Romics a puntate #2: intervista a Marco Piola Caselli di Autori In Gioco

E’ venerdì 30 settembre, e sono dentro Romics. Entrando dall’ingresso Nord della Nuova Fiera di Roma il primo pensiero che viene in mente è quello di provare a capire dove ci si trova. La calca è tale che un visitatore poco esperto può essere rapito dalla perdita di orientamento. L’ambiente è enorme, potete credermi, ma allo stesso tempo sembra essere stretto e piccolo, tante sono le persone che lo occupano.

Nel mio pellegrinare mi fermo all’interno del Padiglione numero 9, il primo che mi si para davanti. L’immenso Padiglione ospita una marea di iniziative, tra cui una mostra/racconto sulle venti edizioni del Romics, il Comics meeting&Lab dedicato all’innovazione e alla creatività, uno stand della Regione Lazio, ma soprattutto vedo i giochi da tavolo, tanti giochi da tavolo, ed insieme ad essi un’associazione chiamata Autori In Gioco (www.autoriingioco.it), una giovane realtà che offre l’opportunità ai nuovi autori di giochi di provare la loro idea sul campo. La curiosità è tanta, anche perché mi sarebbe tornata utile per testare uno dei miei prototipi, e così incontro Marco Piola Caselli, il Presidente di questa associazione, che gentilmente si presta a rispondere alle mie domande. Come prima cosa gli chiedo di descrivermi la sua creatura:

“Autori in Gioco è il nome che abbiamo scelto per rappresentare gli incontri che facciamo di playtest tra autori e pubblico, ma talvolta è possibile che intervengano anche alcune case editrici di giochi”

Qual è lo scopo di Autori in Gioco?

“Favorire il playtest per gli autori e la ricerca da parte delle case editrici di nuovi prototipi da mettere sul mercato”

Come hanno risposto le case editrici a questa iniziativa?

“Noi siamo una associazione molto giovane in confronto ad altre realtà che già esistono da diversi anni. Abbiamo fatto due edizioni nazionali, più due edizioni qui a Romics. Già dalla prima edizione nazionale sono usciti quattro o cinque contratti, ma anche dopo la seconda edizione ho notato diversi giochi che sono sotto seria osservazione. Visto che abbiamo aumentato il numero degli autori – ormai siamo più di cinquanta – possiamo dire che in media abbiamo avuto sei o sette contratti da ogni edizione nazionale”

Come ha risposto invece il “pubblico autore” e il “pubblico giocatore” a questa iniziativa?

“Qui a Romics c’è molta affluenza di pubblico che si rivela molto interessata ai prototipi. Io pensavo che fosse il contrario, cioè che il pubblico avesse difficoltà ad avvicinarsi ai prototipi, invece no, perché ho notato che vengono proprio a cercarci. Questa cosa mi fa molto piacere, dunque il riscontro è più che positivo”

La partecipazione a questi eventi stimola la creatività degli autori?

“Sicuramente si, molto, perché i commenti tecnici del pubblico stimolano molto l’autore stesso del gioco a riflettere sulle meccaniche che ha creato, sull’ambientazione, o sullo scopo stesso del gioco. Quindi posso dire che si, partecipare a questi incontri stimola molto la creatività dell’autore”.

Prima di salutarlo gli parlo del mio prototipo, un gioco di carte ad ambientazione horror, e gli chiedo il permesso di testarlo su uno dei suoi tavoli. In via del tutto eccezionale, perché di certo non se lo aspettava, acconsente, mi chiede di riempire un modulo e mi da appuntamento al giorno successivo. Lo ringrazio e non gli rubo più altro tempo.

Intorno a me, intanto, si scatena di tutto: vedo orde di ragazzi e ragazze vestiti da eroi di fumetti o di giochi, vedo persone che in quel momento sono quel personaggio che stanno rappresentando, e non una sua semplice copia. Per dirla in altri termini, davanti a me non avevo un ragazzo mascherato da Spiderman; davanti a me avevo proprio Spiderman. Me ne rendo presto conto nel momento in cui un curioso gli chiede una foto. Subito noto Spiderman assumere la sua classica “posa ragno”, pronto a lanciare da qualche parte la sua ragnatela dal polso e a spiccare il conseguente balzo. Mi chiedo il perché di una tale reazione, ossia perché dover immortalare il personaggio durante l’azione, anziché “abbracciarlo” come si fa di solito quando si vuole lasciare un ricordo di una giornata passata con amici o conoscenti. La risposta, in realtà, alla fine è abbastanza intuitiva: se davanti abbiamo Spiderman, allora non possiamo che aspettarci proprio quella posa da lui. È così che lo abbiamo conosciuto, ed è così che deve essere. Anzi, è Spiderman stesso che agisce pensando che gli altri si aspettino da lui proprio quella reazione. È un po’ come ciò che può accadere durante una manifestazione: i manifestanti si aspettano la carica della polizia, mentre la polizia si aspetta la carica dei manifestanti; nel dubbio, e sulla base di queste aspettative, caricano entrambi. Non ci sono prove di questo inconscio, ma la passata interpretazione dei messaggi porta una determinata reazione. In questo caso è l’aspettativa che porta all’agire.

In sociologia, come in psicologia, questo tipo di agire ha un nome ben preciso: si chiama interazionismo simbolico, ed è basato su una teoria proposta da G. H. Mead quasi cento anni fa, e portata avanti da H. Blumer (che in realtà ne rivendica sia il nome che la paternità), della quale è ora impossibile parlare, ma che possiamo riassumere con le parole stesse di Blumer: “il significato di una cosa, per una persona, nasce dal modo in cui altre persone agiscono nei suoi confronti rispetto a quella cosa: le loro azioni contribuiscono infatti a definire la cosa per quella persona. Perciò l’interazionismo simbolico vede i significati come prodotti sociali, creazioni formate e determinate dalle attività di definizione svolte dalle persone nel loro interagire” (H. Blumer, Interazionismo simbolico, Il Mulino, 2008, p. 36).

Il mistero delle relazioni umane si infittisce, e sono pronto a mettermi in gioco presentando alla massa il mio prototipo, ma prima ci sono ancora altre domande che cercano risposte. Mi dirigo allora dall’unica persona che può davvero darmi delle risposte definitive, visto che è da 15 anni che porta avanti e dirige tutta la manifestazione. Sto parlando di Sabrina Perrucca, direttore artistico del Romics.

Continua…

Matteo Roberti

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Foto di Pat Loika (CC BY 2.0)