“Jojo Rabbit” di Taika Waititi: amici immaginari, perdita e menzogna nel passaggio dall’infanzia all’adolescenza

Jojo Rabbit - 180gradi

Jojo Rabbit di Taika Waititi è liberamente ispirato al romanzo Come semi d’autunno di Christine Leunens, ambientato nella Germania nazista del 1945. La pellicola di Waititi narra la storia del piccolo Johannes “Jojo Rabbit” Betzler (Roman Griffin Davis), un bambino di 10 anni che vive solo con la madre Rosie (Scarlett Johansson), dopo aver perso il padre in guerra (da molti considerato un vigliacco) e la sorella maggiore per malattia.

Jojo è un bambino vivace e fantasioso, ciecamente devoto al regime e al Führer, tant’è che il suo miglior amico (immaginario) è proprio un grottesco Adolf Hitler (Taika Waititi). Jojo Rabbit si apre con un montaggio che spezzetta in diverse parti la divisa di Jojo, per poi mostrarci il suo amico Hitler in una lezione di incoraggiamento su come essere il “miglior nazista”. A interrompere l’ordinaria, perfettamente scandita, quotidianità del protagonista è la scoperta della giovane Elsa (Thomasin McKenzie) che vive nascosta in una stanza segreta all’interno di una parete.

Ecco che ha inizio una stramba e improbabile relazione di conoscenza tra il piccolo nazista e l’adolescente ebrea, laddove Jojo non perde occasione per giustificare la sua curiosità verso il diverso (e qui si intende anche il rapporto con il femminile, oltre che con una mentalità e un punto di vista sul mondo diversi da quelli propinati dal regime). Così Jojo comincia a interrogare e intervistare Elsa con domande sugli ebrei, con lo scopo di scrivere un libro di vignette e didascalie, dall’indesiderato effetto parodistico, da regalare a Hitler.

Jojo Rabbit è un film che affronta il passaggio dall’infanzia all’adolescenza attraverso gli amici immaginari, la perdita delle persone care, la menzogna. A proposito di quest’ultima, durante la lavorazione al suo film più autobiografico Fanny & Alexander, Ingmar Bergman ha spiegato che per lui la menzogna è stata lo strumento tramite il quale affermare la propria identità infantile: sostituendo le proprie bugie e fantasie alla realtà fenomenica, con la volontà di governarla e modellarla attraverso la forza del pensiero, il regista svedese, così come il piccolo protagonista Alexander, ne creava una Altra per lui credibile tanto quanto quella concreta; un potere analogo a quello che possiede il cinema nel dar vita a storie e personaggi.

Similmente all’Alexander bergmaniano, l’entrata nell’adolescenza di Jojo è segnata dalla formazione di un proprio pensiero critico, che si sostituisce alla cieca obbedienza al regime e ai pregiudizi da questo inculcati, le cui fondamenta hanno radici tanto solide nella realtà quanto quelle delle fantasie infantili di Jojo. Il ballo come atto di libertà e iniziazione sessuale apre finalmente le porte dell’adolescenza in quello che può essere definito un film di formazione dove il traguardo raggiunto altro non è che il risultato di un percorso tortuoso fatto di prove e perdite.

Jojo Rabbit è una commedia nera ma anche un film di formazione, una pellicola tanto grottesca quanto drammatica, disarmante, devastante. Si guardi alla sequenza di guerra costruita in ralenti prima del finale, dove viene mostrata la natura spietata dei nazisti; più che dai soldati in combattimento l’attenzione è catturata dall’impietosa formatrice che, pronta all’agguato, dice a un ragazzino di correre incontro e abbracciare un americano mentre gli attiva furtivamente una bomba sulla schiena. D’altra parte alcuni personaggi eroici, costretti a vivere nascondendo la loro indole, incarnano l’impossibilità di ribellarsi al regime se non pagandone con la vita, realizzando così il desiderio di autenticità solo nella morte.

Voto: 8

Al cinema dal 16 gennaio!