Scienza in movimento: dentro l’Alzheimer

Cosa intendiamo quando pensiamo al passato, alla storia? Cos’è la memoria? La memoria è un concetto strettamente legata al passato e non si può separare dal futuro, per l’essere umano avere memoria significa avere coscienza di sé e, dunque, un’identità. 

Scientificamente la memoria è la capacità di ricordare dati collegati a eventi di cui si ha avuto esperienza, questo mediante una serie di meccanismi psicologici e neuro-fisiologici che fanno sì che il cervello possa richiamare tali informazioni. Ma cosa accade quando si manifesta la malattia di Alzheimer? Quando l’uomo è incapace di mantenere una propria identità nel tempo e non ha più ricordi da conservare? Succede che diverse zone del cervello come l’ippocampo (che trasforma la memoria a breve termine in memoria a lungo termine), la corteccia entorinale (parte della formazione dell’ippocampo e serve nei processi di memorizzazione) e, in particolare, la zona che connette il lobo frontale e quello temporale, subiscono un grave decadimento.

È scientificamente dimostrato che a essere più colpite da questa malattia sono le donne. Tuttavia i sintomi sono uguali per tutti: si comincia con una strana depressione e apatia, segnali manifesti che spesso i familiari della persona affetta da Alzheimer non riescono a capire, magari perché non conoscono i sintomi e l’evoluzione della patologia. E spesso intorno non hanno nemmeno una rete di sostegno che li supporta.

Tornando alla memoria, la prima compromissione si verifica nell’incapacità di ricordare gli appuntamenti, compresi quelli immediati, o dove aver lasciato le proprie cose, o ancora si lasciano incompiute delle faccende poiché ci si dimenticherà di riprenderle (es. il gas aperto, il rubinetto dell’acqua). L’inesorabile sorte con la quale si scontra la persona è la lenta discesa in uno stato d’isolamento in cui vengono persi i legami non solo col mondo esterno, con i propri affetti ma anche con se stesso. Il soggetto può dimenticare i nomi addirittura dei suoi figli e i loro volti, nonché numeri di telefono, conversazioni, gli eventi della giornata e come si apre una porta, insomma le normali attività della vita quotidiana.

Oltre alla memoria vengono compromessi l’apprendimento, dunque le capacità cognitive e la gestione emotiva, mentre la motricità e la sensorialità sono le sfere che vengono colpite per ultime. Questo disorientamento porta ad un uso inefficace del linguaggio verbale che diviene spesso aggressivo: non di rado la persona ricorre a parolacce, bestemmie, insulti, maledizioni o espressioni scurrili. Meno frequente, in uno stato magari confusionale, è arrivare ad assumere comportamenti violenti, picchiare, graffiare, mordere e scalciare.

Per quanto riguarda la difficoltà che inevitabilmente si origina nel tentativo di dialogare col proprio caro, quello a cui si punta è l’arricchimento del linguaggio non verbale. Con questi pazienti, apparentemente privati della loro umanità, l’attenzione va rivolta proprio ai rapporti umani, privilegiando l’uso di supporti terapeutici in grado di creare situazioni significative che coinvolgano la persona e che la facciano sentire degna di essere trattata come tale.

In altri tipi di demenze piuttosto che nell’Alzheimer sopraggiungono alterazioni. Per fare un esempio, pare che il disturbo bipolare possa rappresentare un fattore di vulnerabilità per la demenza. Vengono inoltre accentuate delle caratteristiche preesistenti, l’aggressività del soggetto nei confronti delle persone che gli sono intorno deriva anche da questo. Rispetto alla demenza frontotemporale, i sintomi comportamentali si presentano già nelle iniziali fasi in particolare ipomania, disturbi comportamentali, disinibizione, demenza da corpi di lewy in cui si presentano allucinazioni.

Fortunatamente la scienza però si sta muovendo. La Fondazione EBRI (European Brain Research Institute) Rita Levi-Montalcini ha creato una molecola che arresta l’Alzheimer nella sua prima fase grazie alla nascita di nuovi neuroni, permettendo che il degrado generato dalla malattia si blocchi nel corso del suo precoce stadio iniziale. Gli scienziati hanno parlato di ringiovanimento del cervello grazie all’anticorpo A13, e di un recupero dell’80% dei danni causati dalla malattia neuro-degenerativa, sempre però nella fase iniziale. I ricercatori che hanno portato avanti questo studio sono tutti italiani. Eppure non possiamo ancora considerarlo un traguardo decisivo per la diagnosi e la cura dell’Alzheimer dal momento che la molecola è stata testata solo sui topi. Ci auguriamo prospettive farmacologiche migliori con la speranza che, tra qualche anno, si potranno curare anche gli esseri umani.

Sempre sui topi, negli ultimi anni, è stato sperimentato il vaccino contro il linfoma ed è stato possibile trovare una cura, ora verrà provato anche sui pazienti umani. È stato in seguito creato un nuovo farmaco contro il colesterolo, in grado di ridurre il rischio della patologia. E ancora sono stati individuati due anticorpi in grado di ridurre il tasso di morte dell’ebola, il virus è molto contratto in Africa. L’Unione Europea ha anche approvato il vaccino.

La scienza medica riconosce la centralità della persona presa in cura, ma questo basta ad alleviare il dolore? La psicologia che offre un sostegno psicologico ai malati, per esempio dice di no. Pensiamo alla psicologia oncologica, che si occupa principalmente di chi si ammala di tumore ma anche dell’ambiente familiare. In questi casi è fondamentale un sostegno psicologico alla famiglia, non solo nel periodo di malattia del paziente, ma anche nel momento successivo all’eventuale decesso. Come dicevamo, i familiari spesso non possiedono gli strumenti necessari per gestire il disagio indotto dalla malattia e un aiuto concreto migliorerebbe anche le condizioni di vita del loro caro. Di qualunque malattia si parli, un sostegno psicologico è un tema quanto mai attuale e universale. L’essere umano ha un profondo attaccamento alla vita e questo non è un elemento razionale bensì emotivo. Niente di più che un desiderio innato. Comunque sia, un’infermità ci ricorderà sempre che quanto avevamo prima, ovvero la salute, era tutto l’essenziale.

Maria Anna Catera