Ai margini della società. Dagli stranieri ai detenuti, tutti sotto lo stesso cielo

L’emarginazione sociale nasce dall’opinione pregiudiziale di chi concepisce l’altro come inferiore, perché si basa su un’ideologia etnocentrica (etno- [dal greco éthnos, popolo]). Per etnocentrismo si intende l’atteggiamento di chi considera sbagliata, o appunto inferiore, la cultura altrui, poiché solo la propria gli sembra normale e giusta. La “cultura”, intesa come insieme di valori e modelli di comportamenti, per definizione tende a creare delle barriere, perché accentua le differenze e in questo modo legittima l’esclusione di alcuni gruppi ritenuti “diversi”. La diversità, considerata come una divergenza negativa, non accomuna tutti gli individui allo stesso modo: quelli che vengono discriminati costituiscono sempre una minoranza rispetto agli altri. È la classe predominante a stabilire i criteri valutativi dei singoli comportamenti, attribuendosi diritti che non ha. Per esempio usufruisce del potere della violenza come mezzo di coesione fra i suoi membri andando a discapito della minoranza deviante. 

Uno degli esempi più eclatanti, se vogliamo pensare al razzismo, è il Ku Klux Klan, l’associazione criminale segreta nata nei primi anni del Novecento costituita da uomini bianchi che facevano violenza sui neri. Il razzismo e il rifiuto dello straniero purtroppo costituiscono una componente strutturale della società contemporanea talmente ben radicata che “giustifica” (ovvero legittima) la subordinazione di un gruppo sociale a un altro. Tuttavia il razzismo non è né una forma di emarginazione esclusivamente culturale né di istruzione ma ha a che fare con qualcosa che è al di sopra: la struttura dei rapporti sociali. 

Gli immigrati oggi, per esempio, non sono considerati molto bene e in Italia il fenomeno dell’immigrazione non è gestito in maniera efficace. In politica si parla di compromissione alla “sicurezza pubblica” come esposto nel decreto Salvini. Sicuramente il fenomeno migratorio è complesso e ci sono serie difficoltà d’integrazione, ma dietro tutto questo sussistono pregiudizi etnici. 

Per quanto riguarda il mondo del lavoro, lo straniero privo di permesso di soggiorno viene spesso sfruttato, non messo in regola né tutelato, subendo per di più pesanti discriminazioni. Ci sono imprese che di fronte alla scelta di assumere un italiano o uno straniero non prendono nemmeno in considerazione l’idea di ammettere nell’azienda uno straniero. Così facendo questi vengono categorizzati ed esclusi da opportunità sociali e lavorative. 

Ma questa non è l’unica categoria di persone che viene danneggiata. Un’altra classe di persone che la società mette al margine sono i reclusi, persone condannate al carcere a causa di una pena detentiva. Ai detenuti, con un’autorizzazione del Magistrato di Sorveglianza, viene offerta la possibilità di lavorare esternamente qualora la condotta sia meritevole. Nei casi di reati gravi, il lavoro esterno può essere consentito dopo l’espiazione di almeno un terzo della pena e, comunque non prima dei cinque anni. Per i condannati all’ergastolo, l’assegnazione può avvenire dopo l’espiazione di almeno dieci anni. Il lavoro quindi è considerato un trattamento rieducativo. È giusto che la persona autrice di reato sconti la propria pena ma lo Stato deve tutelarla e favorire, una volta fuori, il suo reinserimento nella società civile. 

Ci sono associazioni che danno supporto agli ex-detenuti, come Il Cammino, una cooperativa sociale Onlus che ha realizzato una struttura di accoglienza per ex detenute, promuovendone il reinserimento socio-lavorativo. Si tratta di una delle tante associazioni che credono nei diritti della dignità umana, ritenendo tra l’altro che l’esclusione sociale dei carcerati tenda a cronicizzare e confinare la persona nell’isolamento dal resto del mondo. Questo non fa bene né al soggetto né alla società che lo circonda. Una dimostrazione è che la percentuale di recidivi per chi è in carcere è del 70%, mentre la percentuale di persone che vengono supportate con questi progetti di reinserimento si dimezza. 

È in tale contesto che si fa strada il concetto di “xenofobia”, ossia “la paura del diverso” che non indica solo il razzismo ma ne allarga il cerchio. La xenofobia, alimentata dal pregiudizio, impedisce di vedere la persona discriminata e sfruttarne le potenzialità, e questa avversione crea un filo diretto con la rabbia e l’ostilità. Dunque si manifesta sempre più incombente il bisogno di un’integrazione intesa anche come valore sociale, nell’allargare gli orizzonti della propria identità e dell’appartenenza sociale. Sono attivi alcuni progetti molto interessanti, come ad esempio Espor, finalizzato a facilitare l’inserimento lavorativo dei migranti con capofila l’Università del Sacro Cuore di Milano 

Questo è il tempo di lottare per l’uguaglianza di opportunità con speranza e fiducia, senza più escludere dal sistema sociale ed economico immigrati ed ex-detenuti, due esempi che non sono però gli unici a raccontarci di come la nostra società sia ancora escludente. Ci muoviamo verso una società sempre più cosmopolita e per questo alle nuove generazioni è affidato il compito di cambiare paradigma, abbracciando i valori di accoglienza e della tolleranza, perché loro più di tutti possono contribuire significativamente nella scelta della direzione che prenderà la nostra società. 

 

Fonti: 

L’alfabeto dell’esclusione: educazione, diversità culturale, emarginazione di Franca Pinto Minerva; 

Razzismo al lavoro. Il sistema della discriminazione sul lavoro, la cornice giuridica e gli strumenti di tutela di Marco Ferrero e Fabio Perocco; 

Il lavoro nel carcere che cambia a cura di Vincenzo Giammello, Alessandra Mercurio, Gaetano Quattrocchi; 

Zoon politikon 2010: Per la democrazia e l’integrazione sociale 

a cura di Mario A. Toscano