Legati, umiliati e morti. Elena, Gemma, la Malafede e l’Università

Pubblichiamo la lettera di Antonio Luchetti, psichiatra. Dalla morte di Elena, giovane paziente legata, che ha perso la vita durante un incendio all’ospedale di Bergamo lo scorso agosto, al sentimento che prova chi pratica la contenzione: le riflessioni del dott. Lucchetti che 180gradi ha deciso di ospitare.
 

“La gente non accetta che gli si dica le loro verità. 

Vogliono che si creda alle loro belle parole o almeno che 

si faccia finta. Io sono lucida, sono franca 

strappo la maschera alla gente. 

La madama che sussurra:  < Gli vuoi bene al fratellino? >  

E io con la mia voce posata: < Non lo posso vedere >. 

Sono rimasta sempre quella ragazzina che dice quello che pensa che non bara” 

Simone de Beauvoir 

“(…) legati (…)  fra l’assistenza e la sicurezza, la pietà e la paura – la situazione non è di molto  mutata: limiti forzati, burocrazia, autoritarismo regolano la vita degli internati per i quali già Pinel aveva clamorosamente reclamato il diritto alla libertà. (…) Per questo più di due secoli dopo  lo spettacolare scioglimento delle catene, regole forzate e mortificazioni segnano ancora il ritmo della vita dei ricoveri, richiedendone l’urgente soluzione con formule che tengano finalmente conto dell’uomo nel suo libero porsi nel mondo” 

Franco Basaglia  

“La contenzione frantuma ogni dimensione relazionale della cura, e fa ulteriormente soffrire esistenze lacerate dal dolore, e dall’isolamento; la contenzione scende come lacerante ghigliottina sulla loro vita psichica: ricolma di sensibilità e di fragilità, di nostalgia della vita e della morte” 

Eugenio Borgna 
 

Alle 3.38 di mercoledì 14 agosto sono sveglio e non riesco a riaddormentarmi.  

Mia moglie tra venti minuti si dovrà alzare, ha il treno alle 5 per andare a Venezia. Siamo a Bolzano. La vita procede piuttosto tranquilla. Io alle 8.30 dovrò prendere servizio in SPDC (Servizio Psichiatrico di Diagnosi e Cura ovvero il reparto psichiatrico ospedaliero) a Merano dove sarò di guardia per 24 ore. 

Scorro rapido le notizie che rimbalzano sul social network della vecchia guardia di cui faccio parte anche io, Facebook. Oramai i giovani, mi insegna mia nipote diciannovenne, usano solo Instagram e Snapchat. Istanti che si consumano e non devono lasciare poi tutte queste tracce. Foto e frasi deperibili.  

Ritorno su una notizia di cui avevo visto i titoli la sera prima senza prestarvi troppa attenzione. Un incendio, un morto, un servizio psichiatrico a Bergamo. Non avevo avuto il tempo per capirlo, forse non ho voluto sentirlo, ma mi sono ripromesso che ci sarei tornato su. 

Il 14 agosto mi sono svegliato con un comunicato del Coordinamento Nazionale della Conferenza Salute Mentale, rimbalzato sulla chat di Psichiatria Democratica Lazio (Psichiatria Democratica è una società italiana fondata da Franco Basaglia che si pone l’obiettivo di mantenere vivo l’impegno etico-politico contro l’emarginazione, l’esclusione e la segregazione dei pazienti con problemi psichiatrici) di cui faccio parte, dove si chiede di fare chiarezza sull’accaduto. Cerco l’articolo e ritrovo lo stesso del giorno prima. 

Sull’Eco di Bergamo si legge “Stamane [13 agosto] poco dopo le 10 al terzo piano della torre 7, nel reparto di Psichiatria, si è sviluppato un incendio per cause ancora da accertare. Il personale medico e infermieristico ha immediatamente evacuato i pazienti del reparto e di quelli adiacenti. Purtroppo non è stato possibile raggiungere una paziente, la cui camera di degenza è stata completamente invasa dal fumo e dalle fiamme, che si sono sviluppate in pochi istanti. Quando i vigili del fuoco l’hanno raggiunta era troppo tardi e hanno potuto solo constatare il decesso (…)”. 

