Ghostbusters: Legacy, un’estetica ibrida costruita su nostalgici rimandi

Ghostbusters: Legacy (titolo italiano di Ghostbusters: Afterlife) di Jason Reitman esce a oltre trent’anni di distanza da Ghostbusters 2 (1989), mentre il primo capitolo della saga cult Ghostbusters – Acchiappafantasmi è datato 1984, entrambi diretti dal padre Ivan Reitman, qui in veste di produttore. Proprio i legami di sangue sono al centro della storia di Ghostbusters: Legacy; il film si apre con un prologo pieno d’azione, che mostra l’anziano Egon Spengler (Harold Ramis) alle prese con un fantasma, dal quale verrà ucciso a causa di un imprevisto. 

Dalla macabra fattoria di campagna la location si sposta in città, dove Callie Spengler (Carrie Coon), madre single, abita con i suoi due figli, Phoebe (Mckenna Grace, la Judy Warren di Annabelle 3) e Trevor (Finn Wolfhard, il Mike di Stranger Things). La famiglia sta per essere sfrattata, quando Callie riceve la notizia della scomparsa del padre, con cui non aveva contatti da anni. Arrivati nella cittadina rurale di Summerville, in Oklahoma, la donna scopre che l’eredità si esaurisce in una vecchia casa degli orrori “dal valore sentimentale”, e tanti debiti. Callie vorrebbe solo prendere l’argenteria e andarsene, ma com’è immaginabile mamma e figli finiranno per restare nella casa fatiscente di Zappaterra; questo il soprannome dato a Egon dai suoi concittadini, i quali lo consideravano un vecchio pazzo solitario, che non faceva altro che zappare il suo “terreno infertile”. 

Un giorno Phoebe, curiosa dodicenne che si diletta in esperimenti scientifici, si accorge di uno strano oggetto vicino la consumata poltrona del nonno. Quando lo mostra al suo improbabile professore di scienze, nonché sismologo Grooberson (Paul Rudd) – che intrattiene la classe con le VHS di Cujo e La bambola assassina – questi le spiega che si tratta di una perfetta ricostruzione di una trappola che veniva usata dagli acchiappafantasmi che, negli anni Ottanta, salvarono New York dall’assedio degli spiriti. 

In Ghostbusters: Legacy il legame con le proprie radici è l’elemento base da cui la storia si dipana. È necessario conoscere il proprio passato familiare per poter comprendere il presente e guardare al futuro. La notizia della morte del padre/nonno è il primo di una serie di elementi drammatici, su cui di districa il gomitolo di una trama costruita sul binomio vecchio/nuovo, obsoleto/attuale, anacronistico/contemporaneo, per estensione sull’eredità degli anni Ottanta, che si riaffacciano nell’arte e nella moda odierni. 

Il raccordo tra passato e presente è continuo, ed è espresso da un’estetica ibrida, dove gli straordinari effetti speciali convivono con l’architettura gotica di casa Spengler; gli oggetti retrò come le VHS coabitano sullo schermo con i video digitali di YouTube. Come reliquie rispolverate tornano, più o meno rimodellati, gli elementi originali del cult: le diverse trappole per catturare i fantasmi, le tute con all’interno un twinkie mangiucchiato, e chiaramente Gozer con Zuul il guardia di porta e mastro di chiavi, e ancora i teneri e distruttivi omini di Marshmallow. Il passaggio del tempo è ben reso cinematograficamente dagli strati di polvere depositati nell’arredamento della casa e dalla sabbia che ricopre l’automobile vintage e il passaggio segreto per accedere al covo sulla collina. 

Così anche l’eredità, inizialmente descritta come mero lascito di beni materiali, assume l’accezione di bagaglio genetico e culturale. Ma più di ogni altra cosa, il dialogo tra generazioni è incarnato dagli attori stessi: affianco alla nuova, più eterogenea, squadra di giovani acchiappafantasmi, si riaffaccia il vecchio team, composto da Bill Murray, Dan Aykroyd, Ernie Hudson e Harold Ramis. Sulla scia di Stranger Things, stavolta sono la curiosità, l’ingegno e il coraggio dei giovanissimi a salvare il mondo, anche se per farlo necessitano dell’esperienza dei loro “antenati”. 

Tra le molteplici citazioni anche la colonna sonora originale di Rob Simonsen si amalgama al nostalgico gioco di rimandi, con sonorità sinistre che fanno il verso alle musiche orchestrate da Elmer Bernstein; dulcis in fundo, con i titoli di coda compare anche l’iconica canzone Ghostbusters. Da non perdere le due clip in chiusura: la prima durante i titoli e la seconda alla fine degli stessi, con un cameo di Sigourney Weaver. 

 

Voto: 7 1/2 

 

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