste due istanze, avendo interiorizzato il proprio luogo di origine come un luogo non solo fisico ma uno spazio emotivo interno, che si può superare il conflitto. Un luogo, dunque, che rappresenti una base sicura e rassicurante, e che si può lasciare per esplorare il mondo, con le esperienze fatte fino a quel momento, ma in cui si può anche tornare ed essere di nuovo accolti.

Chi decide di studiare fuori dalla propria città vive così un’esperienza di riadattamento a una condizione nuova e spesso diversa, e lontana, da quella vissuta in famiglia. È una condizione fatta di nuove scoperte, in cui il desiderio di sperimentare quello che è diverso da sé si scontra con il bisogno profondo di cercare quello che è simile e conosciuto, dove diventa impellente mediare tra due mondi separati: quello da cui si proviene e quello che si sta scoprendo. È una fase in cui si ridefiniscono i confini emotivi e spesso la parola d’ordine è condivisione, che a volte assomiglia di più a una spartizione, laddove si sta cercando di definire la propria individualità, il proprio spazio, spesso minato dall’impossibilità di averne uno proprio, dato che spesso si vive in case e camere condivise e precarie.

Quello dello studente fuori sede è un viaggio lontano da casa, il cui bagaglio è pesante e pieno di valori da perseguire, modalità di comportamento da applicare e scelte da fare, tramandate dalla famiglia da cui si proviene. In certi casi si tratta di ragazzi che partono anche per risolvere questioni familiari in sospeso, e che racchiudono nel loro percorso non solo i propri desideri, aspettative, paure e speranze, ma anche quelle della famiglia di origine. Tale bagaglio infine deve essere abbastanza grande da contenere, oltre a quello che si porta con sé, anche quello che si trova durante il percorso.

Francesca Di Bastiano

Bibliografia

Bowen, M. (1979). Dalla famiglia all’individuo. Roma: Astrolabio. 

Mangia , E., & Pes, A. (2004). Aspetti psicologici della impasse negli studi universitari: una ricerca pilota tra gli studenti dell’ateneo cagliaritano. Annali della Facoltà di Scienze della Formazione dell’Università di Cagliari, vol. XXVII, Parte II,.

Pieragostini, G. (2001). Vicino al centro del mondo. Roma: Adisu.

Scabini, E., & Cigoli V. (2000). Il famigliare. Legami, simboli e transizioni. Milano: Raffaello Cortina.

Scabini, E. (1995). Psicologia Sociale della famiglia. Sviluppo dei legami e trasformazioni sociali. Milano: Bollati Boringhieri.