(…) La paziente deceduta era stata bloccata pochi istanti prima dell’incendio, a causa di un forte stato di agitazione, dall’equipe del reparto”. 

Dall’articolo si capisce che il personale sanitario avrebbe tentato di salvare una ragazza di diciannove anni che si trovava chiusa in una stanza legata al letto: salvarla dalle fiamme divampate probabilmente nella stessa stanza, probabilmente appicciate dalla stessa ragazza, probabilmente nel tentativo di liberasi dalle fasce con le quali poco prima era stata inchiodata al letto. 

Elena si chiamava questa ragazza. E semplicemente andrà ad aumentare il numero dei morti nei servizi psichiatrici d’Italia e del mondo intero, dei morti durante la contenzione per contenzione e a causa della contenzione. O forse, e questo spero, sarà proprio il suo sacrificio a determinare, finalmente, un’inversione di rotta, storica e definitiva: l’abolizione della contenzione meccanica in medicina. 

Ho letto già molte cose a riguardo nei tre giorni successivi, ho riletto diverse argomentazioni che articolano tutta la questione che conosco bene, perché è una mia fissazione, perché sono uno psichiatra che si è formato in un sistema no restraint (Dall’inglese “nessuna coercizione”. Sistema di trattamento delle persone affette da disturbo mentale che esclude l’uso dei mezzi di coercizione meccanica “no-restraint assoluto”) e so che si può lavorare senza legare.  

Nel frattempo è Ferragosto e sto festeggiando in Trentino: una grigliata, tanta gente, vino e festa.  

Tutti sorridono e io chiamo un Servizio Psichiatrico Universitario di Roma, uno di quelli che sfornano in modo massiccio le pratiche degli psichiatri del futuro, perché la psichiatria si impara tra le mura dell’Università, decisamente scollegata dalla cultura del territorio (Per territorio qui si intende l’organizzazione dei Servizi per la Salute Mentale seguita all’approvazione nel 1978 della legge 180, che ha messo in moto definitivamente il processo di smantellamento degli Ospedali Psichiatrici Provinciali o manicomi).

 

Chiamo per avere notizie di Gemma una mia cara che si trova lì ricoverata da circa una settimana, confusa e angosciata. 

Qualche giorno prima avevo già chiamato e mi ero identificato, avevo parlato in quell’occasione con uno specializzando; ricordo di aver chiuso la telefonata chiedendo solo di usare delicatezza e mi era stato risposto di non preoccuparmi in quanto quello è  “un buon centro clinico”. 

Insomma chiamo e mi risponde lo stesso specializzando che mi dice che purtroppo le condizioni cliniche erano invariate e che Gemma era stata piuttosto affaccendata; avevo saputo da mia madre che “era entrata nella stanza dei medici” e quindi – per questo – le era stata applicata la contenzione meccanica (Per  contenzione meccanica qui si intende una procedura che utilizza mezzi fisici – per lo più lacci e fasce – per limitare i movimenti dell’individuo bloccandolo al letto. Per un approfondimento vedi http://180gradi.org/2015/07/14/la-contenzione-meccanica-in-psichiatria)

Il figlio, che avevo sentito poco prima, mi aveva raccontato che quando era arrivato in ospedale nel pomeriggio l’aveva trovata appunto legata al letto, da circa tre ore, e che era stato lui a chiedere se potevano toglierle le fasce, nessuno sembrava essersi nemmeno preoccupato di liberarla prima che arrivassero i parenti. 

E questo è il trattamento che in un servizio psichiatrico universitario sembra corrispondere a una richiesta di delicatezza. 

Ebbene lo faccio presente allo specializzando e lui mi dice, sincero e con dolcezza, “mi dispiace sto imparando, non sono stato io a disporre la contenzione, capisco”. 

E allora sento nella sua dolcezza la buonafede e gli dico: “è questo che stai imparando?”. 

È di questo che voglio parlare. Voglio parlare di come questi universitari finiscono per agire banalmente il male senza che la critica possa avere alcun diritto di abitarvi accanto. 

Quello che voglio dire è che la buonafede che ho sentito al telefono spesso si trasforma, nel percorso di specializzazione, in Malafede. 

