“Piccole donne” di Greta Gerwig è visivamente sublime ma lento e confusionario

Piccole donne - 180gradi.it

Con Piccole donne Greta Gerwig firma la regia del suo secondo lungometraggio a due anni di distanza da Lady Bird con cui esordiva dietro la macchina da presa. Stavolta Gerwig porta sullo schermo l’adattamento del famoso omonimo romanzo ottocentesco di Louisa May Alcott con un vero cast d’eccezione composto, tra gli altri, da Saoirse Ronan (nei panni della protagonista Jo March), Emma Watson, Florence Pugh, Eliza Scanlen nei rispettivi ruoli delle sorelle Meg, Amy e Beth, Laura Dern (la mamma Marmee March), Thimotée Chalamet (l’amico d’infanzia Theodore “Laurie” Laurence), Meryl Streep (la ricca zia March) e Louis Garrel (il critico Friedrich Bhaer).

Piccole donne è un romanzo di formazione e di indipendenza (quasi) tutto al femminile e quest’aria si respira a pieni polmoni nella pellicola circolare di Greta Gerwig che si apre e si chiude con l’incontro tra Jo e l’editore cui la giovane scrittricepresenta l’idea del romanzo di un’”amica” anonima, la quale ha già visto la pubblicazione di alcuni suoi racconti su diversi giornali.

Le parentesi iniziale e finale di Piccole donne sono tra i momenti più spiritosi del film in cui la scrittrice e l’editore discutono sui punti di forza del romanzo. Per Jo è fondamentale che la protagonista femminile resti indipendente fino alla fine della storia e capace di vivere felicemente anche senza il bisogno dell’amore di un uomo; al contrario, per l’editore ci sono solamente due modi per concludere un romanzo di successo: la donna alla fine deve sposarsi oppure morire, perché “le lettrici non vogliono una protagonista coerente ma una storia avvincente”.

Tutta la storia della famiglia March si dispiega nel mezzo di questi simpatici “siparietti” ambientati nell’ufficio dell’editore. Piccole donne è un film visivamente eccezionale, ogni attore del cast è perfetto nel proprio ruolo, la fotografia, i costumi e le scenografierestituiscono in maniera sublime l’atmosfera di metà Ottocento, nello specifico del periodo della guerra di secessione americana dove il capofamiglia è andato a combattere, lasciando a casa la moglie e le loro quattro figlie. “Le mie piccole donne” pronuncia l’uomo di ritorno dal campo di battaglia, in una delle sequenze degne di nota in cui regna una surreale atmosfera natalizia.

La musa e compagna di Noah Baumbach compie dei passi in avanti rispetto alla prima regia (Lady Bird)acerba come la sua ribelle protagonista teenager. Nell’insieme, tuttavia, Piccole donne appare una pellicola con evidenti difficoltà ad “ingranare”, soprattutto durante la prima metà della narrazione, gravando sulla ricezione complessiva del film (134′) che pecca inoltre di un montaggio tra presente e futuro non poco confusionario, a ciò si aggiungono le musiche di Alexandre Desplat esageratamente enfatiche e di accompagnamento.

Voto: 6

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