Il viaggio attraverso il Sars-Cov2 come cambiamento di prospettiva

Un anno fa ci siamo ritrovati catapultati in un viaggio insidioso, sconosciuto e non voluto.  L’impossibilità di sentirsi padroni di se stessi, delle proprie scelte e della propria vita. Recalcati scriveva in uno dei suoi articoli:

“La prima angoscia è stata persecutoria: la paura del contagio, della malattia e dei suoi rischi. Se il pericolo del contagio è potenzialmente dappertutto, è stato necessario il distanziamento sociale per arginare la sua presenza intrusiva. Il mio simile si è rivelato non più per motivi ideologici, ma per motivi scientifici, come un pericolo riattivando la paura arcaica nei confronti dell’ignoto e dello sconosciuto.” (M. Recalcati, La Repubblica, 12 aprile 2020)

Le diverse ondate di contagio, il numero di vittime costantemente evidenziato in tutti i notiziari televisivi e alla radio non si poteva non sapere, non calcolare e quindi non proteggerci da tutto e da tutti.

Il trauma collettivo ha successivamente reso più coese le nostre esistenze. Ci siamo sentiti riuniti in una comunità fatta di solitudini. Una sorta di “narcisismo di squadra” si è positivamente sviluppato per contrastare la disperazione di una malattia che si era rivelata assai più aggressiva e temibile di come era stata inizialmente rappresentata, e delle morti che nel tempo si accumulavano. Così nelle situazioni familiari ho cercato di riportare tale co-partecipazione.

Ma cosa avveniva nelle famiglie, in particolare in quelle famiglie dove la fragilità del singolo e dell’intero sistema necessitava di un sostegno costante a domicilio? L’angoscia di sentirsi soli nella loro sofferenza e nell’impossibilità di trovare la soluzione a qualcosa di troppo grande e indefinito con al contempo il bisogno di chiudersi ancor di più per proteggersi dall’altro, chiunque esso sia.

Da qui come clinico ho cercato di proseguire il mio intervento considerando la difficoltà oggettiva, sociale, personale, mondiale. Ho provato a cambiare prospettiva e a vedere l’intervento come qualcosa di interno al sistema famiglia, accompagnandoli nel riconoscere l’impossibilità nel muoversi (lokdown) come l’opportunità di potersi considerare una squadra, ognuno con un ruolo (genitore, figlio, fratello) in grado di specchiarsi nell’altro parte integrante di un ingranaggio creativo/trasformativo. 

Cos’è la creatività? Nasce da una catena di reazioni che connettono molte piccole scintille sparse e non dall’esplosione improvvisa di un’idea. Sawyer sostiene che dietro a ogni innovazione giochino un ruolo particolare, anche se talvolta invisibile, la collaborazione, la conversazione e l’interazione. (K. Sawyer, La forza del gruppo. Il potere creativo della collaborazione)

“Lavorando” come un team, ognuno di noi dà il proprio contributo, in maniera positiva ma anche negativa, agendo indirettamente e direttamente sulle persone che compongono la squadra di lavoro. Da qui la riflessione che trasforma, partendo dall’esperienza di squadra, dal vissuto personale, dall’osservazione dell’altro e di se stessi. Ci contaminiamo e per questo è importante che tutte le risorse siano adeguatamente ingaggiate, che remino nella stessa direzione e operino in un ambiente sereno (setting domiciliare a distanza).

“Con il talento si vincono le partite, ma è con il lavoro di squadra e l’intelligenza che si vincono i campionati.” (Michael Jeffrey Jordan)

Cosa è avvento nella realizzazione di tale intervento?

La famiglia tutta diviene, insieme a me, parte attiva dell’intervento attraverso la strutturazione, in parte esplicita e in parte implicita, di un progetto comune, con dei ruoli, delle attività, delle fasi (step di intervento) e dei monitoraggi  che coinvolgono tutti e sono per tutti: 

  • dichiarare l’obiettivo comune e fare attenzione al fatto che sia perseguibile da tutti;
  • lavorare sull’engagement delle persone;
  • agevolare una responsabilità condivisa nei confronti delle attività;
  • favorire lo scambio comunicativo;
  • costruire un ambiente aperto al confronto e coinvolgente, in modo da stimolare le capacità di problem solving.

L’idea di base del lavoro di gruppo è che il tutto sia maggiore delle parti. Cioè che il risultato finale prodotto dal gruppo sia più rilevante (per ampiezza, qualità, complessità, innovazione, valore) della somma dei singoli contributi che ciascun partecipante potrebbe produrre da solo. In questi casi parliamo, più che di un gruppo, di una squadra: un insieme di persone ciascuna delle quali ha un ruolo preciso, fondato su competenze specifiche e integrato con tutti gli altri (una équipe chirurgica, un team di ricercatori. Ma anche a una squadra di calcio, all’equipaggio di una barca, a un’orchestra). 

Il risultato, ancora in atto, è stata una maggiore presa di consapevolezza delle risorse familiari, dell’impatto psicofisico dato dal rispecchiamento attivato all’interno del proprio contesto di vita. Un processo in continuo divenire.

 

Monia Curi – Psicologi in Ascolto

 

Foto di  Anemone123 da Pixabay CC-License