E intanto la gente muore legata dentro i servizi psichiatrici, legata e abbandonata, legata e bruciata. 

La gente muore dentro i reparti di quelli che, orgogliosi, organizzano convegni nazionali parlando di “buone pratiche nei servizi psichiatrici di diagnosi e cura”, ma del fatto che la gente muore legata ai letti loro non ne parlano. Loro preparano le lezioni per gli studenti (e in nessuna lezione di nessun corso di specializzazione si parla onestamente di contenzione) e fanno i convegni (dove non si parla di contenzione). 

E a cosa servono i loro convegni? A nutrire la Malafede di tutti i soldati della contenzione, i soldati delle buone pratiche cliniche (delle “buone pratiche” pensate per il paziente clinostatico, sdraiato, corpo malato, morto e mortificato, corpo oggetto non soggetto ortostatico in piedi e con diritto di contrattazione e di negoziazione). Ma la buona pratica (quella per la persona ortostatica, in piedi, con diritti civili e di cittadinanza intatti, alla quale viene riconosciuto potere di negoziazione) dice Franca Ongaro Basaglia, che “ (…) non parte da un gesto generoso del medico verso la persona sofferente (…)  è il risultato di una volontà collettiva di partire comunque dal rispetto e dalla libertà della persona (…) La buona pratica cresce e si sviluppa attorno a questo nucleo centrale, da cui si dipana ogni altro intervento. La contenzione blocca questo sviluppo nell’atto stesso che parte dal massimo dell’umiliazione e della mortificazione della persona e ripropone la copertura della nostra incapacità ad affrontare diversamente la sofferenza e la violenza, con una riposta irresponsabile di violenza e di difesa di sé, di violenza da parte del più forte, e di chi è in condizione di porre una distanza fra sé e l’altro: il ruolo, le regole, l’istituzione, il potere (…) La contenzione (…) è il segno, il marchio del carattere dell’istituzione, terapeutica o sanitaria, dimostrando fin dall’inizio il suo carattere e i suoi metodi violenti, ignari di libertà. (…) Segno e marchio che caratterizzano (…) o rafforzano il sopravvivere di vecchie tradizioni (…) per facilitare l’immobilità, per preservare dal danno (…) di conseguenza per semplificare il lavoro degli operatori”(Franca Ongaro Basaglia, in Giovanna Del Giudice, “E tu legalo subito”, Edizioni alphabeta Verlag,  2015, Merano, risvolto di copertina. Testimonianza racconta dall’autrice del testo nel settembre del 2003, parte integrante del documento fiondati o del Forum di Salute Mentale).

Nella maggior parte dei servizi psichiatrici ospedalieri in sette giorni una persona può essere vista (vista e non guardata. Vista di striscio. Posta al margine del campo visivo dove gli oggetti si confondono e perdendo colore sono per lo più immaginati).

da sette medici diversi e tra i sette incontri, generalmente risolti in un giro visite ottocentesco, quello che fa da collante è la consegna dei medici. Due righe di informazioni per lo più superficiali che si trasmettono da medico a medico al termine di ogni turno e che mantiene viva l’illusione di possedere la conoscenza del caso. 

In questi luoghi dove il personale ha necessità di non essere disturbato, dove la stanza medici ha la prerogativa di non essere abitata dai pazienti, dove una persona che è confusa e delirate non rimane buona e magari sdraiata nel suo letto si ipotizza la necessità – che diventa sovente una pratica agita – di legarla a un letto commettendo un illecito [“Ogni forma di contenzione fisica, se adoperata senza convalida dell’autorità giudiziaria (come sempre accade, ad esempio, (…) nei servizi psichiatrici di diagnosi e cura) è incostituzionale e quindi illegale” D. Piccione, Il pensiero lungo. Franco Basaglia e la costituzione, Edizioni alpha beta Verlag, MERANO, 2013, p. 48. L’art. 13 della Costituzione Italiana recita, di fatto, le seguenti parole: “La libertà personale è inviolabile. Non è ammessa forma alcuna di detenzione, di ispezione o perquisizione personale, né qualsiasi altra restrizione della libertà personale, se non per atto motivato dall’autorità giudiziaria e nei soli casi e modi previsti dalla legge] e nell’atteggiamento della Malafede non c’è spazio per la riflessione, nell’inautenticità, che è da questa prodotta, il ruolo dello psichiatra è solo quello di fare diagnosi, impostare terapie, tranquillizzare, inviare le persone nelle cliniche accreditate, andare ai convegni e legare, quando e secondo protocollo. Troppo spesso non si considera la necessità della persona agitata e angosciata di avere qualcuno accanto ma certamente, e senza acun dubbio, la necessità dell’applicazione delle fasce di contenzione. 

