La crisi del mondo del lavoro: il quadro italiano

In Italia si lavora di più e si guadagna di meno, sempre di più i giovani precari o disoccupati 

Che l’Italia sia un paese anziano non è una novità, secondo i dati Istat gli over 65 nel nostro paese sono 14 milioni (il 23,2% della popolazione totale), contro il 13% dei giovani tra neonati e quattordicenni, il restante 63,8% comprende persone nella fascia d’età 15-64. 

L’aspettativa di vita sta migliorando, ma la qualità? Da anni si sta parlando di “cervelli in fuga”, quelle menti italiane brillanti di cui ci vantiamo a posteriori, ma che il nostro paese non ha aiutato a emergere nel mondo del lavoro, e che infatti sono state riconosciute all’estero, conseguendo il meritato successo. Sempre più giovani italiani pensano concretamente a un’alternativa lavorativa al di fuori dei confini nazionali, i motivi sono diversi: viene riconosciuto il valore del lavoratore, i contratti sono migliori (lItalia pullula di stage e part-time) e gli stipendi generalmente più alti; sono maggiormente tutelati i diritti del lavoratore e la sicurezza sui luoghi di lavoro, si pensi che in Italia, nel primo trimestre del 2022, le morti sul lavoro sono state 189 (+2,2%), rispetto allo stesso periodo del 2021; sono più numerose anche le denunce di infortunio, soprattutto al Sud, e in aumento anche le patologie professionali (dati Inail).

Inoltre, molti paesi, come la Norvegia, la Danimarca, la Spagna, l’Islanda e il Giappone hanno sperimentato con successo la settimana corta, di 4 giorni lavorativi anziché 5, a parità di retribuzione, lavorando tra le 29 e le 35 ore settimanali. Ne è emerso che la produttività è rimasta invariata e in alcuni casi è addirittura aumentata. L’Italia invece, secondo i dati Ocse, è tra i paesi europei dove si lavora di più, ci precedono in questa triste classifica solo la Grecia e l’Estonia, e al tanto lavoro non corrisponde un aumento di produttività, tantomeno di salario. 

Tra il 2011 e il 2020 i lavoratori under 35 sono diminuiti di circa un milione di unità, d’altra parte, nello stesso decennio, sono aumentati di 1,7 milioni i lavoratori over 55 (15,9 punti in più rispetto alla media Ue), anche come conseguenza delle riforme sulle pensioni (dati Eurostat). 

La pandemia non ha di certo aiutato il mondo del lavoro, già colpito da una crisi economica e finanziaria definita la peggiore della Storia, la cui entità è stata paragonata dagli analisti a quella della crisi del 1929. Anzi, il Covid-19 ha dato il colpo di grazia soprattutto ai lavoratori autonomi, oggi diminuiti del 4,1% rispetto al periodo pre-pandemico, in compenso è stato rilevato un aumento dell’1,3% tra i lavoratori dipendenti, seppure la quasi totalità degli stessi è stata assunta con un contratto a termine. I disoccupati sono tanti, e tra questi molti Neet, un acronimo inglese che sta per “nullafacente” e si riferisce a giovani tra i 15 e i 29 anni che non lavorano né studiano; nel 2020 tale fenomeno ha registrato un’incidenza del 25,1% (Giovani.Stat), con differenze sostanziali tra le regioni del Mezzogiorno, che segnano un più alto tasso di disoccupazione, e quelle del centro-nord, dove la situazione è migliore. 

 

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