Se me ne vado, non torno più! – disse un’ape – Se me ne vado, rischi di venire con me: l’estinzione degli animali e i cambiamenti climatici

Negli ultimi anni si è parlato molto di estinzione e da quando l’uomo ha compreso (almeno in parte) che la sua esistenza è direttamente collegata a piante e animali, il genere umano sembra avere più cura della salvaguardia delle specie a rischio estinzione.[Ritorno a capo del testo]Cominciamo col dire che se un tempo l’estinzione animale era fondamentalmente correlata ad attività dirette dell’uomo contro gli animali (tra l’altro ancora purtroppo in voga) come la caccia o il commercio di pellicce, oggi la sopravvivenza di molti animali è minacciata da condizioni climatiche e ambientali, comunque conseguenti all’azione umana. 

Il World Wide Fund for Nature (WWF) è la più grande organizzazione mondiale per la conservazione della natura che dal 1961 si occupa di proteggere le specie in via di estinzione e contenere le attività dell’uomo che ne minacciano l’esistenza.[Ritorno a capo del testo]Si stima che oggi il 23% dei mammiferi e il 12% degli uccelli siano a rischio estinzione e ogni anno l’IUCN (International Union for Conservation of Nature) diffonde una “Lista Rossa” degli animali a rischio estinzione. 

Lo sfruttamento della Terra da parte dell’uomo comporta una perdita degli habitat naturali per le specie animali e vegetali, questa situazione è particolarmente evidente nelle foreste tropicali. Nelle aree temperate settentrionali, invece, osserviamo una situazione differente, in cui lo stravolgimento degli habitat naturali è correlato all’inquinamento, causato dai depositi degli ossidi di azoto atmosferici.[Ritorno a capo del testo]L’estinzione di molte specie animali (di cui dovremmo considerarci parte e quindi non esenti dal rischio estinzione) non dipende dunque solo da cause dirette, come poteva essere fino a qualche decennio fa pensando allo sterminio delle foche o delle volpi per ricavarne pellicce, ma da una serie di agenti e cause interconnesse tra loro (ambientali, climatiche), che hanno a che fare con attività e stravolgimenti correlati all’attività dell’uomo e a come egli stesso tratta il mondo.[Ritorno a capo del testo]Naturalmente tutto ciò comporta una maggiore difficoltà anche nella pianificazione di interventi di contenimento, proprio perché gli elementi da tenere in considerazione diventano molteplici e più complessi, connessi purtroppo a interessi politici ed economici che coinvolgono non solo i singoli Paesi, ma anche i rapporti politici ed economici tra gli stessi. Pensiamo alle emissioni di gas e agenti inquinanti prodotti dai Paesi in via di sviluppo o che hanno visto recentemente il boom economico e che dovrebbero essere sottoposti a un controllo più rigoroso. Il Protocollo di Kyoto sui cambiamenti climatici è un accordo internazionale che stabilisce, appunto, precisi obiettivi per i tagli delle emissioni di gas responsabili dell’effetto serra e del riscaldamento del pianeta, da parte dei Paesi industrializzati che vi hanno aderito. LItalia lo ha ratificato il 1° giugno 2002, mentre fra le nazioni che non ne fanno parte ci sono gli Stati Uniti che, pur avendolo firmato nel 1998, non lo hanno poi mai ratificato. Nazioni come Cina e India, pur avendo una crescita molto intensa e ricoprendo un ruolo importante nella produzione di agenti inquinanti, sono esonerati dal seguire alcuni obblighi. 

Tutto ciò naturalmente riguarda una responsabilità di livello superiore rispetto a quello del singolo individuo, che tuttavia avrebbe il potere di influenzare i “piani alti attraverso l’opinione pubblica e con campagne di sensibilizzazione. Spesso, invece, sono proprio i singoli individui a contribuire all’estinzione di alcune specie animali. Alcune di esse, infatti, devono il rischio estinzione alla competizione con specie non autoctone, rilasciate in natura da “padroni” assolutamente incoscienti. Pensiamo alle nostre tartarughe di acqua dolce che, in pochi anni, hanno visto invadere i loro habitat dalle loro cugine americane: le tartarughe dalla testa rossa, molto più aggressive e voraci. La leggerezza e l’incoscienza con cui si acquistano questi animaletti, ha comportato negli anni un massiccio aumento di “liberazioni” in laghetti pubblici o ville comunali, già popolati dalle tartarughe nostrane, le quali hanno faticato a sopravvivere, rischiando l’estinzione. 