E quindi assisto alla possibile trasformazione di un ragazzo che probabilmente ha scelto medicina perché voleva curare le persone, e poi ha scelto psichiatria affascinato da non so cosa, in un nuovo piccolo e fresco manicomiale che si posizionerà suo malgrado, o di buon grado, nella posizione della Malafede. 

Ho assistito recentemente, inerme e in silenzio, a una chat di specialisti più o meno freschi, quegli specialisti che andranno a dirigere i servizi di salute mentale di Roma e provincia. 

Si stava preparando un concorso. Ci si chiedeva quando e se applicare la contenzione nelle Residenze per l’Esecuzione delle Misure di Sicurezza [In acronimo REMS. Indica una struttura sanitaria che accoglie gli autori di reato affetti da disturbi mentali, i cosiddetti infermi di mente, e socialmente pericolosi. La gestione interna è di esclusiva competenza sanitaria (afferiscono di fatto ai Dipartimenti di Salute Mentale). Sono strutture la cui costruzione è seguita alla chiusura Ospedali Psichiatrici Giuiziarli (in acronimo OPG o manicomi criminali)  ai sensi del decreto legge n. 211/2011, convertito in legge n. 9/2012). L’esecuzione della misura di sicurezza in REMS per infermi di mente socialmente pericolosi viene applicata dalla magistratura italiana ai sensi della legge n. 81/2014 esecutiva dal 1 Aprile del 2015]. Qualcuno affermava che la contenzione è “una misura salvavita” e per questo “applicabile ovunque per stato di necessità” [Art. 54 c.p.: “Non è punibile chi ha commesso il fatto per essevi stato costretto dalla necessità di salvare gli sé o gli altri dal pericolo attuale di un danno grave alla persona, pericolo da lui non volontariamente causato, né altrimenti evitabile, sempre che il fatto sia proporzionato al pericolo. Questa disposizione non si applica a chi ha un particolare dovere giuridico di esporsi al pericolo. La disposizione della prima parte di questo articolo si applica anche se lo stato di necessità è determinato dall’altra i minaccia; ma in tal caso, del fatto commesso dalla persona minacciata risponde chi l’ha costretta a commetterlo” – ” (…) ricorrere alla contenzione per stato di necessità esclude soltanto la responsabilità penale di chi la pone in essere, ma certo non legittima il compimento degli atti contenitivi, cioè non può costituirne il fondamento giuridico generale che la Costituzione impone in ogni caso che sia tassativamente previsto per legge”, D. Piccione, in Giovanna Del Giudice, “E tu legalo subito”, Edizioni alphabeta Verlag,  2015, Merano, p. 261] un’altro interrogava il pubblico, recitando la parte dell’esperto, sogghignando e affermando “(…) volete sapere come si dovrebbe fare o come si fa?” La platea voleva solamente – e semplicemente –  essere sicura di avere la risposta giusta per riprodurla, qualora richiesto, al concorso. Ho provato quindi a rompere il silenzio, ad aprire una discussione. Ho accennato alla contraddizione della contenzione e una giovane psichiatra mi ha immediatamente silenziato dicendo “la polemica inutile non ci serve, non è questa la sede, vogliamo sapere (…) come rispondere!” 

La ragazza aveva ragione, in un mondo dove siamo cresciuti con il fantasma del precariato, l’unica cosa che conta è il posto fisso. 

Non ho capito in che momento sono diventato (solo) un familiare.  

Quando chiamo mia madre, è il 18 agosto, lei mi dice che Gemma sta meglio e che ha cominciato a fare discorsi più lineari. 

