Il biliardino di Alessio Spataro

All’inizio della guerra civile spagnola, un hotel di montagna vicino Barcellona, venne utilizzato come ospedale militare per i minori. Dalle finestre di quell’ospedale Alexandre, un antifascista galiziano di diciassette anni con una gamba ferita in via di guarigione, vedeva giocare a pallone i ragazzi con ferite meno gravi. Si accorse che insieme a lui, altri ragazzini mutilati erano spettatori malinconici di quelle partite, perché avevano perso per sempre la gioia di giocare a calcio. Alexandre allora costruì per loro uno dei primi biliardini contemporanei composto da tavolo in legno di pino, palline di sughero compressato, piano di gioco in vetro e giocatori modellati al tornio.

Questa storia ce la racconta abilmente disegnata Alessio Spataro, fumettista e disegnatore noto per la sua satira brillante e mai banale, che collabora con riviste e testate giornalistiche tra cui Cuore, Left, Frigidaire, Carta, Nonzi (che ha contribuito a fondare) e Il Male di Vauro. L’autore ha all’attivo sei libri satirici (tra tutti l’irriverente la Ministronza) e diversi albi a fumetti.

Nel 2015 è uscito con Bao Publishing il suo nuovo libro a fumetti, “Biliardino” che racconta la storia di Alejandro Finisterre, l’uomo cui si deve la versione moderna di quello che forse è il gioco più diffuso al mondo: il biliardino.

D: Perché hai scelto di raccontare la storia del biliardino?
R: Per pura curiosità. Navigavo come tanti su internet quando nel Febbraio del 2007 m’imbatto in una notizia dalla Spagna riportata da tanti quotidiani on line italiani: era morto questo personaggio bizzarro dalla vita rocambolesca e avventurosa, Alejandro Finisterre, descritto come l’inventore del biliardino e l’editore di tanti scrittori spagnoli antifascisti esiliati in America Latina. Da lì a qualche anno il desiderio s’è subito trasformato in un soggetto da presentare agli editori.

D: Ci sono delle cose che avresti voluto raccontare ma che hai dovuto sacrificare nella stesura finale del romanzo?
R: Tante, soprattutto cose personali relative alla vita del protagonista di cui non ho certezza o che non erano fondamentali per il racconto. Ho dovuto fare uno sforzo non indifferente per selezionare solo l’essenziale che serviva alla storia di “Biliardino”. Anche se sembra strano per un libro a fumetti di quasi trecento pagine.

D: Perché, secondo te, il biliardino è un gioco intramontabile?
R: Perché è ovunque e perché possono giocare davvero tutti, altezza permettendo.

D: Chi erano i giocatori di biliardino dei quali scrivi? E chi ci gioca adesso?
R: A biliardino hanno giocato appunto tutti, persone di tutte le età e di ogni continente. Nel libro descrivo appunto l’ambigua storia anche del gioco stesso, usato, modificato, perfezionato in ogni parte del mondo e spesso, purtroppo, sfruttato anche per gli scopi più biechi.
Oggi gli italiani giocano in modo diverso rispetto ad ogni altro Paese. A causa del divieto di gancio (o passetto) il nostro è uno stile molto più istintivo e veloce, più rozzo se vuoi, rispetto all’estero.

D: Dal bar sport ai campetti di calcio fino alle squadre popolari. Quali le tue esperienze, curiosità, aneddoti e ricordi?
R: Ho cominciato a giocare (o meglio a perdere) a biliardino nel paese di mia madre, quando andavamo in vacanza dai miei nonni. Interi pomeriggi a giocare coi miei coetanei che spesso mi offrivano le partite in cambio di qualche mio disegno pornografico ricalcato dai fumetti per adulti da edicola.

D: Quanto a tuo parere, lo sport è in grado di intervenire nelle dinamiche partecipative e democratiche della nostra società?
R: Come tutte le azioni umane il biliardino non è mai neutro. Dipende appunto dalle persone che attrae e soprattutto dall’utilizzo che se ne fa. Lo sport pure, non manca categoria che prescinda da questa regola. Anche se io ho difficoltà ad annoverare il biliardino tra gli sport, è più un gioco. Non a caso non è stata accettata la recente richiesta delle federazioni internazionali ufficiali di table soccer di inserirlo nelle olimpiadi.