Altro fattore che indirettamente vede la mano dell’uomo dietro al rischio estinzione è la predazione massiccia di alcune specie animali che costituiscono la principale fonte di nutrimento di specie già deboli da un punto di vista esistenziale.[Ritorno a capo del testo]È il caso dell’orso bruno che, a causa della caccia intensiva al salmone, sua principale fonte di nutrimento, fatica a nutrirsi. Aggiungiamo poi che, per alcune specie, la sopravvivenza si complica su più fronti, proprio come nel caso dell’amico orso bruno: da un lato c’è la difficoltà ad alimentarsi a causa della diminuzione dei salmoni, dall’altro la progressiva riduzione del suo habitat naturale, dovuta all’espansione dei centri abitati. Quest’ultimo fattore comporta ovviamente un restringimento delle possibilità di vita di questa specie, che si trova stretta in una morsa dove non solo si vede ridurre il cibo, ma anche lo spazio in cui andarlo a cercare. Il cugino polare non se la passa meglio: si stima che ad oggi siano circa 25.000 gli esemplari di orso polare che rischiano l’estinzione, sia per gli effetti del riscaldamento globale, che sta causando la scomparsa del suo habitat rendendo più difficile la reperibilità delle prede, sia per linquinamento dei mari e le attività di estrazione petrolifera. 

Una specie invece poco conosciuta a rischio estinzione è il delfino di fiume. Questo simpatico cetaceo, in alcuni casi completamente cieco, vive in diverse zone del mondo tra cui India e Sudamerica. Lo stravolgimento del suo habitat naturale, dovuto alla massiccia costruzione di dighe, comporta per lui un rischio molto alto di estinzione, dovuto anche al fatto che la costruzione di dighe causa spesso la separazione e lo sparpagliamento dei branchi.[Ritorno a capo del testo]Tra le specie in estinzione, degno di nota è il paradosso del lupo, in Italia. Dato per estinto nel 1970, il WWF, insieme al Parco Nazionale d’Abruzzo, si adoperò per ripopolare l‘Appennino reintroducendo e monitorando questa meravigliosa specie di cui ad oggi si contano circa 1600 esemplari. Il lupo è utile per mantenere l’equilibrio naturale di quegli animali che sono in natura sue prede e raramente attacca l’uomo (nei pochissimi casi in cui è successo, è stato appurato che si trattasse infatti di esemplari malati di rabbia, una malattia diffusa anche nelle volpi che però, per la loro dimensione, non diventano un pericolo diretto per l’uomo).[Ritorno a capo del testo]Purtroppo, ad oggi, il lupo rischia nuovamente l’estinzione: i paradossi della vita, anzi, dell’uomo, viene da dire. Le principali cause sono fondamentalmente il bracconaggio e, anche in questo caso, la sovrapposizione del suo habitat naturale con quello dell’uomo, che tende a espandersi spesso in modo invadente.[Ritorno a capo del testo]Neppure gli insetti si salvano dal rischio estinzione: recentemente è stato sottolineato come le api rischino di scomparire. Le api sono fondamentali per l’impollinazione di frutta e verdura e la loro scomparsa determinerebbe la progressiva riduzione di cibo, con la conseguenza del rischio di estinzione per la stessa specie umana nell’arco di pochi decenni. 

L’ambiente in cui viviamo è lo stesso che ci ha dato la vita e che ci permette di rimanere vivi: ambienti tuttavia che noi abbiamo conquistato, frantumato, sfruttato senza pietà. Come i “visi pallidi” che, conquistando le terre degli Indiani d’America, decimarono senza scrupoli mandrie di bisonti per ridurre in stato di bisogno i nativi americani. Sembra di rivedere nell’uomo moderno una sorta di scelleratezza e scarsa o assente accortezza nell’approcciarsi all’ambiente e a ciò che di bello ha da offrire.[Ritorno a capo del testo]Ciò che distruggiamo non è mai solo una specie, ma tutto ciò cui quella specie è collegata, in una catena di armonioso equilibrio. Sembra che ci sfugga che nessuno è solo su questa Terra e che nessuno basta a se stesso, neppure lessere umano.[Ritorno a capo del testo]Quello che va tutelato, fin da piccoli e con interventi di educazione civica che supportino lo sviluppo di una coscienza critica e responsabile rispetto al problema, è la consapevolezza e la cultura della cura dell’Altro, inteso non solo come il prossimo, l’amico, il familiare, o la persona che si aiuta in un gesto estemporaneo di altruismo. È la cura dell’Altro inteso come ogni forma di vita che come tale merita rispetto o, in termini meno romantici, che merita attenzione e protezione, se non altro per la funzione e il ruolo che ha nel mantenere l’equilibrio del mondo e della nostra stessa esistenza. 

Sara Gaudenzi