Cosa succede adesso con l’emergenza rifiuti a Roma

Era il 2013 quando a Roma si iniziò a parlare di “emergenza rifiuti”. Nel corso di quell’anno, il sindaco Ignazio Marino decise di chiudere la discarica di Malagrotta, la più vasta d’Europa, grande 240 ettari pari alla misura di 300 campi da calcio, su cui pendeva anche una procedura di infrazione da parte dell’Unione europea. Da allora la mancanza di impianti alternativi ha sempre pesato sul fabbisogno di smaltimento della città e nessun piano rifiuti è mai riuscito a identificare una soluzione al ritorno ciclico di un’emergenza rifiuti, Secondo un’analisi di Fise Assoambiente, l’associazione che rappresenta le imprese che svolgono attività di igiene , gestione, recupero e riciclo di rifiuti urbani e speciali ed attività di bonifica, nel 2017, i cittadini romani hanno prodotto circa 2,3 milioni di tonnellate di rifiuti, ossia 534 kg pro-capite in più rispetto alla media nazionale di 489 kg. Di queste, 1 milione confluisce nella raccolta differenziata, ferma al 45% e trainata dalla frazione organica, cherappresenta quasi il 38% della raccolta (circa 400mila ton).

Dei 2,3 milioni di tonnellate totali, sono state riciclate 33mila tonnellate nei 6 impianti di compostaggio presenti a Roma e il resto è stato conferito al di là dei confini della Capitale.I cassonetti colmi e l’impossibilità di conferire i rifiuti negli appositi contenitori hanno smosso gli animi di 500 famiglie che hanno chiesto il rimborso dell’80% della Tari all’Ama, la società che gestisce il servizio di raccolta nella Capitale, la quale ha respinto la richiesta. Allo stesso tempo, la sospensione dell’attività di raccolta ha costretto alcuni cittadini ad abbandonare i rifiuti al di fuori degli appositi contenitori e le stesse famiglie si sono viste recapitare multe dagli agenti della polizia municipale. In loro difesa è intervenuto il Campidoglio, che ha ritenuto ingiuste le multe e ha chiesto ai vigili di accertarsi che i contenitori siano “disponibili e fruibili” prima di comminare le sanzioni.

Di fronte a questa situazione fuori dall’ordinario, a settembre la sindaca di Roma Virginia Raggi ha denunciato che “gli impianti privati di trattamento dei rifiuti presenti nel Lazio non stanno rispettando l’ordinanza regionale”, che impone loro di ricevere determinate quantità di rifiuti. Un messaggio che al ministro dell’Ambiente, Sergio Costa, non è passato inosservato, tanto che in un post su Facebook ha risposto “Al tuo fianco e al fianco di tutti i cittadini romani”. Raggi si è anche rivolta al presidente della Regione Lazio Nicola Zingaretti, con cui condivide le competenze in materia di rifiuti.

Di fronte alla situazione critica in cui versa la città, Zingaretti ha accolto la richiesta della sindaca, affidando il compito di trovare una soluzione all’assessoredelciclo dei rifiuti e degli impianti di trattamento, smaltimento e recupero, Massimiliano Valeriani. La Regione ha quindi replicato: “La chiusura per manutenzione di alcuni impianti ha creato qualche difficoltà ad Ama”.“Nei prossimi giorni riprenderanno le attività degli impianti della Saf di Frosinone e di Ecologia Viterbo, mentre ha già ripreso a lavorare a pieno regime il termovalorizzatore di Acea, che insieme alla discarica di Colleferro, consentiranno agli operatori del Lazio di avere sbocchi per smaltire gli scarti prodotti daltrattamento dei rifiuti di Ama”. Inoltre, sono stati comunicati gli accordi in via di chiusura con le Regioni Marche e Abruzzo, che dovrebbero ospitare parte dei rifiuti romani. “Queste misure dovrebbero scongiurare nuove criticità nella gestione del ciclo dei rifiuti – ha commentato poi Zingaretti, alludendo alla necessità di realizzare nuovi impianti – ma serve la responsabilità e l’impegno di tutti i soggetti coinvolti per garantire risultati efficaci e soluzioni durature