La scrivania senza cassetti

L’impatto sociale sulla vita privata ha, oggi più che mai, risvolti drammatici. Con sempre maggiore frequenza giovani adulti cercano sostegno psicologico per affrontare condizioni socioeconomiche che intrecciano livelli individuali, familiari e di contesto e che generano un grave danno psichico. Questultimo si manifesta con sempre maggiore frequenza attraverso sintomatologie che portano allisolamento, quali ansia e attacchi di panico fino a vere e proprie forme depressive di ritiro sociale.

Il lavoro clinico in questi casi cerca di ristabilire una connessione tra le risorse personali e quelle territoriali, provando dapprima a ricompattare la realtà psichica del paziente, della sua rete familiare e relazionale, fino a restituire alla persona la competenza necessaria ad affrontare la realtà sociale spesso ostile. Il percorso psicoterapico diventa così trampolino per le competenze e gli interessi individuali, e inoltre, attraverso la gestione delle frustrazioni, alimenta la creatività e la flessibilità utile per far fronte alla critica realtà lavorativa attuale. 

La storia che segue racconta il primo impatto, forse la prima possibilità di raccontarsi, nel momento in cui una persona decide di assumersi la responsabilità e la possibilità di lavorare su questo tipo di intreccio. 

La scelta di una narrazione in prima persona dà la possibilità a chi legge di entrare in contatto con ciò che questo tipo di storie suscita.

La prima immagine che mi viene in mente è quella di un criceto. Nella gabbia, con qualcuno che provvede al suo sostentamento, e una ruota che gli dà lillusione di muoversi dal luogo in cui si trova. E poi quando si ferma sta sempre lì. Così vivo io, a ventotto anni, in un monolocale di quella che una volta era periferia, e che oggi pare il centro del mondo.

Mia madre vive con me, quaranta metri e un letto, un tavolo e una scrivania di quelle che hanno solo le gambe e nessun cassetto per metterci dentro lerba, che se mia madre scoprisse che mi faccio qualche canna ogni tanto penso che le si spezzerebbe il cuore. Ma questo è secondario, come è secondario che con lei divido tutto, dal letto al caffè della mattina, fino al suo stipendio. In realtà è questo il problema. Il suo stipendio. Riconosco di non essere un tipo facile, di aver passato molto tempo ad aspettare che le cose cambiassero, per poi dedicare gran parte delle mie bestemmie a un mondo che non mi vuole, o non vuole vedermi realizzato.

La scuola era andata tutto sommato bene, e il mio unico limite era il non avere voglia di uscire. Per fare che, poi? I soldi sono sempre stati pochi, e anche il giro al bar mi avrebbe messo in imbarazzo. Non devo dimostrare niente a nessuno, ma mia madre questo non lo vuole capire. Lei si ostina a considerarmi incapace di trovarmi un lavoro, ne parla con la madre, mia nonna, che ogni tanto ci lascia qualche venti euro sulla scrivania allingresso. Quando riesco a intercettarle prima di mia madre mi concedo il lusso di una birra o delle suddette canne.

Perché al contrario di quello che pensa lei, io gli amici ce li ho. Hanno il problema di non essere veri amici, ma al momento questo è secondario. Al momento mi servono per non stare in casa, per non sentirla continuamente blaterare del lavoro. Glielho fatto vedere come funziona, le ho mostrato le mille mail al giorno che invio per gli annunci più disparati, le ho fatto vedere quelle quattro o cinque mail di risposta al mio curriculum, in cui si usano sempre le stesse parole. E quando sto in casa, le faccio vedere che sto lì, seduto alla mia scrivania senza cassetti e con le cuffie per non darle fastidio. E ogni sera conto: oggi quattro annunci, oggi dodici annunci, e così viasì, gonfio un poi numeri, ma solo per tranquillizzarla, per farle credere che ci credo, che troverò un lavoro e che aiuterò la famiglia. Che significa che devo uscire di casa, portare un podi soldi e vivere sereni.

Ma come si fa? Come si vive sereni se ogni cosa è uguale a se stessa, se per essere autorizzato a rimanere al computer devo inventarmi cose, che appena lei si aggira intorno alla mia scrivania senza cassetti butto giù tutte le finestre, tutti i social, tutti i blog, neanche fossero siti porno. Mi sento di fronte a un mostro a due teste. Da una parte mia madre, che se riuscissi a trovare un posto qualsiasi smetterebbe di vomitarmi addosso tutto il suo fallimento, e dallaltra c’è il mio di fallimento, perché oggi come oggi la cosa più difficile che mi riesce è di immaginare qualcosa di diverso da questo.

E allora dove vado? Cosa affronto? Vorrei trovare il modo di fermare il tempo, di staccare tutto, uscire per un momento da questo contesto, e respirare. Respirare e cercare di capire cosa piace a me, cosa mi entusiasma più di una birra al bar coi quasi amici e una canna sotto, alla girata del portone di casa. Respirare aprendo le finestre, e rilassare almeno un attimo i muscoli delle gambe e delle braccia, che sono in continua tensione.

Respirare e rallentare il respiro, che sennò mi scoppia il petto. Perché non si fermava di battere, perché un poera la millesima volta che sentivo le stesse parole di sempre, e leggevo le stesse mail di sempre e non sentivo nulla di tutto quello che mi stava succedendo intorno, e il fischio allorecchio mi ha fatto salire sul tetto. Lì ho respirato. Ho pensato che bastava un salto. Ho fatto un passo indietro, e mi sono detto che sì, potevo provarci, potevo metterci le mani. E sì, per farlo avevo bisogno di aiuto. 

 

Fabio Grimaldi – Psicologi in Ascolto