Dentro le Rems: Casale di Mezzani (Parma)

Il mese successivo all’entrata in vigore della Legge 81/2014 sulla chiusura degli OPG, le persone fino ad allora internate nella vecchia struttura di Reggio Emilia, hanno trovato accoglienza in due Rems: la Casa degli Svizzeri a Bologna e la Residenza di Casale di Mezzani, nei pressi di Parma. Si tratta di strutture provvisorie individuate in attesa che venga realizzata quella definitiva che avrà luogo ancora a Reggio Emilia, la cui apertura è prevista per il 2017. Per capirne di più su queste nuove realtà sanitarie, 180gradi ha intervistato la Direttrice della Rems di Parma, la dott.ssa Giuseppina Paulillo, con la quale abbiamo parlato del funzionamento della nuova residenza sanitaria.

La Rems di Parma è una struttura volta alla cura di persone con misure di sicurezza detentiva, nell’ambito di un percorso di tipo comunitario-territoriale. Ha iniziato la sua attività il 27 aprile 2015 e sta sviluppando un proprio modello operativo originale e specializzato. Innanzitutto, la struttura ha dieci posti letto ed accoglie pazienti di sesso maschile. Dall’apertura fino ad oggi ci sono stati diciotto ingressi: otto sono stati dimessi e sei di questi sono ritornati in famiglia. L’area coperta da questa Rems è molto vasta: possono arrivarvi utenti da Modena, Piacenza e Bologna.

La dott.ssa Paulillo, gli ex internati dell’Opg che ora sono a Casale di Mezzani li chiama ospiti: lo fa per evidenziare il carattere di transitorietà che deve connotare tutte le Rems, strutture residuali “incentrate prevalentemente su un percorso di cura, assolutamente non giudiziario.”

All’interno della Rems di Parma ogni ospite è partecipante attivo di un progetto residenziale svolto in sinergia con il progetto terapeutico-riabilitativo a carico del Dsm. “L’obiettivo è quello di ottenere per questi ospiti la libertà vigilata, in modo da poter tornare presso le loro famiglie, continuando il progetto terapeutico con la Asl di riferimento.

La Rems opera quindi individuando programmi terapeutici e riabilitativi individualizzati, con l’obiettivo di curare e sostenere gli ospiti tenendo conto della loro condizione clinica, nell’ottica di una deistituzionalizzazione graduale e della responsabilizzazione della persona e di un suo reinserimento sociale. “Per ogni ospite esiste un Piano Terapeutico e riabilitativo Residenziale, sviluppato in collaborazione con il servizio inviante e condiviso con l’ospite e, se possibile, con la famiglia. Questo definisce gli specifici interventi diagnostici terapeutici e riabilitativi erogati dalla Residenza stessa, le responsabilità, le modalità di monitoraggio e verifica.” Questo approccio vede nella “recovery” un metodo fondamentale affinchè la vita di queste persone si inscriva in orizzonti di senso. “Per quanto riguarda il personale abbiamo un equipe formata da 23 operatori, 4 tecnici di riabilitazione, 2 psichiatri, una assistente sociale, uno psicologo, otto infermieri e OSS. Il Gruppo di lavoro si riunisce una volta alla settimana per programmazione, monitoraggio e valutazione delle attività interne ed esterne alla struttura. Viene effettuata una supervisione mensile dell’equipe curante.” Con cadenza regolare l’equipe della REMS incontra quella del CSM di riferimento per valutare l’andamento del progetto e la verifica del raggiungimento degli obiettivi. “Un mese prima dell’apertura, gli operatori hanno effettuato una formazione ad hoc sul lavoro nelle Rems che li ha molto impauriti. E’ quindi stato molto importante crearsi delle formazioni interne che hanno portato all’elaborazione di un regolamento interno lontanissimo dalla logica “penitenziaria”. E’ per garantire a queste persone degli ambiti riabilitativi che abbiamo ampliato il numero di visite e telefonate , perchè lavoriamo nell’ottica che questo sia un luogo di cura, di riscoperta della soggettività.” Il regolamento interno si concentra prevalentemente sulla cura di sé e dell’ambiente. “E’ importante che ogni ospite partecipi alla vita nella residenza, ad esempio occupandosi dei pasti o mantenendo pulito l’ambiente che li circonda.” La struttura collabora inoltre con alcune cooperative per realizzare progetti riabilitativi anche all’esterno della Rems: “Almeno un’ospite al giorno esce. Le attività all’esterno prevedono ad esempio escursioni con le guide alpine, la gestione di un orto. Dentro la struttura sono attivi laboratori teatrali ma anche balli, sport, massaggi shatsu. Queste ovviamente, sono attività facoltative mentre la partecipazione agli incontri di gruppo con lo psicologo e la riunione di gruppo per parlare dell’andamento del progetto residenziale sono obbligatorie. Gli incontri con lo psicologo li chiamiamo “gruppo oltre la Rems” perchè si lavora terapeuticamente con loro al fine di una responsabilizzazione nel percorso di cura e di vita che li porti verso l’uscita dalla struttura. Il secondo gruppo invece affronta tematiche interne alla loro vita nella residenza ed è un buon modo per l’affermazione di diritti e l’assolvimento di doveri.

La Dott.ssa Paulillo racconta anche uno dei momenti più critici per la struttura: “i primi di maggio un’ospite si è allontanato dalla struttura, commettendo un “indebito allontanamento”. L’episodio ha provocato un vero problema mediatico ed ha generato una paura diffusa nella popolazione locale.L’equipè della Rems ha quindi intrapreso un lungo lavoro contro il pregiudizio, fatto di riunioni con il Comune, con il Sindaco, con i consiglieri. E’ stata realizzata una giornata aperta alla cittadinanza a dicembre, indetto un concorso letterario, invitati all’interno della struttura i Cuf (comitato familiari degli utenti) per cercare di vincere lo stigma ed il pregiudizio. “ Nella struttura è operativo un servizio di vigilanza interna che si avvale di un sistema di telecamere (escluse nelle stanze private) e di collegamenti con le Forze dell’Ordine. Ad oggi i rapporti con la Magistratura sono migliorati, anche se rimane di fondo una diversità di linguaggio. Tuttavia il lavoro nella Rems è ancora in divenire. Ad oggi siamo abbastanza soddisfatti: il tempo di degenza medio è di 5 mesi, l’equipè è stabile e non mostra sintomi di burn-out. Fino ad oggi sono state effettuate 54 ore di formazione interna, si è tenuto un convegno per la presentazione dei primi dati a dicembre e StopOpg è venuto in visita. Ad aprile è stato anche realizzato un’importante incontro formativo con le Autorità e le forze dell’ordine per migliorare gli interventi e lavorare in sinergia.” Quando le chiediamo di descriverci le maggiori difficoltà incontrate nel lavorare in una Rems, la Dott.ssa Paulillo risponde che le modalità di invio nella struttura da parte dell’Autorità Penitenziaria, risultano spesso unicamente orientate alle esigenze del magistrato e non a quelle dell’utente. “Quando il protocollo di ingresso messo a punto non viene rispettato, per noi è veramente difficile realizzare una buona accoglienza dell’ospite: spesso viene inviato qui da un momento all’altro, senza essere minimamente preparato. In questo modo le persone arrivano confuse e spaventate e questo non rispetta la loro dignità di essere pazienti. Quella del reato non deve essere la logica prevalente.