È mia madre a questo punto che aggiunge: “sai la dottoressa, ma quella è carina, si è scusata, mi ha detto che Gemma si è agitata e voleva entrare nelle altre stanze, anche quelle degli uomini, mi ha detto che l’hanno dovuta legare, ma solo un attimo, mi ha detto che loro hanno visto che se bloccano le persone al letto queste si tranquillizzano, effettivamente Gemma sorrideva dopo, hanno detto che un familiare si è lamentato di questo”. 

È questo è il momento in cui sono diventato un familiare. 

Nel discorso di mia madre ho sentito che qualcosa mi sfuggiva. L’ho capito solo parlando con il figlio di Gemma, quando mi ha raccontato, una volta terminato il ricovero, in modo integrale l’accaduto. Vengo solo in questo momento a conoscenza del fatto che la seconda contenzione è stata disposta in un momento in cui i familiari erano presenti in reparto, durante l’orario di visita. 

Gemma si era agitata per un attimo, mi hanno raccontato che l’infermiera li ha fatti accomodare fuori giusto il tempo di disporre le fasce per bloccarla al letto per poi farli rientrare. A quel punto Gemma si era tranquillizzata. Lei volontaria nel reparto bloccata a un letto. 

Non riuscirò mai a capire come mai nessuno tra i presenti abbia pensato che per un attimo quel momento di incontro, quelle persone, potessero essere loro lo strumento di tranquillizzazione (No Restraint – Restraint. Andata e Ritorno, Antonio Luchetti, POL.it, 2019, online, http://www.psychiatryonline/node/8126)  – (L’Araba Fenice, Antonio Luchetti, POL.it, 2019, online, http://www.psychiatryonline/node/8127)

Passano due giorni e mi ritrovo a chiamare di nuovo il Servizio Psichiatrico universitario. 

Questa volta mi risponde una specializzanda e chiedo di poter parlare con la responsabile e mi risponde che posso lasciare il numero in quanto la dottoressa è impegnata in un colloquio. 

In sottofondo sento la voce di una donna urlare minacciosa contro altre persone. Rimango in silenzio. 

La ragazza, sempre con dolcezza, mi chiede se può segnare il numero che evidentemente compare sul piccolo schermo del telefono del reparto per farmi richiamare. Seguono alcuni secondi di silenzio che la lasciano interdetta e senza parole. “Posso farla chiamare su questo numero?”, incalza, ma sempre con dolcezza, forse un a disagio. “Sto ascoltando il colloquio”, rispondo. 

Un pò in imbarazzo, lei, un pò turbato, io, ci salutiamo. 

Nessuno mi ha mai richiamato. 

Per Malafede non intendo esattamente il contrario della buonafede, e tantomeno voglio richiamare la questione della Menzogna. 

Se la Menzogna “(…) implica che il mentitore sia completamente cosciente della verità che maschera (…) per chi pratica la malafede, si tratta proprio di mascherare una verità spiacevole o di presentare come verità un errore piacevole. La malafede ha dunque [solo] in apparenza la struttura della menzogna. Soltanto (e questo cambia tutto), nella malafede, è a me stesso che io maschero la verità. Così, la dualità dell’ingannatore e dell’ingannato non esiste più qui” (L’essere e il nulla, Jean-Paul Sartre, ed. Il Saggiatore Tascabili, Milano, 202, p. 85).

 “Ne consegue [nella Malafede] che colui a cui si mente e chi mente sono una sola e medesima persona” (Ivi, p.86).

Detto questo intendo porre in evidenza come il processo di formazione universitaria in psichiatria sia spesso un passaggio dall’atteggiamento di Buonafede (quante persone scelgono di studiare medicina per aiutare l’Altro) a un atteggiamento di Malafede. 

Questo non significa, che “vivere in malafede” non comprenda  “dei bruschi risvegli di cinismo o di buonafede”(Ibidem), ma comunque vivere in malafede “implica uno stato di vita costante e particolare”(Ibidem).

E quale è lo scopo della malafede? “Fare che io sia ciò che sono nel modo del <non essere ciò che si è> o che io non sia ciò che sono nel modo dell’ <essere ciò che si è>”(Ivi, pp.103-104).

