‘Salve, io sono Cappuccino’ – cap. 1 – L’arrivo in Italia

Se mi devo presentare a voi che mi state leggendo, direi soltanto che sono una donna, ragazza madre, figlia di nessuno. Ma soprattutto, mi presenterei come ‘cappuccino’, per il colore della mia pelle e per la mia cultura tra latte e caffè.  

Sono arrivata in Italia nel 2008, all’inizio del periodo invernale. Sono arrivata all’aeroporto di Milano, in quel nuovo mondo, che poi, con il tempo, sarebbe diventata la mia seconda casa. 

Avevo soltanto 18 anni ed ero una ragazza che non aveva assolutamente scelto di venire in Italia. Non avevo mai neanche minimamente pensato di venire in Europa. 

Capelli corti, occhi pieni di incertezze, e paura di questo nuovo mondo, senza sapere niente della mentalità e della cultura occidentale. 

Sapevo veramente poche cose dell’Italia. Conoscevo solo alcuni piatti della cucina italiana (spaghetti, il cibo italiano forse più amato dai miei connazionali, la pasta, la pizza, la lasagna), la musica di Andrea Bocelli (‘Con te partirò, scoperto tramite ‘Karaoke’, un programma televisivo del mio paese), e soprattutto la gioia di vivere, la vivacità delle persone italiane. 

Mi ricordo che alcune volte, guardando il canale France24, avevo visto l’arrivo dei gommoni con i migranti in Libia. 

Quando ero ancora nel mio paese, avevo conosciuto degli italiani, perché nella mia città, c’era un’azienda italiana di legno che esportava i propri prodotti verso l’Europa. Avete presente il parquet, i mobili, il comodino che sta a fianco al tuo letto? L’attività di questa azienda, come succede in tanti paesi al mondo, ha avuto come esito la drammatica deforestazione del mio paese, la Costa d’Avorio, che era in una situazione di guerra civile. 

Una cosa che avevo notato fin da subito era il modo in cui le persone del mio paese trattano gli italiani e in generale gli occidentali ‘bianchi’: i bianchi sono considerati come dei ‘piccoli dio’, rispettati da tutti, senza nessuna discriminazione verso di loro: soprattutto i lavoratori (dipendenti) spesso gli chiamano ‘patron/padrone’, perché non era, e non è tutt’ora, permesso di chiamarli con il loro nome proprio. 

Gli italiani, proprietari dell’azienda di legno, erano liberi di uscire e girare nella città e nel mio paese senza nessun controllo dei documenti. I poliziotti li rispettavano e guai a chi toccava un cittadino europeo nel mio paese (invece, al mio arrivo in Italia, ho notato che non ero libera di circolare perché la prima cosa che mi chiedevano erano proprio il documento di identità e il permesso di soggiorno). 

Forse vi state chiedendo come io faccia a sapere tutte queste cose sui ‘bianchi’ del mio paese. 

Le so perché il mio ex marito ci lavorava in quella azienda, come uno dei dirigenti.  

Vivendo con lui, avevo conosciuto alcuni italiani, nostri vicini di casa, o forse, sarebbe meglio dire di villa: abitavamo in un residence con delle guardie, la piscina, autista, domestiche, giardinieri, insomma, facevo una vita da madame. 

C’erano anche dei ‘francesi’, libanesi, come vicini di casa. 

Alcuni di questi europei erano sposati con delle donne del mio paese. Ma c’era anche chi per dieci euro cercava e andava a prendere in città una ragazza per passarci la sera assieme. 

Loro mi dicevano: “L’Europa è un’altra cosa”. E quando mi dicevano questo, io mai e poi mai avrei pensato di venirci in Europa. Non avevo nessun motivo personale per lasciare il mio paese e partire.      

Ora potete capire il mio disorientamento nel ritrovarmi in quel freddo aeroporto di Milano, all’inizio dell’inverno, ricoperto di neve, costretta a scappare dal mio paese per una guerra civile e chiedere asilo politico all’Italia.  

All’inizio tante difficoltà. Non parlavo l’italiano e questo rendeva tutto più difficile e fin da subito sono rimasta impressionata dal constatare che nessuno aveva tempo. Tutti andavano di fretta, e tra me e me, mi chiedevo ‘Dove sono finita? Un mondo dove vedo meno neri, ma soprattutto così tanti bianchi, che parlano una lingua strana che non capisco’.

Come sintonizzarsi su questa nuova visione così diversa per me? Era come passare in un attimo dalla tv in bianco e nero degli anni quaranta alla tv a colori degli anni 70. Tutto era incredibilmente diverso. Un giorno prima sentivo tanto caldo, c’era il sole, mentre in quel momento sentivo talmente freddo da tremare e non sentire più le mani.

Un giorno prima ero immersa nel verde, mentre ora vedevo tutto bianco, con una strana pioggia bianca che scendeva dal cielo e che veniva chiamata neve. Un giorno prima vedevo più ‘nero’, ora ero dentro un mondo bianco.    

Allora, dentro di me, pensavo: “Che strano paese. Non posso vivere qui. Come faccio a vivere qui con un tempo così brutto e con tutta questa gente strana che sembra andare sempre di fretta e non ha tempo neanche per rispondere a una domanda?”. 

Finché, per fortuna, incontrai un gruppo di mie concittadine che aspettavano una ragazza, appena arrivata per ricongiungersi con il marito che viveva a Bergamo. Che gioia nel cuore sentire parlare francese, ma soprattutto, la mia madrelingua, il diowla. 

E per fortuna, senza sapere neanche i motivi del mio arrivo, mi hanno immediatamente accolto.  

Un sospiro di sollievo momentaneo, perché ancora non sapevo cosa avrei dovuto affrontare, negli anni successivi, in questo nuovo mondo. 

 

Cappuccino

 

 

Salve, io sono Cappuccino‘ è la nuova rubrica di 180 gradi che raccoglie la storia di una giovane donna tra due continenti, l’Africa e l’Europa, distanti geograficamente, ma accomunati dalla paura e l’odio per il diverso. Una storia a capitoli per uscire da pregiudizi e stereotipi che limitano e distorcono la realtà di veramente troppe persone.