Questi Oscar 2020 si sono rivelati una bella sorpresa. In molti erano convinti che le statuette per il miglior film e la miglior regia sarebbero state destinate a 1917 di Sam Mendes. Quest’ultimo difatti era il favorito alla vigilia degli Academy Awards, avendo già vinto come miglior film drammatico ai Golden Globes. Tuttavia i premi più ambiti sono andati a Parasite di Bong Joon-Ho che, oltre a quelle per il miglior film e la miglior regia, si aggiudica altre due importanti statuette, per la migliore sceneggiatura originale e persino il “raddoppio” come miglior film straniero per la Corea del Sud. La pellicola di Sam Mendes invece risulta vincitrice di tre premi tecnici ma comunque prestigiosi, i cosiddetti “oscar minori” per la migliore fotografia, il migliore sonoro e i migliori effetti speciali, laddove forse ci si aspettava vincesse The Irishman di Martin Scorsese che invece è tornato a casa a mani vuote, come già accaduto ai Golden Globes.
Dopo la conquista della palma d’oro all’ultimo Festival di Cannes 2019, Parasite entra ufficialmente nella storia del cinema come primo film straniero vincitore degli oscar in entrambe le categorie di miglior film, posizionandosi dunque come miglior film in assoluto e, in maniera ridondante, anche come miglior film straniero. La pellicola del sudcoreano Bong è un thriller sociale che interseca le vite di due famiglie appartenenti a due classi sociali ben distinte. Da una parte c’è una famiglia di truffatori che abita in un seminterrato in condizioni degradanti, tra allagamenti, scarafaggi e odori sgradevoli che ogni membro si trascina con sé per intere giornate; dall’altra c’è una famiglia dell’alta borghesia che vive in una villa tanto lussuosa e minimalista quanto labirintica. È proprio questo il set privilegiato di Parasite, tutto ha infatti luogo nell’apparente paradiso dove, nonostante tutto sembri perfetto, aleggiano misteriosi fantasmi.
Il vincitore dell’oscar per la migliore sceneggiatura non originale è Jojo Rabbit di Taika Waititi, liberamente ispirato al romanzo Come semi d’autunno di Christine Leunens, ambientato nella Germania nazista del 1945. Il film narra la storia del piccolo Johannes “Jojo Rabbit” Betzler (Roman Griffin Davis), un bambino di dieci anni che vive solo con la madre Rosie (Scarlett Johansson), dopo aver perso il padre in guerra (da molti considerato un vigliacco) e la sorella maggiore per malattia. Jojo è un bambino vivace e fantasioso, ciecamente devoto al regime e al Führer, tant’è che il suo miglior amico (immaginario) è proprio un grottesco Adolf Hitler (Taika Waititi).
La statuetta per la miglior attrice protagonista va a Renée Zellweger per la sua intensa interpretazione di Judy Garland nel biopic Judy di Rupert Goold. La pellicola racconta l’ascesa e la caduta della star intrappolata dall’immaginario collettivo nel ruolo di Dorothy Gale de Il Mago di Oz. Dall’adolescenza, dove viene mostrata la rigida educazione da parte degli Studios, fino all’inverno del 1968 con le ultimi esibizioni live nel locale Talk of the Town di Londra, il film riesce a suscitare nello spettatore le emozioni più disparate.
L’oscar per il miglior attore protagonista va a Joaquin Phoenix per la sua sconvolgente e apprezzatissima interpretazione del famoso criminale dei DC Comics prodotto dalla società in cui vive: il Joker di Todd Philips. Il film si aggiudica inoltre l’oscar per la migliore colonna sonora.
Vanno Brad Pitt e Laura Dern i rispettivi oscar come migliori attori non protagonisti: il primo per l’interpretazione del rissoso stuntman nel western sul caso di cronaca della Manson Family C’era una volta… a Hollywood di Quentin Tarantino, che si aggiudica anche il premio per la migliore scenografia (a Barbara Ling); la seconda per l’interpretazione della tenace e spietata Nora, temuto avvocato di Nicole (Scarlett Johannson) nel dramma familiare Storia di un matrimonio di Noah Baumbach.
I premi per il miglior montaggio e il miglior montaggio sonoro vanno a Le Mans ’66 – La grande sfida tra Ford e Ferrari diretto da James Mangold. Piccole donne di Greta Gerwing si aggiudica la statuetta per i migliori costumi, i quali restituiscono in maniera sublime l’atmosfera di metà Ottocento, nello specifico della guerra di secessione americana, periodo in cui è ambientata la storia tratta dal famoso omonimo romanzo di Louisa May Alcott.