Ovvero “La malafede esige che io non sia ciò che sono, cioè che ci sia una differenza imponderabile a separare l’essere dal non essere nel modo d’essere della realtà umana. Ma la malafede non si limita a rifiutare le qualità che possiedo, a non vedere l’essere che sono. Tenta anche di attribuirmi un essere che non sono”(Ibidem).

Ma qual’è il problema principale della Malafede? “Il vero problema della malafede (…) proviene evidentemente dal fatto che la malafede è fede. (…) La malafede è credenza e il problema essenziale della malafede è un problema di credenza”(Ivi, p.104).

E infine, per concludere il ragionamento, a mio avviso si deve porre in evidenza che “(…) la malafede non conserva le norme e i criteri di verità, che sono accettati dal pensiero critico di buonafede. Infatti essa decide anzitutto della natura della verità. Con la malafede appare una verità, un metodo del pensare, un tipo di essere degli oggetti; e questo mondo di malafede, da cui il soggetto si trova circondato, ha per caratteristica ontologica che l’essere in esso è ciò che non è, e non è ciò che è”(Ivi, p.106). È proprio con quest’ultima affermazione che il discorso della malafede finisce per portare a compimento la metamorfosi dell’Essere, la metamorfosi del soggetto e del mondo che lo circonda. 

Ora perché voglio rievocare il concetto della Malafede quando sto parlando di persone in cura legate al letto fintanto da trovare a volte in questa azione del sedicente terapeuta la propria morte? 

Voglio parlare di malafede in quanto seppure abbiamo dimostrato che legare una persona a un letto non sia una buona pratica terapeutica (Corte di Cassazione, V sezione, sentenza 20 giugno 2018, n. 50497,  sul caso Mastrogiovanni) e argomentato che questa sia una violazione dei diritti della persona, un atto degradante e violento, una violazione degli articoli 13 e 32 della costituzione; seppure abbiamo dimostrato che se ne può fare a meno, richiamando in campo la potenza della relazione e non delegando la cura a dispositivi meccanici che tale relazione mettono in scacco, centinaia di psichiatri, che con leggerezza sono convinti che questo sia un gesto terapeutico, fintanto delicato, efficace e rispettoso, vengono costantemente prodotti dalle scuole di specializzazione universitarie. 

Il processo che porta lo specializzando, in buonafede, a diventare un manicomiale, in malafede, che confonde la banalità del male (La banalità del male. Eichmann a Gerusalemme. Hannah Arendt, Universale Economica Feltrinelli, Milano, 2016) con una buona pratica, è un processo che si compie nelle scuole di specializzazione, e nel mentre che tale processo riporta in vita la violenza dell’istituzione totale cambia radicalmente la struttura della Verità.
 

Pertanto la questione si riassume e collassa nel problema unico dell’esistenza di “istituzioni, che si impongono quali soggetti di regolazione dell’agire umano che vi entra in un rapporto” (Daniele Piccione, Ivi, p.47) all’interno delle quali (e per lo sguardo delle quali) “(…) uno stesso fatto può essere qualificato in modo differente a seconda del comparto istituzionale che lo prende in considerazione” (Ibidem).

Le istituzioni alle quali mi riferisco sono certamente i servizi psichiatrici all’interno dei quali il “matto” può essere una persona bisognosa di vicinanza e di riconoscimento forte del diritto di negoziazione, anche nel momento dello scontro corporeo, nella crisi, nell’angoscia e nella violenza che da questa può derivare, oppure un oggetto da gestire, da bloccare, da contenere, da legare, la quale libertà di movimento può essere messa costantemente in discussione: è questa certamente una questione di sguardo e di natura ontica dell’istituzione.  

Ma è istituzione ugualmente, e questo è sottovalutato o del tutto negato, l’Università, che guarda all’atto della contenzione meccanica come fosse una necessità, seppur nel migliore dei casi residuale ed eccezionale, e plasma i suoi “internati”, gli universitari, ad aderire acritici a tale pratica. I nuovi psichiatri manicomiali, una volta partoriti, la utilizzeranno con leggerezza e convinti che la Verità consista nel fatto che la contenzione meccanica sia atto medico e quindi terapeutico. 

Ora, se si considera che esistono in Italia poche, ma seppur diverse realtà, che della contenzione meccanica hanno saputo far a meno (Club SPDC “No Restraint”, 180° L’Altra Metà dell’Informazione, 14 Luglio 2015, https://180gradi.org/2015/07/14/spdc-no-restraint/ ), realtà riconosciute dall’Organizzazione Mondiale della Sanità come modelli da imitare (vedi a titolo di esempio www.triestementalhealth.org e www.triestesalutementale.it) la Malafede induce le persone che la abitano a criticare tale realtà, o quantomeno a esprimere giudizi sul loro cattivo funzionamento in modo certo e senza alcun dubbio; senza aver mai potuto vedere con i propri occhi dal vivo l’oggetto che criticano e senza quindi averne fatto nemmeno una benchè minima esperienza. 

La Malafede si struttura infatti come una fede al negativo in quanto tende a negare l’oggettivo credendo a qualcosa che la realtà stessa, e in modo costante, mette in discussione, demistificando la realtà e affermando invece con forza una Verità che è semplicemente, in fondo, un prodotto della stessa Malafede. 

È proprio questo, a mio avviso, che rende possibile che una persona ricoverata in un servizio psichiatrico possa essere bloccata, legata a un letto e, per questo, trovarvi la morte. E ciò avviene nel preciso momento in cui i professionisti della Psichiatria che legano utilizzando la parola “contenimento”  trasformano una pratica violenta, inumana e degradante (per chi la fa e per chi la subisce) “in un atto tecnico e professionale, in modo da attenuare  l’infamia di tale gesto e non suscitare indignazione critica, né in sé né negli altri, unica condizione da cui potrebbe partire la messa in discussione del ricorso a questa”(Giovanna Del Giudice, “E tu legalo subito”, Edizioni alphabeta Verlag,  2015, Merano, p.195).

La Malafede, quindi, nella riscrittura della Verità risponderà che la contenzione è un atto terapeutico [“Una persona legata è offesa nella dignità, negata nella soggettività e nel diritto (…) abbandonata e privata di qualsiasi difesa, perde la possibilità di contrattazione, di resistenza. Violata e mortificata, è ridotta a corpo domato. Quando una persona viene legata cessa qualsiasi rapporto di cura (…) perché cessa il rapporto di reciprocità, di riconoscimento di parità sociale e relazionale e qualsiasi azione, ancorché sensata, viene vanificata è resa nulla nella sua terapeuticità”. Giovanna Del Giudice, “E tu legalo subito”, Edizioni alphabeta Verlag,  2015, Merano, Giovanna del Giudice, Ivi, p.194)].

Questo mio scritto vuole essere una chiamata alla ribellione, al risveglio di coscienze, in quanto son convinto che la maggior parte delle persone che si trovano ad agire la pratica della contenzione in fondo la soffrono nel momento in cui tale atto li costringe a vivere in un abito che non è il loro con la scomodità che comporta, in fin dei conti, dover indossare costantemente un vestito che non è il proprio e riporlo poi quotidianamente nel cassetto nel momento del commiato dall’istituzione. 

Nel momento però in cui il vestito è tolto e riposto il dolore vissuto nel proprio corpo, come quello provocato nell’Altro, rimane a stratificare una corazza emotiva che con il passare del tempo diviene facilmente anestesia e morte. 

La contenzione non mortifica solo il soggetto contenuto ma anche colui che contiene. 

Questa chiamata vuole essere una chiamata alla cittadinanza tutta, vuole essere un invito all’indignazione, in quanto indignarsi “É fondamentale. Quando qualcosa ci indigna (…) allora diventiamo militanti, forti e impegnati. Abbracciamo un’evoluzione storica e il grande corso della storia continua grazie a ognuno di noi” (Stéphane Hessel, Indignatevi, add editore, 2010, Torino, p.10).

E abbracciare l’evoluzione storica quando si parla di contenzione meccanica significa, a mio avviso, avere il coraggio di demolire l’Università e di lottare (

 … E tu slegalo subito. Campagna nazionale per l’abolizione della contenzione meccanica in psichiatria promossa dal Forum Salute Mentale. www.slegalosubito.com) per l’affermazione della Verità.